Dino Buzzati “Il deserto dei tartari”

buzLa storia, narrata con non comune e accattivante semplicità ed efficacia stilistica e con tono quasi notarile, è quella del tenente novizio Giovanni Drogo, la cui prima destinazione è una fortezza posta su uno sperduto confine.

Drogo al suo arrivo, al di là della delusione per la modestia del presidio, percepisce subito l’inesplicabile magnetismo della fortezza cui tuttavia potrebbe subito sottrarsi (i superiori gli dicono che può andarsene quando vuole); ma per una apparentemente innocua quanto fatale esitazione decide di rimandare di qualche mese la partenza che, in seguito, non avverrà più.

Avvinto dalla fortezza e dall’ipnotico scandirsi dei suoi riti quotidiani, Drogo perde gradatamente i contatti col suo vecchio mondo, che percepisce ormai essergli divenuto estraneo ed indifferente.

Condivide invece appieno la vita dei soldati del presidio, tutti tesi ad aspettare un attacco proveniente dal “deserto dei tartari” (che neppure si sa perché si chiami così), tale da dare un senso, riscattandola, alla fortezza ed alle tante vite, passate e presenti, che lì si sono consumate esaurendo i propri slanci, desideri, aspirazioni.

Ovviamente questa attesa spasmodica e beffardamente alimentata da piccoli quanto a vaghi segni – esemplare l’episodio della strada costruita da un invisibile nemico per anni e anni e poi lasciata inspiegabilmente lì, inutile ed abbandonata – viene sempre delusa; e per ironia della sorte l’allarme più serio scatta quando Drogo, ormai vecchio e consumato, è costretto a letto, ammalato.

Il libro è una potente metafora, posta al di fuori del tempo e della storia, sulla inutilità del vivere e sulla condizione dell’uomo che assiste impotente al vano scorrere del tempo che consuma e delude speranze e attese.

Protagonisti non sono solo gli uomini, ma anche i silenziosi testimoni (la luna, il sole, le pietre, il deserto) di questa vana attesa che si dibatte entro atmosfere a seconda delle stagioni plumbee o abbacinanti, ma ugualmente inflessibili e senza speranza.

Debbo dire che ho trovato questo libro bello, ma non entusiasmante, ma credo dipenda soprattutto da questioni di gusto e carattere.

Mi hanno comunque colpito le atmosfere rarefatte, talora quasi metafisiche, l’aleggiare di misteriosi ed oscuri presagi, segno della presenza di forze inafferrabili e fatali. Il tutto però rende il romanzo molto freddo e, almeno per me, distante.

Poronga

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