Marilynne Robinson “Gilead”

Il Reverendo ultrasettantenne John Ames, che sente vicina la fine della sua vita, scrive una lunga lettera al figlio di sette anni, che occupa l’intero romanzo, e che rappresenta una sorta di testamento spirituale.

Sia il padre che il nonno di John Ames erano a loro volta pastori, non ho capito bene di quale confessione religiosa, e nella religione si è svolta praticamente tutta la sua vita. A proposito delle Sacre Scritture per esempio racconta: “Non le ho mai sapute  come mio padre, o il padre di mio padre. Però le conosco abbastanza bene. Di certo dovrei. Quando ero più piccolo di quanto sei tu adesso, mio padre mi dava un cent ogni volta che imparavo cinque versetti ed ero in grado di ripeterli senza errore. Poi recitava un versetto sfidandomi a dire il successivo. Eravamo capaci di continuare così all’infinito“.

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Alexandre Dumas “I tre moschettieri”

Non ricordo se da ragazzo lo avevo letto; probabilmente sì, magari in una di quelle ignobili riduzioni che allora usavano.

L’ho quindi ripreso in mano, anche per concedermi una parentesi facile e rilassante, e ho fatto bene. Intendiamoci, nulla di eccezionale, anche se ci sono alcune cose frutto di scintillante inventiva e molto godibili, come ad esempio quando d’Artagnan, appena giunto a Parigi, sfida a duello l’uno dopo l’altro i tre moschettieri senza neppure sapere chi siano.

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Olga Tokarczuk “Nella quiete del tempo”

Il romanzo è ambientato a Prawiek, immaginario villaggio polacco stretto fra due corsi d’acqua, la Bianca e la Nera, nel quale si succedono le storie di tre generazioni, che passano attraverso le due guerre mondiali con tutto il carico di sofferenze che ciò comporta.

Sinceramente non so che dire di questo romanzo, dai toni mistici, simbolici e quasi onirici, in cui grande parte hanno i funghi, gli alberi e il mondo vegetale in genere; forse solo che questo tipo di letteratura, così lontano dalla mia sensibilità, decisamente non fa per me, tant’è che a distanza di pochi giorni mi ricordo pochissimo.

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Pietro Roberto Goisis “Nella stanza dei sogni”

Una stanza, due persone. Intrecci di pensieri ed emozioni che, incontrandosi, costruiscono insieme la cura. Questo, e tanto altro, è ciò che avviene nella stanza di analisi. Luogo dello spazio e della mente da sempre misterioso e imperscrutabile, di cui si può parlare e scrivere per ore, mesi, anni, ma che solo quelle due persone lì presenti nella stanza in quel momento lì possono realmente
conoscere.

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Hannah Arendt “La banalità del male”

Adolf Eichmann, il massimo responsabile dei rastrellamenti e della deportazione di ebrei, zingari e quant’altre “razze inferiori” o “categorie menomate” per le quali il Reich decise la “soluzione finale”, al termine della guerra fuggì in Argentina. Nel 1960 il Mossad lo rapì e lo portò a Gerusalemme, dove Eichmann venne processato da un tribunale israeliano, condannato e impiccato.

La Arendt seguì il processo come inviata del New Yorker, e scrisse poi questo libro che non ne è solo la cronaca minuziosa, ma una grande e lucida riflessione sull’accaduto e sulle sue cause, oltre che preziosa rappresentazione di una follia tanto banale quanto paurosamente cupa e distruttiva.

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John Lansdale “Jane va al nord”

Jane ha trent’anni. È intraprendente, ingenua e sola, nonostante la sua avvenenza (“Non ho mai avuto problemi a conoscere uomini, ma ho sempre faticato a tenermeli, e sinceramente non ho saputo neanche scegliere bene“). Decide quasi per dispetto di andare al matrimonio di una delle sue antipaticissime e super-ordinarie sorelle, ma non ha i soldi per affrontare il viaggio dal Texas, dove vive, al “sud”. Incontra per caso la ruvida e scalcagnata Henry che deve anche lei affrontare più o meno lo stesso viaggio. Le due decidono di unire le forze e partono a bordo della scassatissima automobile di Henry. E’ un viaggio alla Lansdale, nel corso del quale ne succedono di tutti i colori, nelle atmosfere pulp e allucinate care al vecchio John (durante una di queste peripezie la povera quanto intrepida Jane pensa: “Volevo solo andare a un dannato matrimonio e invece sono finita in un carro bestiame dritta verso la servitù, e chissà cos’altro”), compreso l’affondamento di una macchinona in un lago con tre cattivissimi a bordo.

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Tove Jansson” Fair play “

IL Pubblico Ministero

Questo libro non vale un fico secco. Non è nemmeno un brutto libro. Semplicemente, non è un libro. Tanto per cominciare, non si capisce neanche se è un romanzo o una serie di racconti legati solo da alcuni personaggi comuni. A parte i due diciamo così principali – sui quali tornerò e avrò molto da dire! – gli altri personaggi appaiono e scompaiono come fantasmi, di loro non si sa nulla, ci fanno rimpiangere la servetta che entra in scena solo per annunciare che la cena è servita. Nessun approfondimento, non sappiamo che lavoro fanno e neppure il loro aspetto fisico. Di nessuno, ripeto nessuno, la signora Jansson si sforza di darci almeno qualche ragguaglio sul vestiario. Perché questo sforzo dovrebbe farlo il lettore, che in fondo paga fior di quattrini?  Dovremmo capire tutto di loro solo dai gesti e dalle poche battute che l’autrice mette loro in bocca? Francamente, mi sembra pretendere un po’ troppo dal povero lettore. E soprattutto, in questo non-libro non succede niente. Il lettore ha diritto di trovare una storia, un inizio, una fine, dei colpi di scena; qui non trova nulla di tutto ciò.

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Clara Sanchez “Le cose che non sai di me”

Mi resta di questo libro solo un interrogativo: come diavolo ho fatto a comprarlo.

La protagonista è una top model (ahi). Mentre torna in aereo da una sfilata, una corpulenta signora, dopo essersi scolata quattro o cinque gin tonic guarniti  “con una fettina di cetriolo“, la avverte che qualcuno vuole ucciderla (boh). L’aereo entra a quel punto in una turbolenza e tutti sono convinti di morire. Per fortuna non succede nulla e, atterrata, la modella, ritira i suoi oggetti dalla capelliera e va incontro festante al suo amore, ma per non guastare l’atmosfera nulla gli dice dello scampato pericolo (boh, boh).

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Annie Proulx “Gente del Wyoming”

Da questo romanzo (che come dimensioni più che un romanzo è un racconto) è stato tratto il fortunatissimo film “Brokeback Mountain” che, come raramente avviene, non tradisce la fonte di ispirazione, traducendo felicemente in immagini molto belle  la forte compenetrazione fra la storia e i luoghi, aspri e bellissimi, in cui essa accade.

Jack e Ennis sono due ragazzotti abbastanza rozzi e ruspanti, nel film resi per esigenze cinematografiche fin troppo belli, che il caso unisce mettendoli fianco a fianco a lavorare nel durissimo compito di pascolare e sorvegliare un numeroso gregge di pecore in incontaminate vallate, durante un rigido inverno.

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