Cesare De Marchi “Il talento”

de.pngChi ha apprezzato “La vita agra” di Bianciardi credo potrà apprezzare anche questo libro. Non che i due romanzi siano equiparabili -quello di Bianciardi è di altro livello e ha anche un valore di denuncia e critica sociale che l’altro non ha-, però li accomuna il fatto di avere per protagonista un uomo sostanzialmente solo ed ai margini.

Carlo racconta la sua vita a partire dall’infanzia, e si definisce un “omesso”, figlio non voluto e segnato da una madre anaffettiva e un padre insignificante. L’unico rapporto affettivo pieno che Carlo riesce a costruire in casa, anzi in tutta la sua vita, è quello con  Sandro, il suo fratello “maggiore-minore” affetto dalla sindrome di Down.

Carlo non riesce in nulla: non finisce il liceo, svolge (male) una serie di lavori (correttore di bozze, addetto al confezionamento di pacchi alla Standa, bidello) che si concludono tristemente in una casa editrice che dalla dilettantesca produzione di enciclopedie passa alla pornografia; ha grazie la sua avvenenza e al fatto che “ci sa fare” una serie di donne ma con un bilancio desolante, non ha amici salvo un filibustiere che lo coinvolge in uno sconclusionato affare; non è neppure capace di mettere a frutto una più che cospicua vincita alla roulette. Bello il finale.

De Marchi è un buon narratore, scrive bene e questo è complessivamente un buon libro, non privo di una sua originalità. Premio Campiello 1998.

Poronga

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