Pelham G. Wodehouse “The inimitable Jeeves”

Ci sono degli autori che leggerli è come andare in un posto piacevole, rilassante e divertente, che non tradisce mai. Per me P.G. Wodehouse è esattamente questo. Intendiamoci, letteratura di pura evasione, ma mica si possono leggere solo capolavori. E comunque il nostro, nel suo genere, è un geniaccio.

Qui, come in molti altri romanzi della serie, si muovono due personaggi magistrali: Bertie Wooster e Jeeves. Il primo è un  giovane dandy nullafacente, terrorizzato all’idea di dover fare qualsiasi cosa prima delle 11 del mattino, che scommette ai cavalli e poco altro. Uomo dalla erculea superficialità (il massimo che sa dire anche nelle situazioni più scabrose è “Dashed imbarassing”), il pensiero più profondo che nell’intero romanzo sa formulare è il seguente: “My experience is that a fellow never really looks his best just after he’s come out of a cell”.

Continua a leggere

Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

“I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’età di mia figlia, il luogo di residenza, altro“. Questa è l’avvertenza che compare all’inizio del romanzo.

Ciabatti, dopo “La più amata”  torna alla auto-fiction. Protagonista del romanzo è una scrittrice di successo di 48 anni che racconta senza alcuna remora il suo passato intrecciandolo al suo presente.

Continua a leggere

Adur Ava Olafsdottir “Miss Islanda”

Hekla Gottskàlksdòttir è una ragazza islandese cui il padre, appassionato vulcanologo, ha dato il nome di un vulcano. Hekla però non ha affatto un carattere vulcanico. È anzi una ragazza calma e riflessiva, anche se decisamente fuori dell’ordinario. Appare nel corso di un viaggio in corriera, che la porta verso Reykjavik, intenta a leggere l’ “Ulisse” di Joyce aiutandosi con un dizionario di inglese; suppongo una faticaccia immane, che peraltro non  la distoglie in alcun modo dalla lettura, che continuerà lungo il corso di tutto il romanzo.

Continua a leggere

Kiran Millwood Hargrave “Vardo, dopo la tempesta”

“Vardo, dopo la tempesta” è la storia di un cacciatore di streghe. E’ un romanzo ovviamente molto oscuro ed inquietante, perché ci mostra senza mezzi termini la ferocia e la perversione di questa caccia ambientata nel XVII secolo, nel nord della Finlandia.

Inizialmente si prova ribrezzo e repulsione per quel secolo oscuro, ma riflettendoci un po’, ci viene da dire che fino a quando qualcuno, in ogni tempo, deciderà di inseguire, cacciare e condannare qualcun altro soltanto perché è diverso, i cacciatori di streghe saranno ancora tra noi. Con il loro odio, la loro meschinità, la loro codardia e, in fondo, con la loro atavica e fragile insicurezza di benpensanti.

Continua a leggere

Jorge Amado “Jubiabà“

Amado è morto solo 20 anni fa, forse pochi per poterlo definire un classico, ma scrisse questo libro, che lo rivelò al pubblico, quando era molto giovane, ben 86 anni fa. Questo mi ha indotto ad alcune riflessioni sui classici, partendo da dati personali e familiari dei quali chiedo anticipatamente scusa; come si suol dire, chi preferisce può saltare al paragrafo successivo. La mia giustificazione è che pochi giorni fa ho compiuto 69 anni, o per dare un’idea più precisa, sono entrato nel 70° anno. Mio padre, nato nel 1920, aveva per i classici russi un grande amore,che mi ha trasmesso. Li lesse, credo, negli anni del liceo, ma per semplicità diciamo che li lesse a 20 anni. Questo vuol dire che quando lesse Guerra e pace, era stato scritto da71 anni, Anna Karenina da 62, Delitto e castigo da 74, I fratelli Karamazov da 60. Questo mi è venuto in mente quando mi chiedevo se gli 86 anni passati dalla pubblicazione di Jubiabà siano o meno sufficienti a dare la prospettiva che legittima la definizione di classico. E devo aggiungere che, quando mio padre mi parlava delle sue letture giovanili, Tolstoj e Dostoevskij erano ormai indiscutibilmente dei classici, ma non avevo dubbi che tali li considerasse mio padre già ai tempi in cui li lesse.. Chiudo questa divagazione personale specificando che non intendo sostenere che Amado abbia la statura dei grandi Russi, ma solo che il tempo è un concetto estremamente soggettivo e a me la pubblicazione dei libri di Amado sembra molto più vicina – ai miei 70 anni – di quanto a mio padre sembrassero invece lontani – ai suoi 20 anni – quei romanzetti ( chiedo scusa a Manzoni ).

Continua a leggere

Concita De Gregorio “In tempo di guerra”

Un deciso passo indietro rispetto al bellissimo “Mi sa che fuori è primavera”, anche se si tratta di un libro senz’altro degno di rispetto.

De Gregorio tiene da qualche anno su un importante quotidiano una rubrica nella quale pubblica alcune delle lettere che riceve dai lettori. Questo libro parte della lettera ricevuta da Marco, un giovane trentenne precario, che non trova il suo posto nel mondo. “Come si fa a combattere da soli, e come mai non c’è nessun posto dove mi sento a mio agio ? Mai”, scrive Marco, che per uscire dal vuoto che lo attanaglia e per trovare un senso pensa addirittura di partire per la guerra, arruolandosi in una formazione, credo siriana, che combatte contro le ingiustizie e gli orrori di questa martoriata terra.

Continua a leggere

Fëdor Dostoevskij “L’adolescente”

Dei grandi romanzi di D. questo è il meno noto e ho scoperto che la ragione c’è, essendo di gran lunga il meno riuscito.

Arkadij Dologorukij, il protagonista, è il figlio illegittimo del possidente Andrej Versilov, un uomo dalla doppia personalità, talora mite ed empatico, talaltra prepotente ed amorale, e di Sofia Andreevna, donna mite e rassegnata, sedotta da Versilov , ma che mai perderà il rapporto con il marito, Makar Ivanovic, che simboleggia l’umiltà, bontà e semplice quanto profonda saggezza del popolo russo.

Continua a leggere

Giorgio Falco “Flashover”

Nel 1996 un “padroncino”, titolare di una piccola impresa, coadiuvato dal suo cugino-dipendente diede fuoco alla “Fenice” di Venezia allo scopo di sottrarsi alle penali per i ritardi nella consegna dei lavori di impiantistica elettrica del teatro, che gli erano stati subappaltati: un atto di inimmaginabile idiozia. Falco racconta questa vicenda, e lo fa bene, con una sorta di rassegnato disgusto. Peccato che il libro sia punteggiato da una serie di dissertazioni che ho trovato astruse e anche abbastanza fastidiose.

Continua a leggere

Marilynne Robinson “Gilead”

Il Reverendo ultrasettantenne John Ames, che sente vicina la fine della sua vita, scrive una lunga lettera al figlio di sette anni, che occupa l’intero romanzo, e che rappresenta una sorta di testamento spirituale.

Sia il padre che il nonno di John Ames erano a loro volta pastori, non ho capito bene di quale confessione religiosa, e nella religione si è svolta praticamente tutta la sua vita. A proposito delle Sacre Scritture per esempio racconta: “Non le ho mai sapute  come mio padre, o il padre di mio padre. Però le conosco abbastanza bene. Di certo dovrei. Quando ero più piccolo di quanto sei tu adesso, mio padre mi dava un cent ogni volta che imparavo cinque versetti ed ero in grado di ripeterli senza errore. Poi recitava un versetto sfidandomi a dire il successivo. Eravamo capaci di continuare così all’infinito“.

Continua a leggere

Alexandre Dumas “I tre moschettieri”

Non ricordo se da ragazzo lo avevo letto; probabilmente sì, magari in una di quelle ignobili riduzioni che allora usavano.

L’ho quindi ripreso in mano, anche per concedermi una parentesi facile e rilassante, e ho fatto bene. Intendiamoci, nulla di eccezionale, anche se ci sono alcune cose frutto di scintillante inventiva e molto godibili, come ad esempio quando d’Artagnan, appena giunto a Parigi, sfida a duello l’uno dopo l’altro i tre moschettieri senza neppure sapere chi siano.

Continua a leggere