Georges Simenon “La casa dei Krull”

kr.pngScrivo questa recensione per mettere sull’avviso gli Asinisti, e per ribadire un mio disaccordo ormai cronico col critico letterario del Corriere, Antonio D’Orrico, che sulla Lettura di questa settimana dà a questo libro un 10 tondo tondo. Io avevo dato invece una sufficienza molto risicata. D’Orrico definisce Simenon ” un grandissimo scrittore e per molti motivi, uno dei quali, e non il meno importante, è la sua maestria nell’uso del punto esclamativo “. Nel caso specifico, la maestria si dimostra nel dire che nessuno si preoccupa di sapere dove è stata sepolta una povera disgraziata… ” Nemmeno sua madre! ”  Accidenti !!!!! ( i punti esclamativi sono miei: apprezziamo la modestia di D’Orrico, che per non mettersi all’altezza del maestro conclude la sua frase senza punto esclamativo ).

Vedo che Simenon è stato spesso recensito sull’Asino, e in genere favorevolmente. Pur apprezzandolo per certi aspetti – ma non scherziamo, se i voti hanno un senso il 10 riserviamolo per quelli veramente grandi: se diamo 10 a Simenon, che voto dobbiamo dare a Dostoevskij, Gogol’ Mann, Saramago ecc. ecc. ? – a me è capitato di parlarne due volte, una malissimo ( I Fratelli Rico ) e una discretamente ma senza entusiasmo ( I clienti di Avrenos ). Non nego però che altri suoi libri mi sono piaciuti, e in genere apprezzo la sua abilità nel creare trame interessanti e la sua facilità di scrittura, che si trasforma in facilità di lettura per il lettore. Pregi che si trovano anche in questo romanzo, assieme però a molti difetti che tutto sommato fanno pendere la bilancia per un giudizio negativo.

Non parlerò della trama, che potrete trovare nella recensione di D’Orrico, e devo dire che la riassume molto bene – probabilmente aveva un buon insegnante di lettere alle scuole medie, fortuna che è capitata anche a me – ma devo dire che non basta trattare temi importanti – in estrema sintesi, l’odio per gli stranieri – per scrivere un grande romanzo. A me è parso che il tema centrale non sia approfondito ma solo ” appeso “, i personaggi poco interessanti e poco credibili. La figura che vorrebbe essere più profonda ed enigmatica, quella del padre taciturno, ricorda, parafrasando Nanni Moretti, il dilemma: mi si nota di più se dico tre parole in un mese o se non dico neppure quelle? Il protagonista è un avventuriero che non ha spessore neanche nel male, e l’unica caratteristica che sembra davvero approfondita è quella di sciupafemmine, che serve a Simenon per descrivere, come spesso fa, una sessualità morbosa e sfogare quelle che erano sue fobie nella vita reale che a volte, nei suoi libri, diventano fastidiose.

Per chiudere con una nota positiva, devo dire che le ultime pagine sono le migliori: mentre l’accumularsi dell’odio sopito per la famiglia straniera non è a mio avviso svolto in modo incisivo, lo scoppiare di quest’odio che si trasforma in violenza è invece descritto bene e riscatta in parte il libro. Insomma, si fa leggere, ma non lascia dentro quasi nulla.

Traddles

 

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Georges Simenon “Il grande male”

simSono un appassionato di Simenon, (soprattutto, ovviamente, dei suoi romanzi e meno dei gialli, che comunque considero piacevoli e di buona qualità) a questo breve romanzo non ha tradito le mie aspettative.

Francia della provincia, dintorni di La Rochelle, ambiente di confine tra campagna e oceano, lavori nei campi, coltivazioni di cozze, pescherecci che scaricano pesce e l’immancabile bistrot nella piazza del paese, fulcro della vita di tutti gli abitanti. Si sente odore di alghe e di fieno tagliato.

Simenon in questo genere di costruzioni è un vero maestro, sarebbe stato un ottimo regista per la sua capacità di evidenziare dettagli che nell’insieme creano un ambiente assolutamente realistico e vivo.

Una famiglia composta da quattro donne, una vicenda cruda ed agghiacciante, un destino segnato per madre e figlie legate da una relazione soffocante e perversa.

Simenon traccia i profili delle quattro donne con la consueta sapiente capacità di scavare nell’animo umano e ci narra una storia psicologicamente contorta, fatta di perbenismo ipocrita, violenza nascosta e capacità di sopravvivere nel male.

La madre in particolare , perno del romanzo, possiede una freddezza fuori dal comune e mantiene una dignità orgogliosa e drammatica, nel disastro di cui è responsabile. Autoritaria, formale, psicologicamente violenta, tiene sotto il giogo le figlie di cui apparentemente sembra occuparsi amorevolmente. E’ un personaggio decisamente complesso.

Il destino è segnato, finirà male. Per tutte, tranne per la più giovane delle figlie, che grazie al suo equilibrio e ad un amante intraprendente e sincero, sarà capace di rompere l’inscindibile legame e fuggire verso una vita normale e serena.

Per la madre invece, pur nel dramma, il destino sarà molto meglio di quello che si sarebbe potuto immaginare: per lei infatti avrebbe potuto esserci un finale veramente tragico.

Non sarà così….e qui vorrei citare il nostro amato Woody Allen che diceva “ i cattivi devono aver capito delle cose che i buoni sono ancora ben lontani dallo scoprire…”.

Un buon romanzo, ricco di spunti su cui riflettere, che lascia un sapore molto amaro, anche se la vita intrapresa dalla figlia minore, ci rivela benevolmente che in qualche rara occasione, un animo gentile può riuscire ad affrancarsi dalle miserie umane.

Mr.Maturin

Georges Simenon “Il piccolo libraio di Archangelsk”

simAvendo accanto un grande estimatore di Simenon che ne possiede l’opera omnia o quasi, ho finito per leggere, un paio di anni fa, un Maigret, di cui temo di non ricordare nemmeno il titolo, e che tutto sommato mi ha deluso e, ora, Il piccolo libraio di Archangelsk, che invece mi ha letteralmente entusiasmato.

Mi aspettavo un giallo, ben scritto magari, ma pur sempre un libro di genere, mentre Il piccolo libraio è qualcosa di molto diverso. Sin dalla frase d’apertura, magistrale, bellissima, Simenon smonta il meccanismo della suspense e introduce il lettore nel mondo interiore di un uomo che finirà vittima della propria mitezza. Anche per chi è sempre stato abituato a incassare e muoversi attraverso la vita, e l’esistenza degli altri, in punta di piedi, a capo chino, con gli occhi bassi, può, infatti, giungere il momento in cui il carico di dolore si fa troppo grande, inumano, insopportabile.

La storia del piccolo libraio è un capolavoro di finezza psicologica e di eleganza di tratti. Simenon non è uno scrittore di gialli. È uno scrittore, e basta. E il tono sommesso e quasi commosso con cui è raccontata questa storia è solo di un grande scrittore.

la signora nilsson

Georges Simenon “La scala di ferro”

si.pngAdelphi continua con ritmo serrato la pubblicazione di tutti i romanzi di Simenon. Forse sarebbe meglio che offrisse ai lettori italiani soltanto i migliori, ma questo vale senz’altro la pena di leggerlo. Étienne e Louise sono sposati da 15 anni. Prima di sposarsi hanno avuto una breve relazione da amanti, lui giovane ventiquattrenne, lei già matura dark lady trentenne sposata. La morte del marito di lei ha spianato la via. I due conducono una vita estremamente monotona e abitudinaria: lei gestisce una cartoleria ereditata dal padre nel cuore di Montmartre, lui lavora con lei visitando clienti e fornitori. Abitano in un appartamento sopra il negozio, al quale si accede attraverso la scala di ferro del titolo, che ha un ruolo importante nel separare i due mondi e nel fornire al marito un minimo di autonomia dalla presenza costante della moglie. Di rado escono per un cinema o un ristorante, e comunque sempre da soli. Unica occasione sociale, una sera la settimana, sempre la stessa, il giovedì, ricevono a cena una coppia di amici di Louise con i quali poi passano la serata giocando a carte. Per il resto bastano a se stessi in una relazione molto carnale ( ” Ci siamo accaniti a far sì che il nostro letto diventasse il nostro universo ” ).

La monotonia di quindici anni di matrimonio sempre uguali viene spezzata da una malattia del marito, o meglio un malessere indefinito. Étienne visita diversi medici all’insaputa della moglie, tiene addirittura un diario segreto dove annota le sue crisi e cosa aveva mangiato prima di esse, e poco a poco si convince che Louise lo sta avvelenando. Il motivo? Potrebbe avere un giovane amante. A quel punto Étienne ripensa alla loro vicenda di quindici anni prima, a quando lui era il giovane amante, e il primo marito morì improvvisamente e misteriosamente.

Non dirò se i sospetti di Étienne, tanto sull’avvelenamento quanto sull’amante, siano fondati o meno. Quello che importa è che qui abbiamo Simenon al suo meglio, nella capacità di creare suspense e di scavare nella psiche umana, in un rapporto morboso in cui da un lato il marito sospetta le cose peggiori sulla moglie e scende nel proprio inferno personale di dubbi, paure e angosce; dall’altro nonostante tutto non sa staccarsi da lei né immaginare una vita senza di lei. Pochi come Simenon sanno creare atmosfere inquietanti e offrire indagini psicologiche acute sugli aspetti più nascosti della psiche.

P.S. I due coniugi, a parte un’intensa attività sessuale, hanno poche distrazioni. Però sono dei forti lettori, soprattutto lui. Simenon come sempre è spietato e dà a me personalmente un grande dispiacere, mostrando che neppure l’amore per i libri può riscattare da una vita miseranda. La mia unica consolazione è che i due, da bravi Francesi, leggono solo scrittori francesi. Chissà, se avessero provato coi Russi o con gli Inglesi …

Tiresia

Georges Simenon “Il grande male”

simAl giorno d’oggi forse parlare male delle suocere è politicamente scorretto, ma che direste di una suocera che, simulando un incidente, scaraventa il genero giù da una finestra? Per di più con la certezza di farla comunque franca, visto che il poveraccio era svenuto per una crisi epilettica. E infatti è proprio lei a prendere in mano la situazione con grande energia: organizza i soccorsi, chiama un medico, sembra voler fare di tutto per salvare la vita al genero.

La signora Pointreau, protagonista di questo romanzo che suscitò l’ammirazione di Gide, è una donna fredda e determinata: ” Si intuiva che lì, a casa della figlia e del genero, comandava lei, come del resto ovunque andasse. Non alzava mai la voce. Non faceva scenate. Ma prendeva le redini di una casa con la stessa freddezza con cui un ufficiale si pone alla testa di un battaglione “. Rimasta vedova con tre figlie, ha dovuto vivere in grande povertà, e l’omicidio del genero, che ha sempre disprezzato, è un modo per garantire a sé e alle figlie un minimo di agiatezza. In questo romanzo tutti i personaggi notevoli sono femminili: oltre alle figlie, c’è una domestica pazza, ma che, come spesso succede ai pazzi, vede e dice cose che agli altri sfuggono.

Ad un certo punto, sembra che qualcuno abbia visto come si sono svolti veramente i fatti, ed allora sulle quattro donne, prima della mano della giustizia, cala implacabile l’ostracismo di vicini e conoscenti; ma, naturalmente, non è senso della giustizia, ma giustizialismo. Come spesso in Simenon quando disegna piccole comunità arcaiche, colpisce la totale mancanza di senso morale: non solo non ne ha l’assassina, ma neppure l’accusatore, che in realtà non ha visto nulla e arriva ad accusare se stesso di complicità pur di togliersi una vendicativa soddisfazione, e tanto meno il padre dell’ucciso, al quale ben più della morte del figlio interessa riappropriarsi delle proprietà. Hanno invece grande importanza, anzi dominano totalmente, le convenzioni sociali, per quanto sordide e ipocrite.

Alla fine le tre figlie, schiacciate dall’esuberante personalità della madre, reagiranno in modo diverso, e soltanto una riuscirà ad affrancarsi. L’amara conclusione ce la offre Simenon: ” Alcune galline si ostinano a rimanere nell’ombra calda del nido anche quando le uova si sono schiuse. Altre covano ancora con le ali un pollo ormai grande come loro. ” Una gran tristezza: non è certo un libro che vi tirerà su il morale, ma vi darà da pensare.

Tiresia

Georges Simenon “Il pensionante”

pensioMolti pensano che Simenon sia francese, ma in realtà è belga, anche se ovviamente molti suoi libri sono ambientati in Francia. Questo è, credo, uno dei pochi ambientati in Belgio. Il protagonista è Nagéar, un trentacinquenne turco di cui non si sa nulla se non che è venuto a Bruxelles per un affare che non va a buon fine, si trova a corto di denaro per sé e per la sua esigente amante, una entraineuse che ha conosciuto durante il viaggio in nave. Casualmente viene a sapere che un uomo d’affari olandese riceve un pagamento in contanti, nemmeno una gran cifra. Lo segue sul treno che da Bruxelles va a Parigi, lo uccide brutalmente con una chiave inglese e lo deruba. Il denaro gli servirà a poco, viene subito a sapere che le banconote, di grosso taglio, sono registrate. Torna a Bruxelles dalla amante, che nella speranza di cavarne ancora qualcosa lo manda in una pensione gestita dalla madre in una cittadina belga. Qui resta solo pochi giorni: il delitto è stato talmente maldestro che le due polizie, belga e francese, collaborando arrivano ben presto alla soluzione del caso. Nagéar sente il cerchio stringerglisi intorno, ma è incapace di reagire, resta abbarbicato alla sua pensione come una lumaca nel suo guscio o un bambino che pensa di potersi nascondere con la strategia dello struzzo. L’arresto è inevitabile e lo attende un destino da deportato.

Ciò che colpisce in questo romanzo è la totale mancanza di senso morale: non solo nel protagonista, che non prova nessun rimorso, sembra non rendersi conto di cosa voglia dire uccidere, ma anche negli altri personaggi: dalla sua amante, che è stata vicina a diventare amante dell’ucciso ma è totalmente indifferente al destino di entrambi, alla padrona della pensione, che addirittura gli si affeziona come a un figlio. Anche gli altri pensionanti assistono alle vicende come se guardassero un film, senza sentimenti, nemmeno quello del tutto naturale di provare almeno paura nel dividere un tetto con un assassino. E l’arresto viene visto come un epilogo inevitabile, al quale Nagéar non cerca neppure di sottrarsi, e gli altri fanno da sfondo senza nessuna partecipazione emotiva.

A me Il pensionante ha fatto venire in mente Lo straniero di Camus. Direte che sto paragonando il Kilimangiaro col Terminillo, e non ho la minima idea se Camus conoscesse questo libro, ma ci sono alcune analogie. Scritti a distanza di 9 anni da due scrittori ancora neppure trentenni, uno nel 1933 nel pieno della Grande Crisi, l’altro  nel 1942 nel pieno della guerra, esprimono in modo atroce e disperato il senso dell’assurdità della vita.

Tiresia

 

 

Georges Simenon “L’angioletto”

angioQuesto è un libro un po’ diverso da tutti gli altri, numerosissimi, scritti da Simenon. Generalmente lui descrive la piccola e media borghesia francese, avida e meschina, o il sottobosco della malavita. Qui invece c’è uno scenario di estrema povertà – per certi versi ricorda Le ceneri di Angela, ma in Francia al contrario dell’Irlanda non si arriva alla morte per fame. Siamo nella Parigi di inizio ‘900, la prima scena è già un pugno nello stomaco: una madre senza marito, con sei figli, vive in un’unica stanza. Un lenzuolo divide in due lo spazio, da una parte la madre, come spesso succede, fa l’amore con compagni occasionali, dall’altra i figli spiano dai buchi nel lenzuolo. Il maggiore, 11 anni, costringe ( o induce? o convince? non si capisce bene, il contesto è talmente animalesco che non si può neppure parlare di incesto o di stupro ) la sorella di 9 a replicare quello che avviene al di là del lenzuolo, incuranti della presenza di altri quattro fratelli, da due gemelli di 7 o 8 anni al protagonista di 5, Louis, a una neonata. La neonata presto morirà, segnando profondamente la vita e i ricordi di Louis.

Dopo questa descrizione iniziale di degrado, ci si potrebbero aspettare terribili tragedie. Invece, la madre è comunque una figura positiva e responsabile, che riesce da sola col duro lavoro a provvedere ai cinque figli ed offrire a ciascuno di loro una opportunità, che sta a loro cogliere. Per ovvie ragioni di spazio mi concentrerò sul protagonista, lasciando gli altri quattro figli ai loro variegati destini. Louis è l’unico che va bene a scuola e avrebbe l’opportunità di proseguire gli studi, ma preferisce smettere e iniziare presto a lavorare nello stesso ambiente della madre, i Mercati Generali di frutta e verdura. E’ anche l’unico che continua a vivere molto a lungo con la madre, sviluppando un rapporto di grande sentimento e intimità, senza mai cadere nel morboso. Ha un carattere pacato, che gli fa accettare praticamente tutto, senza mai esprimere desideri o pareri ben precisi ( la sua espressione preferita è ” non lo so ” ). Ma questo suo attraversare la vita in modo così lieve è dovuto al suo eccezionale talento artistico, che scopre quasi per caso, diventando un grande pittore senza alcuna formazione e addirittura senza neanche conoscere gli altri pittori, totalmente da autodidatta.

Nelle ultime pagine lo vediamo ormai settantenne, viene chiamato Maestro, ma non ha fatto altro che seguire il suo talento, ripensando e mettendo sulla tela le sue esperienze, soprattutto quelle della prima infanzia. E alla domanda ” qual è l’immagine che ha di se stesso? ” la risposta, naturale e inevitabile, è ” quella di un ragazzino “.

Un romanzo interessante, originale anche per chi già conosce Simenon.

Tiresia

Georges Simenon ” Iclienti di Avrenos”

avrenosDi Simenon avevo recensito I fratelli Rico, dicendone tutto il male possibile, e più in generale ribadivo che mi piacciono i suoi romanzi ambientati in Francia ma non quelli all’estero, soprattutto quelli americani. Qui non siamo né in Francia né in America, ma in Turchia, però tutto sommato mi sembra catalogabile fra i suoi romanzi ” francesi ” perché è francese il protagonista e le atmosfere sono, se non francesi, diciamo ” coloniali “.

Siamo nella Istanbul degli anni Trenta. Il protagonista svolge le funzioni di ” dragomanno ” ( chi si ricorda più questo termine? ) presso l’Ambasciata francese, ma sostanzialmente è un nullafacente squattrinato, sempre in procinto di tornare in patria ma in realtà incapace di prendere decisioni. Nullafacenti, ma ricchi, sono anche i personaggi minori che incontriamo in una Istanbul esotica e decadente, dove si passa il tempo bevendo alcool e fumando hashish. Ma il personaggio forte del libro, dove Simenon dà il meglio della sua arte, è una entraineuse non ancora diciottenne, neppure granché bella, ma con una irresistibile carica erotica, che seduce tutti gli uomini che incontra e ci gioca senza mai dar loro soddisfazione. In quegli anni non c’erano le complicazioni diplomatiche e il politicamente corretto di oggi, e Simenon le fa passare addirittura una notte con Ataturk! ( allora ancora vivente ). E’ un episodio appena accennato, per mettere in rilievo la carica seduttiva della ragazza ma immaginatevi una cosa simile oggi! Se poi avete pensato a Ruby, non vi biasimo, ma non c’entra niente, e comunque Simenon non è mica Nostradamus!

Tornando al romanzo, la ragazza, avendo avuto un’infanzia poverissima, è attratta dalla ricchezza, ma forse per desiderio di rivalsa prova un sadico piacere nel sedurre e usare come burattini gli uomini ricchi che cedono al suo fascino, ma è a sua volta attratta in modo ambiguo dal protagonista squattrinato. Ad un certo punto entra in scena il terzo personaggio importante, una ragazza poco più vecchia dell’altra, di famiglia molto ricca, molto tormentata. Si crea così il classico triangolo, e nel contrasto fra le due ragazze, una poverissima e senza famiglia, l’altra ricchissima, avvengono tutte le complicazioni che possiamo immaginare, e risalta la mediocrità umana e morale del sempre più indeciso protagonista.

Per concludere, è un buon libro per una lettura estiva; non mi sembra uno dei suoi migliori – del resto, ne ha scritti talmente tanti! – però merita attenzione per i tre protagonisti, tipi umani interessanti, e per l’atmosfera torbida e decadente di un mondo incerto su se stesso, e in queste atmosfere Simenon è veramente un maestro.

Traddles

Georges Simenon (partendo da “I fratelli Rico”)

SIMENONNon vi consiglio affatto di leggere questo libro. E’ uno sgangherato romanzo di mafia italo-americana, con personaggi dai nomi assurdi come Boston Phil e una trama inconsistente. Ma approfitto della sua recente pubblicazione da parte dell’Adelphi, che sta pubblicando tutti o comunque moltissimi dei suoi romanzi, per parlare di Simenon, e anche un po’ di politiche editoriali.

Simenon era uno scrittore bulimico – a chi può interessare era bulimico anche in fatto di sesso, ma questa è un’altra storia -, ha scritto almeno 400 romanzi ( il numero esatto non si sa, perché scriveva spesso sotto pseudonimo ) fra Maigret e altri. Scriveva un romanzo in una o due settimane, e non si può non ammirare questa incredibile facilità di scrittura. Che si riflette in una similare facilità di lettura: i suoi libri si leggono con grande agio e generalmente con piacere.

Io ho cominciato, per la verità molto scettico, con ” La neve era sporca “, che mi è piaciuto molto, e da allora continuo col ritmo dell’Adelphi che traduce due o tre libri l’anno ( intendo i non-Maigret, di Maigret non ne ho letto nemmeno uno ). Alcuni mi piacciono parecchio, altri meno e ho capito che Simenon è bravissimo nel descrivere la piccola borghesia contadina e mercantile francese – lui che fra l’altro era belga – le piccole storie sordide, i personaggi meschini, le invidie, le ripicche, le gelosie, le vendette, le viltà, le perfidie…. C’è poi una serie di romanzi ambientati in America, e questi per me sono meno belli, se non addirittura brutti . Storie di gangster che sembrano voler imitare maldestramente gli scrittori americani di genere.

Simenon ha scritto talmente tanti libri che non voglio citarli, ma se qualche Asinista vuole fare dei commenti su singoli titoli, o vuole semplicemente dei consigli, sarò lieto di rispondere. Comunque, in linea di massima, consiglio di leggere solo i suoi libri ambientati in Francia.

Veniamo adesso alla Adelphi, che ha un catalogo di notevole prestigio, e grande merito va riconosciuto al suo padre-padrone Calasso. Oltre a classici di ogni epoca, ha fatto conoscere al pubblico italiano autori di nicchia ma che a me piacciono molto – farò solo quattro nomi ma ce ne sono diversi altri: Perutz , Lernet-Holenia , Gotthelf e Agnon . In alcuni casi ha lanciato anche a livello internazionale autori poco conosciuti che poi sono diventati di culto, come Màrai o Némirovski. Nel caso dello stesso Simenon, sta traducendo molti romanzi di buono e a volte ottimo livello. Però a mio avviso lo scopo di una collana come la ” Biblioteca Adelphi “non è quello di pubblicare l’opera completa di Simenon, come si potrebbe fare per scopi accademici n collane rivolte agli specialisti, ma di pubblicare buoni libri. Inserire un titolo in una collana rivolta al pubblico generico è anche un modo di avallarlo, segnalando ai lettori che questo è un libro che vale la pena di leggere…

Non credo che si renda un buon servizio pubblicando tutto indiscriminatamente, anche romanzacci come questo. E, senza voler insegnare il mestiere a chi ha dimostrato di saperlo fare quasi sempre molto bene, non si fa neppure l’interesse della stessa casa editrice: a chi leggesse questo libro come primo di Simenon, probabilmente passerebbe la voglia di leggerne altri, e invece vale certamente la pena di farlo. Scegliendo bene cosa leggere.
Traddles