Erri De Luca “La natura esposta”

delSplendido ritratto di un uomo alle prese con la fede. Un corpo a corpo senza esclusione di colpi, una lotta che esige sudore, fatica, sangue versato. E umiltà.

Un racconto teologico, come dice l’autore nella premessa, che rivela la bellezza dell’uomo in tutta la sua commovente nudità, un uomo reso divino dalla propria umanità e null’altro.

Nel suo ultimo, bellissimo libro Erri De Luca riesce finalmente a unire le sue doti narrative e il suo gusto per una lingua tanto scabra e intensa da rasentare la violenza della parola profetica, alla tensione spirituale che da anni lo spinge a scavare nelle Scritture alla ricerca di ciò che rende la fede inevitabile. Necessaria.

Mi ha ricordato, per contrasto, un altro libro bellissimo non a caso anch’esso incentrato sulla figura di Cristo crocefisso e di quei profughi che oggi ne rivivono le sofferenze: Il sangue di San Gennaro di Sándor Márai.

Mentre Márai, tuttavia, sceglie la strada di una sfarzosa opulenza linguistica per giungere a guardare la realtà attraverso la lente rivelatrice di una visionaria follia, De Luca percorre il cammino inverso. Sceglie di denudare la lingua, spogliare il racconto di tutto il superfluo per spingersi sempre più leggero verso la cima, vale a dire verso quel luogo che a chi osserva da terra può apparire un traguardo, un luogo di verità dove finalmente il cielo svela alla terra i suoi segreti, ma che ogni scalatore sa essere soltanto una bufera di venti, un approdo da cui è possibile soltanto tornare, per scendere di nuovo, e immergersi nel nostro destino di uomini.

Ho sempre pensato che Erri De Luca non sarebbe più riuscito a ripetere il miracolo della potenza lirica ed essenziale di Montedidio, ma mi pare che con questo  libro di sia stato capace di scavare dentro l’animo umano con una sincerità e una potenza degna di certe pagine di Tolstoji.

la signora nilsson

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Erri De Luca “In alto a sinistra”

in.pngL’epifania agostana di Erri De Luca mi induce a parlare anche di questo bel libro di racconti, scritti con l’inconfondibile stile del Nostro.

Su tutti spicca nettamente “Il pannello”, storia di una strana solidarietà fra ragazzi che nasce in un liceo napoletano nell’anno 1966/67. Credo sia il più bel racconto italiano che abbia mai letto, scritto in modo straordinariamente nitido e preciso, con una indimenticabile figura di professore di greco e latino. A suo modo è anche un bell’esempio di impegno civile. Ogni tanto me lo vado a rileggere.

Belli assai anche “La città non rispose”, racconto sul dopo terremoto di Napoli nell’80, “Una specie di trincea”, l’impresa di un manovale edile in Francia, “More”, e i due ultimi dedicati al padre.

Citazione: “Avevo trent’anni quella sera, e nient’altro“.

Poronga

Erri De Luca “Napòlide”

erri In attesa che gli Asinisti recensiscano altri libri di Erri De Luca, vi segnalo Napòlide, del 2006. Libro autobiografico di ricordi e pensieri legati a Napoli. Brevi e intensi racconti che si rincorrono in venti capitoli (Napòlide, Nervi, Commedie, Molo di Mergellina, Dicerie, Racconti a voce, Buon vento, Vulcanici, Calcio, La parola patria, Sacro di Sud, Totò, Eduardo, Paesaggio, Pescare, Giancarlo Siani, Donne a Sud, Novantanove, Maradona, Pasta).  

C’è tutto il difficile e malinconico rapporto tra il napoletano fuggito, o semplicemente partito, e la sua città. “…E se non ho il diritto di definirmi apolide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo. Mai più ho attecchito altrove. Chi si è staccato da Napoli, si stacca poi da tutto: non ha neanche lo sputo per incollarsi a qualcosa, a qualcuno. Mai più ho sputato, ho solo inghiottito, inghiottito. Il timbro sul biglietto del treno aveva il colpo furibondo di una porta sbattuta alle spalle. Ero cancellato io, non il biglietto…”. Ma alla maledizione per il distacco (“…La città mi applicava a pelle il suo motto: ‘T’aggia ‘mparà e t’aggia perdere’, ti devo insegnare e poi ti voglio perdere) e alla durezza del ricordo (“…Napoli è una città di contropelo, di quelle che sfregano unghie sulla lavagna e lama di coltello sul marmo. Ai suoi inquilini suscita sfoghi cutanei. Chiunque scende a Napoli lo sa da prima: gli capiterà di essere toccato molte volte…), seguono descrizioni della città natale – apparentemente odiata ma in realtà profondamente amata – attraverso i suoi odori (“…ragù prima che un sugo da domeniche era un bisogno di produrre odore, fumo soave, incenso di cucina in opera. Più che addentare in fretta un maccherone intinto era, anzitutto e dal giorno prima, notizia di ragù: sparsa nel caseggiato e in strada…”) e poi attraverso i suoni (“…Ho avuto un’infanzia acustica, l’udito era l’organo maestro. Napoli dopo la guerra gridava a gola tesa, alle finestre salivano ingiurie, maledizioni, pianti, percosse…Contro quest’insonnia di gridi a spaccatimpano, ho amato le voci…). E poi c’è lui: il “forno colossale”, “un faro piantato nel sistema nervoso” di un popolo “tellurico” che abita “la striscia tra il vulcano e i pesci…”. “Un popolo tellurico, lo riconosci da come guarda il mare: con affidamento” perché anche quando è in burrasca è pur sempre una via di fuga.

Anche a questo libro di Erri De Luca calza perfettamente il bel commento di Lucia ai “ Tre cavalli”: “…scrive a nervi scoperti anche se le parole sembrano trattenute da una volontà sotterranea di tacere”. Forse però qui il sotterraneo piano piano emerge, e in modo struggente: basta essere un lettore napoletano, nato negli anni ’50, partito per non tornare…

 

Oleandro

Erri De Luca “Tre cavalli”

de.pngAlcuni dei libri di De Luca mi sono piaciuti molto. Questo è forse quello che mi è piaciuto di più: uno dei rari libri in cui il “come” si racconta è molto più importante del “cosa” si racconta.

Eppure la storia è bella: un uomo di cinquant’anni o poco più che fa il giardiniere e quando non cura alberi legge e poco altro; l’incontro e poi l’amore con Laila; il racconto del suo passato di giovane in Argentina, lo scivolare nella lotta contro generali, i compagni che muoiono o spariscono, la morte che lo sfiora, il riparo in Patagonia, il ritorno, l’incontro con Selini, uomo africano di cuore grande e asciutto (bellissimo il saluto fra i due ).

Se la vita di un uomo dura quella di tre cavalli il protagonista ci racconta i primi due, e il terzo promette bene…

De Luca mostra qui le sue qualità migliori: essenziale, sapido, sembra l’erede di Cesare Pavese.

Poronga