Cormac McCarthy “La strada”

mc.pngDopo averne accennato non posso esimermi dal parlare di quello che credo sia il libro più bello e impressionante che ho letto negli ultimi anni.

Un uomo e il suo bambino, stanchi e senza neanche più la forza per essere disperati, trascinano le loro poche e misere cose su un carrello del supermercato e cercano di andare al sud, perché fa freddo e morirebbero.

Non si sa cosa è successo: è tutto bruciato -cenere ovunque- , non ci sono più animali, neppure un filo d’erba è sopravvissuto; morti incartapecoriti ovunque, desolazione  e disfacimento, non si sa perché, non si sa come, non si sa quando.

Le strade liquefatte e poi risolidificatesi in modo informe sono battute da bande di uomini imbelviti.

I due vivono alla giornata, dormono dove possono, mangiano quel che trovano, hanno una pistola con solo due colpi, più per uccidersi alla bisogna che per difendersi.

Insomma, “Cecità” di Saramago, che questo libro ricorda e a cui questo libro secondo me è senz’altro superiore, a confronto è una passeggiata di salute.

Eppure in questo inimmaginabile, aspro e disperato inferno c’è ancora qualcosa di sublime: l’amore dell’uomo per il figlio e soprattutto la disarmante innocenza di questo bambino, che chiede al padre continua rassicurazione sul fatto che loro sono “i buoni”, che non ammazzeranno nessuno, che non fanno torto a nessuno.

Anche quando il padre, un vero leone di coraggio, forza morale e capacità, trova un bunker pieno di ogni bendidio il bambino vuole garanzie che non stanno facendo nulla di male, che quella è roba appartenuta a gente che non può più servirsene.

E poi ci sono i dialoghi fra i due: toccanti, più che essenziali, meravigliosi.

Dobbiamo andare avanti, disse l’uomo. Forza.

Non ci vedo.

Lo so. Facciamo un passo per volta.

Ok.

Non mi lasciare la mano.

Ok.

Qualunque cosa succeda.

Qualunque cosa succeda.”.

E’ un libro scabro, essenziale, affilato.

E’ un libro che racconta quello che ci prega di non diventare, e che purtroppo gli uomini talvolta sono già stati.

Non commuoversi credo sia impossibile.

Il mondo che conosciamo e irrimediabilmente perduto. C’è un senso di irreparabilità totale.

Il finale è veramente lancinante, ma alla fine McCarthy lascia un piccolo barlume di speranza.

È una vera ingiustizia che uno scrittore così non riceva il Nobel; passi Modiano, meglio Aleksievic, ma McCarthy e tutta un’altra cosa.

Poronga

Cormac McCarthy “Cavalli selvaggi”

cormacE’ il primo dei tre romanzi che formano la “Trilogia della frontiera” , ed è formidabile.

La frontiera è quella fra gli Usa e il Messico, l’ambientazione agli inizi degli anni ‘50.

John Gready Cole, 17 anni, ha appena perso l’amato nonno; assieme al suo amico Rowlins, in sella ai rispettivi cavalli, decidono di andare oltre confine. Durante il viaggio incontrano un ragazzo di 13-14 anni, Blevins, che monta un magnifico cavallo.

Il racconto fluisce lento e avvincente con grandi momenti (ad esempio la narrazione di come i due ragazzi, davanti a un pubblico incredulo e crescente, domano un’intera mandria di cavalli).

Non anticipo nulla per non rovinare il piacere della lettura; dico solo che McCarthy costruisce e dà vita a un grande “eroe”. John Grady è un ragazzo, ma è già un uomo, essenziale in tutto. Un personaggio di sommesso quanto forte magnetismo e carisma che serve egregiamente una epopea-western asciutta e solenne.

I bellissimi dialoghi, secchi ed efficaci, sono il migliore marchio di fabbrica di McCarthy, ma bellissimo e anche ciò che racconta: ad esempio la simbiosi fra uomo e cavallo (John Grady letteralmente gli parla, come quando spiega al capo-branco cosa farà per domarlo), ma anche i rapporti fra uomini duri, alteri, laconici.

Comunque ciò che più mi ha colpito in tutti e tre i libri della “Trilogia” (questo comunque per me è il più bello) è il senso innato e felicissimo che McCarthy ha per l’epopea, l’epica; davvero una cosa maestosa, che tra gli autori moderni mai ho visto in misura neppure paragonabile.

Menzione speciale per la prefazione alla “Trilogia” (in volume unico) del solito Baricco, veramente bravo.

Poronga

Cormac Mc Carthy “Suttree”

cormacMc Carthy è davvero un grande. Questo libro del 1979, uscito in Italia, chissà perché, solo 40 anni più tardi, mantiene tutte le promesse di uno che ha scritto “La strada”, “Cavalli selvaggi”, “Meridiano di sangue”…

Suttree è il nome di un pescatore, un uomo vero, che vive su una casa galleggiante, rispettoso dell’ambiente e del prossimo, che ha un numero inverosimile di amici veri,  persone magari  molto improbabili se prese singolarmente, , ma che paradossalmente nel contesto e nella narrazione disegnano un insieme, un modo di vivere, un “sottouniverso” a suo modo verosimile e coerente. Si tratta di una umanità ai margini, che vive in posti inimmaginabili per la insalubrità e la precarietà che ispirano al lettore, che si arrabatta a vivere anche inseguendo sogni, e aiutandosi con espedienti anche incredibili, ma sempre in un modo che potremmo certamente definire fondamentalmente “onesto”. Una umanità con la quale Suttree  sa instaurare e mantenere relazioni solide e profonde, di quelle che restano vere in qualsiasi circostanza e a dispetto di qualsiasi esperienza apparentemente negativa, esperienze che si dipanano in mezzo ad avventure allo stesso tempo incredibili e verosimili. E spesso esilaranti, ma per niente “insopportabilmente tristi” come viene definita l’opera in quarta di copertina da un certo Stanley Booth. Il mistero per me più grande  nella scrittura di McCarthy è come lui riesca a descrivere ciò di cui parla in un modo dettagliato, preciso, univoco, ti “fa vedere” le cose di cui parla, senza mai sfiorare la ripetitività o la ridondanza. Anche se non c’entra niente, mi ricorda la analoga capacità di David Foster Wallace, e mi pare di entrare davvero nell’olimpo degli scrittori.

Una citazione a parte merita la traduttrice Maurizia Balmelli, che ha saputo rendere in modo mirabile la prosa di McCarthy…. magari è per questo che ci hanno messo 40 anni a pubblicarlo J ; e a me  pare molto probabile che,  nel tentativo riuscitissimo di tener dietro a quel diavolo  scatenato dell’autore, la traduttrice si sia dovuta inventare di sana pianta diverse parole … ce ne sono di stranissime… da cercare su internet per chi ne ha voglia… Un libro da leggere!

Queste  le righe finali, a pag. 560:  “Un enorme e magro segugio era sbucato dai prati lungo il fiume come un cane degli abissi e fiutava il punto in cui Suttree aveva sostato. Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno*, sbavanti e feroci, cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo. Fuggili.”

Un capolavoro nel capolavoro: McCarthy non lo sa, ma sembra una citazione di Fabrizio De Andrè.

*Il libro è scritto tutto in terza persona. Quindi” li ho visti” si riferisce a McCarthy stesso.

Silver 3