Stefan Zweig “Gli occhi dell’eterno fratello”

stLa quarta di copertina, ancora più succinta delle normali abitudini dell’Adelphi, ci informa trattarsi di ” … Un libro amato da Hermann Hesse, che vedeva nella leggenda indiana dell’amico Zweig un’opera in sintonia con il suo Siddharta “. E allora partiamo da Siddharta che, come molti della mia generazione, ho letto e apprezzato a suo tempo, senza però mitizzarlo. Da diversi anni ormai trovo gente che dice di aver provato a rileggerlo e averlo trovato una noia insopportabile. Io non l’ho riletto – prima o poi lo farò – ma mi sembra che questi giudizi siano dettati da snobismo, giurerei anzi che molti non lo hanno neppure davvero riletto, si adeguano alla moda del momento, come per altri romanzi che vengono osannati o vituperati per seguire l’andazzo. Siddharta era un bel libro e – ripeto: senza mitizzarlo – sono convinto che tale rimanga anche in un contesto storico diverso.

Lasciamo Siddharta e veniamo a Gli occhi dell’eterno fratello – sottotitolo: una leggenda – racconto breve ma intenso, pubblicato nel 1922, lo stesso anno di Siddharta. In un contesto non specificato ma che è chiaramente quello mitologico indiano della Baghavadgita, appare Virata, un grande guerriero che salva il traballante trono del re dall’attacco dei nemici. Il re gli offre metà del suo regno, ma Virata rifiuta e giura di non impugnare mai più un’arma: senza averlo riconosciuto, ha ucciso il suo unico fratello, che era fra gli oppositori del re. Su insistenza di quest’ultimo, accetta di diventare il giudice del regno. Tutti lo lodano per come amministra la giustizia, ma ad un certo punto un reo lo accusa di non sapersi mettere nei suoi panni. Virata è sconvolto al punto di prendere, in incognito, il posto del condannato nelle prigioni, e dopo un mese decide che non può più assumersi la responsabilità di giudicare i suoi simili. Cerca allora di vivere da privato cittadino, ma un duro scontro con i figli sull’applicazione della giustizia domestica nei confronti degli schiavi lo induce d abbandonare anche quella vita. Nella quarta reincarnazione, diventa un eremita, ma la sua fama di saggio influenza il comportamento di molte persone, e anche in questo caso viene accusato di aver indotto un uomo, sia pure col suo solo esempio, a comportamenti sbagliati. Allora rinuncia anche al suo ruolo di saggio e va a fare il guardiano dei cani ( se a qualcuno tornassero in mente ricordi di studi di filosofia e la figura di Diogene il cinico credo che non sia un caso, in una fusione di filosofia orientale e occidentale ) e in questo ruolo infine morirà solitario e dimenticato da tutti, ma probabilmente felice o almeno in pace con se stesso.

Protagonista del racconto è naturalmente la Giustizia e la difficoltà o l’impossibilità di trovare il modo di applicarla con equità. Pur sconfinando spesso nell’etica, resta però un’opera letteraria di piacevolissima lettura, per la sospensione fra Oriente e Occidente, fra mito e realtà. Il tutto, nelle mani di un grande scrittore.

Tiresia

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