Abraham Yehoshua “Viaggio al termine del millennio”

ab.pngAlla vigilia dell’anno 1000 del calendario cristiano, quando forse vi sarà il salvifico ritorno di Cristo in terra, il mercante ebreo-marocchino Ben Attar si mette in viaggio per nave verso la selvaggia e inospitale Europa con le sue due mogli al fine di affrontare e, spera, vincere la “disapprovazione” che Esther Mina, moglie del suo nipote e socio d’affari Abulafia, ha dichiarato nei confronti della sua bigamia, cosa che sta mettendo in crisi la floridissima società mercantile tra zio e nipote, cui partecipa anche un terzo socio, il musulmano Abu-Lufti (la rappresentazione dell’imperioso e inesausto spirito mercantile ebreo è uno dei temi principali del libro).

Ben Attar affida quasi interamente le sue speranze di successo alla saggezza e all’eloquenza di un rabbino spagnolo che, assieme al figlio, a un giovane e bellissimo moro adoratore di idoli, e ai marinai, compone l’equipaggio.

Dopo un lungo viaggio per oceani e fiumi giunge a Parigi e poi a Verdun, nella comunità di ebrei ashkenaziti cui appartiene Esther Mina. Qui si tengono due processi davanti a due tribunali rabbinici, uno composto da gente del popolo e uno, monocratico, davanti a un rabbino locale, che hanno diversi esiti.

Si tratta di un romanzo singolare, che rappresenta questo curioso gruppo di persone che porta in terre lontane i colori, i profumi, le spezie, i tessuti di una civiltà solare e raffinata; un romanzo nel quale convivono musulmani, cristiani ed ebrei in quello è ben lontano da uno scontro di civiltà, pur nelle differenze e incomprensioni che dividono i vari gruppi, anche al loro interno.

Yehoshua dimostra doti di grande narratore e addotta un singolare timbro stilistico, quieto e serafico, assai riuscito, al punto che sembra di leggere delle scritture vagamente bibliche.

Un libro originale e decisamente buono, quindi, che pur collocandosi ai vertici della produzione di Y. resta ben discosto dal romanzo che continuo a considerare il suo unico capolavoro, ossia “L’amante”.

Poronga

P.S.: comunque per conto mio non ho dubbi: il più grande scrittore israeliano vivente è Amos Oz

 

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Abraham Yehoshua

abrQui bisogna fare un discorso.

Yehoshua è considerato un grande scrittore, e io sono sempre stato fra quelli che lo reputano tale.

Però a ben vedere l’unico libro che ha scritto e che a me è parso un indiscutibile capolavoro è “L’amante”.

Poi ho letto “Il signor Mani”, che sicuramente è un libro importante, ma molto meno universale de “L’amante”, che parla a tutti, mentre “Mani” ho avuto l’impressione che sia un libro scritto da un ebreo per gli ebrei, nel senso che quelli che ebrei non sono rimangono a guardare, per quanto interessati, fuori dalla finestra.

Poi ho letto “Un divorzio tardivo”, che fondamentalmente mi è sembrato avere lo stesso difetto di “Mani”; insomma un buon libro ma non un grande libro.

Poi ho letto “Fuoco amico” e quindi “Il responsabile delle risorse umane” che mi sono sembrati romanzi che valgono il prezzo dell’acquisto ma, tutto sommato, trascurabili. Adesso Tiresia e la signora Nilsson ci parlano de “La comparsa” in termini tutt’altro che entusiasti.

Ma allora, è proprio vero che Yehoshua è un grande scrittore? Ad esempio, per Omos Oz direi senz’altro di sì, per lui a questo punto avrei dei dubbi.

Poronga

 

 

Abraham B. Yehoshua ” La comparsa “

comYehoshua ha scritto diversi libri che a mio parere sono bellissimi, e quindi mi sono precipitato a leggere questo suo ultimo romanzo con grandi aspettative. Dirò subito che ne ho ricavato una certa delusione, e cercherò di spiegare perché. Naturalmente la delusione è commisurata alle aspettative molto elevate, non intendo affatto dire che sia un brutto libro, ma solo che non raggiunge il livello dei suoi capolavori. Anzi voglio specificare che la parte che ho trovato deludente è la storia e l’analisi dei personaggi; per quanto riguarda invece la scrittura, è come sempre magistrale, scorre con grande fluidità ed è comunque un piacere leggerla.

Noga ( che vuol dire Venere, e a mia memoria è la prima protagonista donna di un romanzo di Yehoshua ) è una quarantaduenne suonatrice d’arpa che da una decina di anni vive e lavora in Olanda. Ha lasciato Israele dopo essere stata lasciata dal marito, che voleva dei figli che lei rifiutava di dargli. Torna in patria per un periodo di tre mesi, sostanzialmente per tenere occupata la casa di famiglia, dove lei stessa è nata, che, per un periodo di assenza della madre, verrebbe reclamata dai proprietari. La madre, su insistenza dell’altro figlio, vuole valutare se trasferirsi definitivamente in una casa di riposo, e il fratello ha chiesto a Noga il sacrificio di trasferirsi a Gerusalemme per tre mesi. Per farle guadagnare qualche soldo e per non farla annoiare il fratello le procura qualche ruolo da comparsa in film e sceneggiati.

Il ritorno a Gerusalemme le causa non pochi problemi: il quartiere della casa di famiglia è ormai quasi interamente occupato da Ebrei ultra-ortodossi; Noga viene tormentata da due ragazzini ai quali la madre dava ospitalità per consentirgli di guardare la televisione, a loro vietata dalle rigide regole delle famiglie. Ma i due ragazzini sono incredibilmente invadenti, entrano in casa di continuo, persino intrufolandosi dalla finestra. Noga è esasperata e arriva a comprare una frusta per tenerli a bada. Non la userà, e già l’idea è in contraddizione col suo carattere mite, ma la frusta è uno de tanti simboli di cui il libro è pieno. Un’altra situazione di grave imbarazzo è l’incontro con l’ex-marito, che avviene in scenari onirici e fantastici, ma è anche reale: i due si amano ancora, il loro rapporto rimane aperto e irrisolto, sembra quasi che ci sia la possibilità, dopo tanti anni, di dare vita a quel figlio negato. Il rapporto con l’ex-marito è proprio la parte del libro che mi è sembrata più debole. I due chiaramente si amano ancora, provano un’attrazione quasi irresistibile l’uno per l’altra, ma lo capiamo più perché ce lo dice esplicitamente l’autore che perché lo vediamo dai loro comportamenti. Più riuscita, ma neppure questa memorabile, la descrizione del rapporto di Noga con la madre e il fratello.

Nell’ultima parte, Noga torna in Olanda e poi va in tournée in Giappone. Vediamo meglio il suo rapporto con la musica e c’è anche un colpo di scena finale: il suo corpo, che sembrava ormai sterile, riacquista la capacità di procreare.

Tutto il romanzo è intriso di simboli, metafore e allegorie. Dal nome di Venere, al suo mestiere di suonatrice d’arpa – strumento raffinato ma un po’ marginale che in molte opere non ha alcun ruolo – alla professione provvisoria di comparsa, che dà anche il titolo, al ritorno in patria soltanto per prestare la sua mera presenza fisica allo scopo di risolvere quello che in fondo è un banale problema burocratico. Anche ad un oggetto apparentemente secondario come la frusta viene assegnata un’importanza che a me francamente è sembrata inspiegabile: oggetto un po’ politico, da usare contro gli Ebrei oltranzisti, un po’ erotico, alla fine viene regalata al direttore d’orchestra che ne è divertito ma un po’ disorientato, come me del resto. Tutto tende a caratterizzare Noga, che pure a volte è un personaggio affascinante, come una donna che si auto-emargina, che sceglie per se stessa dei ruoli secondari, a cominciare dal rifiuto di maternità ( Yehoshua dixit, chi si sentisse offeso è pregato di astenersi dagli insulti nei miei confronti ).

Insomma, quando c’è tutto questo simbolismo un romanzo diventa di difficile interpretazione. Io l’ho trovato debole, e mi spiace dirlo per la grande stima che ho per Yehoshua. Ma non voglio affatto dissuadere gli Asinisti dal leggerlo, anzi, ribadendo che comunque almeno la scrittura in sé è godibilissima, sono curioso di sapere se altri lettori troveranno, come è possibilissimo, punti di forza magari proprio quelli che a me sono sembrati punti deboli.

Tiresia