Herman Melville “Moby Dick”

mobyM.D. è  uno dei romanzi a cui sono più affezionato. L’ho letto due volte e forse ce ne sarà una terza. La mia copia , tradotta da Cesare Pavese ed edita da Adelphi, porta in copertina un acquarello di Turner, assolutamente stupendo. Come Melville è colui che ha rappresentato in letteratura l’epopea della caccia alla balena, Turner è il più accreditato ad averla rappresentata in pittura. Il dipinto è di una modernità impressionante. Inizialmente sembra un quadro astratto e informale, ma mentre lo sguardo si abitua a quel caos di luce e trasparenze, improvvisamente emerge alla nostra percezione una scena drammatica: intravvediamo una coda eretta sull’acqua verso il cielo e, tra le onde, che sono di acqua, ma anche di luce, si delinea l’immagine di una lancia. E sangue, molto sangue, misto all’acqua salata.

Ma veniamo al testo.

Innanzi tutto devo ricordare che su M.D. Si è detto di tutto e di più (romanzo biblico, epico e con accenti shackspiriani….) per cui è imbarazzante dire la propria. Io ho però cercherò di dirvi la mia, anche se immagino non sarà condivisa da tutti.  Tenendo ben presente che il senso di ogni messaggio non dipende soltanto dal soggetto che ce lo invia, ma in gran parte da chi lo riceve, vi dirò quel che M.D. ha detto a me, senza pretendere di essere oggettivo.

Dopo essermi parato abbondantemente  il culo, posso iniziare ammettendo che M.D. È un libro tosto, molto tosto. Credo, volutamente. Traddles afferma che spesso è prolisso e noioso e non posso negarlo, ma questa fatica a cui M, ci sottomette credo sia funzionale al messaggio. Melville infatti ci vuole parlare della vita nei suoi aspetti più duri e inquietanti. Ci parla delle “porte strette” tra cui dobbiamo passare, ci parla delle fatiche e dei pericoli a cui non possiamo non sottoporci. Ci parla della morte improvvisa e apparentemente banale che ci può cogliere, come coglie il baleniere cui banalmente si è impigliata una sagola durante la caccia e viene trascinato nei flutti, tra nebbie e frangenti. Melville ci parla dei lati oscuri dell’esistenza e non può farlo in un modo che sia piacevole. M.D. è dramma e da dramma si fa leggere. Certo, ci da una visione della vita molto cruda e pessimista, ma purtroppo non è il primo e nemmeno sarà l’ultimo a inviarci questo messaggio.

E poi c’è la presenza del “male”, l’odio, la lotta dell’uomo sul suo nemico che vale più dell’esistenza stessa, rappresentata da quel personaggio emblematico e terribile che è l’indimenticabile Aqab. Aqab, la vittima e il persecutore stesso del mostro nemico e lui stesso mostro di crudeltà e disumanità (ricordo l’episodio della Rachele, baleniera che chiede aiuto per cercare una lancia perduta in mare, con a bordo il figlio del suo capitano, alla quale Aqab nega la sua collaborazione a causa della sua “urgenza” di inseguire la Balena Bianca….).

Aqab ha abbracciato l’essenza dell’odio e ne ha fatto la sua ragione di vita.

Potrebbe sembrare un personaggio paradossale, ma se riflettiamo, in quante vicende tristemente contemporanee troviamo lo stesso comportamento, la stessa stortura dell’animo umano, così drammaticamente diffusa nella nostra specie? Ebbene, Melville non ha fatto altro che isolare questo comportamento e farne il centro del suo romanzo.

Ci sono poi spunti nel libro apparentemente insignificanti, come quel lungo elenco di varietà di balene, veramente sovrabbondante e sfinente, Ma anche questo ha una funzione, rappresenta la conoscenza , il sapere che dobbiamo accumulare con fatica ogni giorno, nonostante la nostra stanchezza, il nostro timore, le nostre preoccupazioni. Queste acquisizioni, queste sempre nuove competenze, sono faticose….ma anche queste sono indispensabili e non possiamo sottrarci. Sono forse quel che si chiama “il nostro dovere”: siamo come quel baleniere, che ha lavorato a bordo tutto il santo giorno e non può sottrarsi ad una caccia che si presenta improvvisamente al tramonto, quando sogna di dirigersi al caldo della sua cuccetta, per concludere una giornata di fatica.

Anche qui, l’ineluttabile. La balena soffia, il comandante chiama,il marinaio deve correre alla lancia nella notte , nei frangenti, alla caccia del mostro. L’uomo è costretto dagli eventi: non gli resta che piegarsi, allora come oggi, alle difficoltà dell’esistenza. Sono i grandi temi della vita. Il dolore,la fatica,la paura della morte,il fato,l’ignoto, l’odio e la violenza, C’è tutto, ma c’è anche un lume infondo all’oscurità, un lontano faro che ci indica un percorso, un modo per sopravvivere a tanto disastro. A poco a poco vengono silenziosamente a galla i sentimenti che ci permettono di vivere. L’amore,l’amicizia,la solidarietà,la comprensione del dolore altrui e chiara tra tante avversità si fa avanti l’indicazione su come si possa continuare a vivere.

Accanto a tutto ciò vi è tra l’altro il forte riconoscimento del lavoro e della nobiltà delle competenze. Un buon lavoro onesto, nel quale siamo abili ed attenti è un valore immenso per noi e per gli altri ed anche ciò è un prezioso antidoto contro i veleni dell’esistenza. E’ proprio a causa di ciò che M. insiste tanto nel parlarci di dettagli della caccia alla balena. M.D. È un manuale sulla baleneria, è un compendio sulle manovre, gli utensili e le abilità necessarie. E’ un inno al lavoro,alla competenza ed alla preparazione. E’ un inno alla professionalità.

La fine merita almeno due parole.

Aqab, la nave, l’equipaggio tutti sono scomparsi tra i flutti, tutti sono morti: rimane soltanto un mare plumbeo, con al centro un grande lento vortice: “il grande sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa”.

Il momento è di grandissima drammaticità e contemporaneamente così perfetto e reale da sembrare un fotogramma di un film neorealista. Il lettore é sgomento, ma su queste acque dannate, nell’ultima pagina, ritroverà a galleggiare un uomo: è il protagonista, abbracciato alla bara vuota che aveva costruito il suo amico Quiqueg. Sarà ritrovato dalla Rachele, che incrocia ancora a cercare i suoi uomini dispersi.

La Rachele “non troverà i suoi figli”, ma troverà “un altro orfano” e gli ridarà la vita.

Fine.

Insomma amici miei, M.D. è M.D. e  nessuno può toccarmelo.

Qualcuno dirà che io ci ho visto chi si sa che e gli ho attribuito null’altro che i miei pensieri e forse, anzi sicuramente, avrà ragione. Ma a me M.D. ha fatto ripensare a tutto questo e mi basta  per giudicarlo un grande romanzo.

Qualcun’altro sosterrà che ci rimanda ad una idea dell’esistenza troppo pessimistica e drammatica che risulta un po’ anacronistica. Forse ! Ma io non ne sono tanto convinto. La vita, nella maggioranza dei casi, non credo sia una passeggiata. I più fortunati e i più abili cercano di farsela andare bene, ma resta pur sempre un’esperienza difficile e Melville, ce lo spiega in modo impeccabile.

Mr. Maturin

Herman Melville “Benito Cereno”

cereno1799: il Capitano Amasa Delano di Duxbury, Massachusets, a bordo del suo veliero “Gioia dello Scapolo” (fantastico…) alla fonda nel porto di Santa Maria, estremità meridionale del Cile, vede avvicinarsi una imbarcazione a tal punto malmessa da sembrare quasi una nave fantasma.

Delano, da vero gentiluomo dei mari, presta generoso soccorso, ma si trova alle prese con un sofferente ed enigmatico personaggio, lo spagnolo Benito Cereno che comanda il San Dominique.

Delano passa a bordo del San Dominique una ben strana giornata dagli ambigui, impalpabili e sinistri segnali, senza sapere se il senso di pericolo che talora avverte sia o meno frutto di suggestione, dovuta anche a un opprimente clima di bonaccia. E’ solo nelle pagine finali che il dubbio si scioglie.

Melville disegna magistralmente questa storia di attesa e sospensione malata. Guardate solo cosa scrive nella prima pagina:

Faceva una delle mattinate caratteristiche di quella costa. Tutto intorno era calmo e silenzioso; tutto era grigio. Il mare, per quanto scorresse in lunghe ondate rigonfie, sembrava immobile, e alla superficie era lucido come piombo ondulato quando si raffredda e deposita nello stampo di fusione. Il cielo pareva un oscuro pastrano. Stormi di uccelli grigi inquieti, in tutto simili agli inquieti stormi di vapori cui erano mischiati, sfioravano bassi e a scatti le acque, come rondini il prato prima del temporale. Ombre presenti, che adombravano più cupe ombre future”.

Melville si conferma in questo breve e arduo romanzo un grandissimo narratore.

Mi ha però colpito quello che, ancora alla metà dell’ottocento, si poteva tranquillamente scrivere:

Quando a ciò s’aggiunga la docilità che nasce dall’assoluto contento di una mente limitata, e quella capacità di un cieco attaccamento inerente agli esseri incontestabilmente inferiori, si capirà subito perché quegli ipocondriaci che si chiamavano Johnson e Bayron -forse simili all’ipocondriaco Benito Cereno- si siano affezionati, con quasi totale esclusione della razza bianca, ai loro servitori negri”.

E subito dopo:

Di fatto, come quasi tutti gli uomini dal cuore buono e contento, Capitan Delano s’affezionava ai negri non per filantropia, ma per simpatia, a quel modo che gli altri fanno con i cani Terranova”.

E poi alcuni dicono che il progresso non esiste…

Poronga