Kate Atkinson “Vita dopo vita”

E se avessi la possibilità di rivivere più volte la tua vita, finché non venisse come si deve? Non sarebbe splendido?”. Forse questo è il tema di fondo  sviluppato da questo bellissimo e assurdo romanzo dal quieto e ricco funambolismo.

Nella presentazione  del libro si legge:

“Pochi istanti dopo essere venuta al mondo, il mio cuore ha smesso di battere.

A quattro anni, sono a annegata nell’oceano.

A cinque anni, ho preso l’influenza spagnola. Quattro volte.

A ventidue anni, mio marito mi ha spinto con violenza contro un tavolino, uccidendomi.

A trent’anni, sono morta durante un bombardamento tedesco su Londra.

E su di me cadevano le tenebre.

Ma ho sempre avuto un’altra possibilità”.

Vi consiglio questa presentazione di prenderla sul serio, perché ciò, e anzi molto di più, è quello che accade nel romanzo.

Ursula Todd viene al mondo praticamente strangolata dal cordone ombelicale in una notte nevosa del 1910. Poi effettivamente nel corso della sua vita non solo le succedono tutte le cose di cui sopra, ma ha addirittura vite diverse: in una sposa un uomo psicopatico; in un’altra viene violentata da un bestione americano amico di suo fratello; in un’altra va a lungo  in vacanza con Eva Braun e con il suo fidanzato (sì, quello coi baffetti) nel loro nido d’amore al Berghof, in un’altra ancora fa parte dei gruppi civili di soccorso che a Londra tirano fuori dalle macerie dei bombardamenti cadaveri e sepolti vivi.

Oddio, forse nessuna delle vite di Ursula, d’altra parte membro di quelle generazioni sfortunatissime che si sono beccate due guerre mondiali, è ”venuta come si deve”; certo è però che Ursula ha sempre fatto del suo meglio.

Delle molte cose narrate mi ha colpito in modo particolare, probabilmente perché non vi avevo mai fatto mente locale, le descrizione dei bombardamenti su Londra che ne restituiscono appieno l’orrore del prima, del durante e del dopo.

Fra le molte perle Izzie, la scapestrata, super-navigata e simpaticissima zia paterna di Ursula (che per esempio a un certo punto le dice: “Che serietà. A sedici anni dovresti essere perdutamente innamorata di un ragazzo inadeguato”), la coltissima ed eterea madre Sylvie (ma anche il dolce e saggio padre, e più in generale tutti i componenti della altolocata famiglia Todd), le belle citazioni letterarie, soprattutto shakespeariane, che punteggiano il romanzo.

Il libro è spesso, denso, ricco e complesso, e mi verrebbe voglia di rileggerlo per apprezzarlo appieno, il che credo sia il migliore complimento.

Credo valga senz’altro la pena leggere altro di questa sessantanovenne scrittrice britannica, che ove si fosse ripetuta su questi livelli credi sarebbe tranquillamente da Nobel. E ho detto tutto.

Poronga

Peter Cameron ” Cose che succedono la notte “

A me non piace quasi nessuno degli scrittori americani contemporanei, ma ho una predilezione per Cameron – fra l’altro, è stata anche la mia prima recensione per l’Asino – i cui libri non mi hanno mai deluso.

Questo è un romanzo doloroso, ai limiti del romanzo dell’assurdo, con atmosfere rarefatte, magiche, inquietanti. I due protagonisti – niente nomi, solo “ l’uomo ” e ” la donna “, a suggerire che potrebbero essere ciascuno di noi  – affrontano un viaggio avventuroso che li porta fuori dal tempo e dallo spazio, in un paese dell’estremo Nord – forse la Finlandia – in un inverno perennemente buio e nevoso. Arrivano in una stazione fantasma, devono catapultarsi giù dal treno in corsa, le loro valigie rotolano come rocce nella neve – e questa metafora del treno in corsa tornerà nella scena finale, dove pure si sale sul treno in corsa, non c’è mai certezza e stabilità – ma poi, in questo paese sperduto e dimenticato da tutti,  alloggiano in un hotel di gran lusso, frequentato da pochi personaggi enigmatici. Lo scopo del viaggio è di adottare un bambino, ma poi gli avvenimenti evolvono in modi imprevedibili che non racconterò.

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Michael Frank “I formidabili Frank”

In questo romanzo dalla forte matrice autobiografica l’autore parla della sua famiglia; una famiglia alquanto singolare dal momento che suo padre e sua madre hanno rispettivamente una sorella e un fratello che si sono sposati tra loro.

Si tratta di una coppia più anziana e senza figli, molto facoltosa grazie al successo ottenuto dai due a Hollywood come sceneggiatori, e che di fatto addotta o quasi il piccolo Micheal, che passa moltissimo tempo presso di loro, esercitando su di lui una influenza molto forte. Questo in particolar modo è vero per la zia Harriet, detta Hankie, una specie di incontenibile virago dalla straordinaria vitalità, ma anche incredibilmente prepotente, possessiva, ricattatoria, superba e giudicante, che avvia il ragazzino al culto del bello, fermo restando che nella musica, letteratura, pittura, architettura eccetera è bello solo quello che dice lei, che ha ferree gerarchie su tutto e tutti.

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“Carlo Rovelli “Helgoland”

Di Carlo Rovelli si è già scritto molto su l’Asino, ma questo ultimo libro merita di essere recensito e letto per almeno tre buone ragioni:

  • Perché in sole 200 pagine, vertiginose e affascinanti, riesce a far percepire ai non addetti (e forse anche a molti che si qualificano come esperti, qui ben bacchettati dall’Autore) una visione generale della  meccanica quantistica, come in nessun altro libro mi era capitato di vedere, nemmeno nel bellissimo “L’ordine del tempo” magistralmente recensito da Traddles.
  • Perché è un libro che più che di fisica sembra parlare di filosofia, “la prende alla larga”, ricchissimo com’è di cultura classica, illuministica, contemporanea, e sa offrire al lettore alcune citazioni fulminanti.  Eccone una di Platone, che illustra la necessità di un approccio relazionale alle idee e alle cose: “Dico dunque che ciò che per natura può agire su altro o patire anche la minima azione da parte di altro, per insignificante che esso sia, e sia pure una volta sola, questo solo si può dire veramente reale. Propongo dunque questa definizione dell’essere: che esso non sia se non azione”.
  • Perché Rovelli, pur non smentendo la sua natura un po’ “civettuola” (copyright Traddles), è straordinariamente simpatico, gli si perdonano alcune citazioni autobiografiche che in bocca a un’altro Autore sarebbero cassate come gratuitamente snobistiche (“…Avevo anch’io capelli lunghi tenuti da una fascia rossa, e da ragazzo ho cantato OM seduto a gambe incrociate proprio accanto ad Allen Ginsberg..”

E sa far genuinamente divertire, per esempio descrivendo l’evidenza della teoria di Darwin: “Vedo un sasso che sta cadendo verso di me. Se mi sposto sopravvivo. Il  fatto che mi sposti non è misterioso, è spiegato dalla teoria di Darwin: quelli che non si spostavano sono morti schiacciati, io sono un discendente di quelli che si spostano….”

E’ straordinario come Rovelli riesca a spigare e a provare con evidenze filosofiche, letterarie, politiche, matematiche (poche quest’ultime in verità, R. ce le risparmia) la natura relazionale del tutto, e insieme la granularità del tutto, un mondo, anzi un universo in cui l’infinitamente piccolo, ogni particella  quantistica è necessariamente in relazione con qualcos’altro, un modo in cui è necessario abbandonare l’idea di un mondo fatto di cose, per abbracciare una visione relazionale, in cui tutto è interconnesso.

Alla fine della lettura, mi sono ritrovato, quasi senza accorgermene,  in possesso di una idea, un embrione di comprensione, di qualcosa a cui prima non riuscivo nemmeno a prestare attenzione, tanto mi sembrava lontano dalle evidenze e dalle regole in cui ero vissuto per tre quarti di secolo.

Grazie, prof. Rovelli!

Silver 3

Herbert Liebman “Città dei morti”

Paul Konig è un anatomopatologo e medico legale. Autorità mondiale indiscussa nel suo settore, è un uomo duro, aspro, che ha sacrificato la sua vita personale, anche e soprattutto nei rapporti con la figlia, che appaiono irrimediabilmente deteriorati, a quella che più che una professione è una sorta di ossessione.

Capace di “leggere” come nessun altro i corpi che esamina, traendo informazioni per altri impensabili e sempre preziose ai fini delle indagini, viene descritto mentre è impegnato, infaticabile e quasi maniacale, su diversi fronti, il principale dei quali prevede la “ricostruzione” di tre corpi fatti a pezzi e disseminati in una delle baie antistanti New York. Questo macabro puzzle rivela appieno le sue qualità scientifiche e deduttive, e si intreccia con la sparizione della figlia, probabilmente vittima di un rapimento, la cui voce gli viene sadicamente fatta sentire al telefono, mentre viene torturata. Finale abbastanza banale, almeno secondo me.

Non posso dire che questo ponderoso romanzo mi abbia entusiasmato: trama non particolarmente avvincente né ingegnosa, prosa tutt’altro che brillante (“Crede che non sappia dove ho spedito un solo stramaledetto giornale? Cristo santo”: l’esempio è abbastanza tipico), molte lunghe descrizioni senza gran pregio, e soprattutto dettagli anatomici a go go di corpi variamente sventrati, mutilati e sezionati, e delle varie operazioni che su di essi compie Konig che rivelano un gusto del macabro abbastanza inquietante. Per di più il buon Liebman mi è parso alquanto omofobo e reazionario, anche se dotato di una cultura sulla anatomia umana pressoché enciclopedica.

Poronga

Gianrico Carofiglio “La versione di Fenoglio”

I ricordi: quanto sono fedeli ai fatti a cui abbiamo assistito? Quanto c’è nei nostri ricordi, anche se in ottima fede, di quanto è accaduto realmente?  Quanta “verità” c’è nel nostro vissuto? Sorprendentemente poco….
Questa è la lezione che il maresciallo Fenoglio ci impartisce questa volta, illustrandoci quanto questa acquisizione sia determinante nella conduzione delle indagini per un bravo sbirro. E come sempre sapientemente sa fare il suo adorabile autore, il suo personaggio ci fa capire quanto questa acquisizione sia fondamentale anche nella nostra vita di ogni giorno. Quanto sia determinante nel nostro equilibrio mentale, nella nostra capacità di avere relazioni con gli altri, essere consapevoli di tutto ciò.

Romanzo originale, ricco di contenuti, che invita alla riflessione senza mai essere didascalico. Con la capacità inoltre di evidenziare il piacere di una relazione casuale,ma improvvisamente profonda ed intensa,  tra un adulto ricco di esperienza ed un giovane riflessivo in cerca di una sua strada.

Mr. Maturin

Ivo Andric “Racconti di Sarajevo”

I “Racconti di Sarajevo” di Ivo Andric’ sono belli, intensi e piuttosto inqietanti.

Qualche anno fa avevo letto il suo capolavoro, “Il ponte sulla Drina” anch’esso bellissimo, ricco e disperato.

In questo però si parlava di storia, della storia che tritura incurante gli individui, che procede nel suo iter dettato dai potenti, dalle loro ambizioni, dalla loro emotiva irragionevolezza e che scava nella vita dei popoli ignari solchi di disperazione e dolore.

Da questo dramma però, anche se afflitto dal dolore narrato, sono riuscito a mantenere un certo distacco, una certa fredda e dolorosa partecipazione.

In questa raccolta di racconti invece, Andric’ non scava più nella storia, mostrandoci le sue storture, peraltro sempre drammaticamente presente se si parla di questo disperato paese, ma piuttosto guarda nell’intimo dell’animo umano, sempre ovviamente collegato agli eventi  politici e culturali che lo mettono alla prova. 

Vi garantisco che l’analisi è così trasparente profonda e sincera che è difficile tenersene al di fuori, riuscire a seguirne il pensiero senza venirne profondamente coinvolti.

Non so se è capitato anche ad altri, ma leggendo di questi personaggi anche un po’ estremi data la loro situazione esistenziale, grazie all’attenta e lucida analisi che ne fa l’autore, ho comunque trovato aspetti e pensieri che in fondo mi appartengono. Spesso si tratta di atteggiamenti non positivi, di incapacità di essere  razionali, di stare al mondo nel modo corretto e di essere utili a sé stessi ed agli altri.  Un po’ la nostra anima nera, che in tutta una vita di esperienze e prove siamo riusciti a dominare, a condurre nella normalità consentita.

Questa parte scomoda che tutti noi abbiamo, sembra essere microscopicamente rilevata e messa in evidenza nei personaggi di Andric’, che sa descriverla in modo così disincantato ed evidente, da farci identificare nostro malgrado.

Racconti quindi con un taglio più psicologico ed esistenziale rispetto al primo romanzo che ho letto e in qualche modo più coinvolgenti.
Rimane sempre evidente la padronanza nel raccontare, nel narrare quella storia che talvolta ci travolge, nello scavare  nell’animo umano, con una prosa sempre limpida, lineare ed efficace.

Lettura dolorosa.

Non sorprende che Ivo Andric’ si sia aggiudicato il Nobel.

Mr. Maturin

Peter Handke “Prima del calcio di rigore”

Josef Bloch, ex portiere di calcio, viene improvvisamente licenziato dal lavoro che svolgeva presso un cantiere edile. Inizia qui il questo breve romanzo, che descrive la sue peregrinazioni in una città che non viene nominata. Josef si muove come un automa, vaga per strade, mercati, cinema, una pensione per passare la notte, cerca al telefono persone che non trova mai, si imbatte in una donna che è disposta a passare la notte con lui e, apparentemente senza motivo, dopo un frettoloso rapporto sessuale la strangola, senza che però questo assurdo episodio lasci traccia alcuna nel  racconto e , almeno apparentemente, sulla sua psiche. Nel suo girovagare fa discorsi solitari e si pone una serie di domande sul perché dei singoli fatti, anche quelli più minuti e insignificanti, cui assiste, cui non trova mai risposte.

Va allo stadio dove si sta giocando una partita, e vede calciare un calcio di rigore che viene miseramente fallito. Fine.

Un gelido, singolare racconto, che si svolge come attraverso la successione di una serie di istantanee in bianco e nero, descritte con poche e secche parole, in una atmosfera rarefatta e quasi sonnambula: “Vide che nei frutteti le casse piene di mele venivano rovesciate nei sacchi. Una bicicletta che lo superò slittava di qua e di là nel fango. Vide due contadini darsi la mano sulla porta di un negozio; le mani erano così asciutte che le sentì frusciare. Dai sentieri campestri strisce di melma impresse dai trattori conducevano fino alla strada asfaltata. I parcheggi davanti ai negozi si svuotavano; i clienti ritardatari passavano dall’ingresso posteriore. ‘Schiuma’ ‘scorreva’ ‘giù’ per i gradini del portone. ‘Piumini’ erano stesi ‘dietro’ ‘le finestre’. Le lavagne nere con le scritte dei prezzi furono riportate nei negozi’. E via di questo passo.

Dopo questo romanzo nacque una collaborazione fra Handke e Wim Wenders, e la cosa non mi stupisce perché mi sembra di scorgere una forte affinità rappresentativa fra i due. Però il bellissimo “Nel corso del tempo” è davvero un’altra cosa.

Poronga

Jennifer Egan “Manhattan beach”

La dodicenne Anna Kerrigan -così inizia il romanzo- accompagna il padre, uomo dalla non limpida vita, a visitare Dexter Styles, un influente a affascinante capo malavitoso,  presso il quale deve svolgere una non meglio precisata commissione .

Fra Anna e il padre vi è un forte rapporto, destinato a interrompersi con la improvvisa scomparsa dell’uomo. Anna ha anche un forte rapporto con la sorella Lydia, “un miscuglio di bellezza e deformità”, e con la madre, affranta dalla fatica e dal dolore per la seconda figlia.

Siamo nel corso della seconda guerra mondiale, raccontata dal punto di vista dei cittadini americani che partecipano col lavoro e il sacrificio allo sforzo bellico (un punto di vista quindi insolito, dal momento che normalmente gli americani vengono rappresentati nei teatri di guerra, specie europei); uno sforzo cui partecipa anche Anna, impegnata con altre migliaia di ragazze nella costruzione delle navi da guerra, ma che poi, rapita dagli addestramenti che i palombari svolgono nel porto dove lavora, diventa palombaro essa stessa -il primo palombaro donna- sconfiggendo lo scetticismo maschile da cui è circondata.

Parte di qui una lunga e complessa vicenda, che credo abbia molto impegnato Egan, come ad esempio si capisce dal grande sforzo di documentazione circa il periodo e circa quanto narrato; per esempio E. mostra una conoscenza sorprendente di tutto quanto (attrezzature, tecniche, rischi ecc.) concerne il mondo delle immersioni umane.

Detto questo, io il perché di questo romanzo, che segue il molto più riuscito “Il tempo è un bastardo”, Pulitzer 2011, non è che lo abbia capito molto, e mi è sembrato nel complesso  una cosa poco riuscita e poco incisiva, che già faccio fatica a ricordare.

Poronga

Isabel Allende “La casa degli spiriti”

 

Per Alba che aveva vissuto fino ad allora senza avere sentito parlare di peccato né di buone maniere da signorina, ignorando il limite tra l’umano e il divino, il possibile e l’impossibile, vedendo passare per i corridoi uno zio nudo che faceva esercizi di karate e un altro sepolto sotto una montagna di libri, suo nonno che distruggeva a bastonate i telefoni e i vasi sula terrazza , sua madre che se la squagliava con la sua valigetta da pagliaccio, e sia nonna che muoveva il tavolino a tre gambe e suonava Chopin senza aprire il piano, la vita in collegio era sembrata insopportabile”.

Questo passo a circa tre quarti del libro ne sintetizza il centro narrativo, rappresentato dalla famiglia dei Trueba e, al suo interno, dagli incontrastati protagonisti del romanzo: Esteban, uomo vulcanico, prepotente, collerico e infaticabile, che trasforma in oro tutto quello che tocca, e la sua adorata sposa Clara (cui peraltro in un accesso d’ira non esita a mollare uno sganassone che le fa cadere i denti, e da allora Clara non gli rivolgerà mai più la parola pur restando al suo fianco), una specie di angelo distratto dai poteri paranormali, allegra e candida, “che non sopporta le disgrazie”, capace di rassicurare sua figlia circa l’esistenza in vita del suo innamorato “Perché l’ho sognato” (ovviamente il sogno è esattissimo).

Nel contesto di questa saga familiare, che percorre quattro generazioni, la storia cilena che segue il graduale passaggio da una società rurale dominata in modo incontrastato dai padroni, di cui Esteban è iconico esempio, al socialismo di Allende, fino alla sua caduta, che vede ancora Esteban -forse, sia pur di poco rispetto a Clara la figura più riuscita del romanzo- fra i suoi protagonisti.

Il romanzo si iscrive a pieno titolo nel “realismo magico” sudamericano, in delicato bilico fra la storia, anche quella più sanguinosa, e una atmosfera soprannaturale ma discreta.

E’ stato un piacere rileggere questo romanzo che al suo apparire, negli anni ’80, lessero proprio tutti.

Di Allende ho in seguito letto un altro paio di libri, ma non mi pare si sia mai ripetuta ai livelli di questo suo romanzo d’esordio.

Poronga