Alessandro Robecchi “Dove sei stanotte”

rob.pngCarlo Monterossi è un giovane uomo che guadagna un bel po’ di soldi scrivendo la sceneggiatura di una serie televisiva di infimo livello di cui si vergogna parecchio, ma che al contempo gli consente di vivere in una bella e grande casa al centro di Milano accudito da una fantastica colf ucraina, di muoversi esclusivamente su un macchinone (i mezzi pubblici non sa neppure che esistano), di dare feste a cui partecipa bella gente, gran parte della quale neppure conosce.

Sembrerebbe il ritratto di un classico stronzo, se non fosse che Carlo ha un cuore e un’anima (il suo idolo è Bob Dylan), come avrà modo di dimostrare nel corso della narrazione.

Il suddetto Carlo, in una delle suddette feste, si trova in casa un giapponese, che il giorno dopo si ritrova cadavere nel suddetto macchinone.

Le cose si ingarbugliano malamente, sicché il suo miglior amico lo fa sparire, trovandogli rifugio in una casa che sta addirittura in zona Corvetto (mai vista prima) abitata da una coppia di anziani sudamericani, Francisco e Carmen; il primo è una specie di autorità nel quartiere, e riceve due volte la settimana decine di persone che fanno la fila per parlare con lui e avere consiglio; la seconda è un donnone accudente e vulcanico.

Carlo si trova attorniato da questa comunità, dai suoi cibi, dal suo stile di vita, al punto da imbarcarsi in una impresa per aggirare la burocrazia italiana che tanto fa penare con i permessi di soggiorno, e al contempo dare una solenne lezione a un laido rappresentante della stessa. In questo trova anche una stupenda ragazza venezuelana, Maria, che lo manda letteralmente in orbita.

Al lato scorre la storia dell’omicidio del giapponese.

Robecchi è uno scrittore talvolta  brillante (ad esempio descrive la serie televisiva cui collabora Carlo come “un terrificante liofilizzato di amorazzi popolari, tresche proletarie, tradimenti piccolo-borghesi che farebbero vomitare un avvoltoio”) dal buon ritmo narrativo, che racconta una storia tutto sommato abbastanza divertente.

Il libro però mi è sembrato un tantino troppo ammiccante e piacione, il che mi ha  un po’ irritato; ho anche trovato di maniera questa colorata comunità di poveri-buoni-belli costretti ad arrangiarsi ma che in fondo sono i migliori di tutti (sembra un po’ di stare in un film di Ozpetek).

Alla fin fine la figura che mi è sembrata più riuscita e centrata è quella del vicesovraintendente Ghezzzi, integerrimo poliziotto-mastino, che proprio per questo non fa carriera, sa che non la farà, ma non molla lo stesso.

Un po’ stucchevole anche il ripetuto sbertucciamento di Milano Expo e dei suoi attesi 20 milioni di visitatori, che poi per fortuna ci sono effettivamente stati.

Poronga

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