Robert Harris “L’Ufficiale e la spia”

harris‘Le origini del totalitarismo’ (1951) è l’opera fondamentale di Hannah Arendt e se negli anni ’70 l’avessi letta con attenzione avrei pensato e detto meno sciocchezze. Pazienza.

In quel libro fondamentale, un’importante sezione è dedicata al ‘Caso’ per eccellenza: l’Affaire Dreyfus.

Perchè la vicenda del capitano Alfred Dreyfus, che si snoda in Francia sul finire dell’800, contiene i germi dei drammi del ‘900 e, ancora oggi, rappresenta l’archetipo dell’ingiustizia come espressione della degenerazione del potere in ogni sua espressione: dalla discriminazione razziale ai servizi deviati, dal perbenismo di facciata alla corruzione, dal populismo all’ambizione senza scrupoli, dalla manipolazione dell’informazione alla falsificazione delle prove.

La storia di Dreyfus, dell’ebreo Dreyfus, è una storia di ieri che affonda le unghie nella viva carne dell’oggi: rovistando in essa si rovista nelle ferite più terribili della contemporaneità.

‘L’ufficiale e la spia’, di Robert Harris, può essere definito un romanzo storico e di questa accennata vicenda si occupa.

La prospettiva narrativa è quella del maggiore Georges Picquart, ufficiale dell’esercito francese che, dopo aver parzialmente contribuito all’arresto di Dreyfus, diviene capo del controspionaggio e, come più giovane colonnello dell’esercito, pare destinato ad una carriera brillantissima.

Ma, a poco a poco, proprio grazie alla sua altissima funzione, scopre l’enormità dell’errore giudiziario, prima, e la meschina e corrotta realtà del potere che lo circonda, poi: tanto meschina e corrotta da indurre i suoi protagonisti (ministri, capi di stato maggiore, alti ufficiali) a coprire il vero traditore ed a lasciare il povero Dreyfus all’isolamento ed alla prigionia sull’Isola del Diavolo, posto che la Caienna era parso troppo poco.

La ricostruzione dei fatti è precisa, documentata, serrata, quasi cronachistica.

E se pure conoscete la vicenda, è tanto grave ciò che leggerete, così contrario al senso di giustizia e così tremendamente ‘possibile’ ed attuale che vi capiterà di compiere qualche peccato di impazienza: andare un po’ avanti per vedere se, davvero, le cose andranno come appare oppure se, per una volta, il ‘Bene’ trionferà.

E se pure conoscete la vicenda, troverete nel colonnello Henry, nel colonnello du Paty, nel generale Mercier e in altri protagonisti della storia l’ombra sinistra delle vicende nostre: di Ustica, di Piazza Fontana, dei misteri irrisolti del nostro passato e non solo del nostro.

Ma a noi, al nostro ‘oggi’, manca il ‘J’accuse’ di Emile Zola, mancano i Clemenceau e, soprattutto, manca il colonnello Picquart figura nobile di eroe civile, figura che vorremmo ‘ordinaria’ e non, come è, ‘fuori dell’ordinario’.

Già, il ‘J’accuse’ di Emile Zola, pubblicato sul giornale socialista L’Aurore il 13 gennaio 1898, il ‘J’accuse’, la lettera aperta più famosa del mondo, indirizzata al Presidente Faure che terminava così:

‘Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli. Accuso il generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo. Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso. Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile. Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia. Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio. Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto. Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole. Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Aspetto. Vogliate gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.’

J’accuse  Georges PiquartAlfred Dreyfus

Qui c’è quasi tutto il lerciume di questa storia.

Ma non c’è la tenace opera di Picquart, la sua fede nel diritto, nella rettitudine dell’istituzione come unico presupposto perchè un’Istituzione regga.

Non ci sono la sua storia d’amore con Pauline, le vicissitudini e le sofferenze, le miserie, le ingiustizie che anche lui ebbe a subire.

L’uomo delle istituzioni che combatte perchè vi sia giustizia è a sua volta vittima di un’ingiustizia speculare e tremenda, quella stessa che ha cercato di annientare ‘l’ebreo’ Dreyus.

Ma, vista da questa sua prospettiva, questa vicenda terribile appare ancora più grave, se possibile, e ancora più purulento l’ambito entro cui ebbe a germinare.

La storia di Dreyfus vista con la prospettiva di Picquart e con la storia di Picquart rende ancora più terribile la verità storica.

Perchè? Perchè Richard Harris ci dimostra che le deviazioni del ‘potere’ non sono fotogrammi statici e bidimensionali ma, come già sappiamo, derive dinamiche e tridimensionali che permeano e condizionano l’intorno non solo con i sotterfugi, le menzogne, le angherie ma, anche, con il perbenismo degli ‘utili idioti’, con il patriottismo d’accatto e con il ‘nostro’ quotidiano paraocchi.

Richard Harris emulsiona con grande abilità le vicende della storia principale (quella di Dreyfus) con quelle meno note ma altrettanto importanti di Picquart e ciò a ricordarci che ogni dramma perimetra la sofferenza oltre lo spazio dei singoli.

E quanto ci è utile sapere che, allora come oggi, l’informazione manipola ed è manipolata e tuttavia è necessaria perchè, pure, comunica e rende consapevoli.

Ma non c’è solo questo, in questo romanzo che vi avvinghia alla pagina: c’è Debussy che esordisce a ‘L’Opera’ di Parigi, ci sono i taxi a cavallo e le prime automobili, ci sono le prime ‘intercettazioni ambientali’ utilizzando le canne fumarie e ci sono, in dettaglio, i sistemi di spionaggio dell’epoca (sullo sfondo: i postumi della sconfitta francese del 1870, l’annessione dell’Alsazia alla Germania, la nascente alleanza franco-russa e la prima guerra mondiale che è lì, dietro l’angolo, la si presente inevitabile, e inevitabile arriverà, pochi anni dopo che tutto sarà concluso).

L’autore ricostruisce con precisione e con anglosassone distacco i fatti e ciò fa con leggerezza, senza fare l’occhiolino a facili derive moraleggianti.

E’ così grave ciò che narra, così asfissiante il peso del suo contesto che la descrizione in sé è già un giudizio: per ciò che è mostruoso i giudizi non servono, bastano e avanzano i fatti.

Però qui, però qui la storia si prende alla fine una pausa.

Non vi rovino la lettura (tanto la vicenda di Dreyfus è nota) dicendovi che tirerete un sospiro di sollievo ma, tanto, avrete ‘sofferto’ abbastanza in precedenza.

Secondo me è da leggere.

Inox