Natalia Ginzburg “Le piccole virtù”

Il volume si compone di due parti: una, la seconda, in cui la Ginzburg si cimenta come editorialista/commentatrice, e che, a parte il suo particolarissimo stile, non ho trovato di particolare rilievo.

La prima parte è senz’altro molto più interessante perché in essa N. G. fa quello che sa fare meglio, ossia narrare fatti grandi e piccoli, in quel modo tutto suo, apparentemente grezzo e sbrigativo, ma invece straordinariamente  efficace.

Ciò avviene in modo particolare in “Ritratto di un amico”, che credo sia la rievocazione più bella mai fatta di Cesare Pavese. “Non fu, per noi, un maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevano bene le assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare e respirabile: ma non ci riuscì mai di insegnargli nulla“.

Lo scritto più bello è però senz’altro “Lui e io“, dedicato al rapporto col marito Leone Ginzburg, col quale pure visse pochi anni, prima del di lui imprigionamento e morte nelle carceri fasciste.

“Io non so ballare, lui sa. Non so scrivere a macchina; lui sa. Non so guidare l’automobile. Se gli propongo di prendere anch’io la patente non vuole. Dice che tanto non ci riuscirei mai. Credo che gli piace che io dipenda, per tanti aspetti, da lui. Io non so cantare, e lui sa. È un baritono. Se avesse studiato il canto sarebbe forse un cantante famoso“.

“Se mi ricordo quell’antica nostra passeggiata per via Nazionale, dice di ricordare, ma io so che mente e non ricorda nulla; e io a volte mi chiedo se eravamo noi, quelle due persone, quasi vent’anni fa, per via Nazionale; due persone che hanno conversato così gentilmente, urbanamente, nel sole che tramontava; che hanno parlato forse un po’ di tutto, e di nulla, due amabili conversatori, due giovani intellettuali a passeggio; così giovani, così educati, così distratti, così disposti a dare l’uno dell’altro un giudizio distrattamente benevolo; così disposti a congedarsii l’uno dall’altro per sempre, quel tramonto, a quell’angolo di strada.”

Eppure da una rievocazione apparentemente così severa e trattenuta esce, per dirla con Calvino, “il più affettuoso poema della vita coniugale“; esattamente come “Lessico famigliare” è il più affettuoso poema della vita  in famiglia.

Poronga

Jonathan Coe “La pioggia prima che cada”

Rosamond muore e lascia una specie di testamento spirituale rappresentato da venti fotografie e da quattro audiocassette da lei registrate che tali fotografie commentano. Incarica Gill, la sua nipote preferita, di consegnarle a una certa Imogen, che nonostante le ricerche fatte non viene trovata.  Gill decide allora di ascoltare le cassette insieme alle due figlie, durante un’interminabile pomeriggio-sera.

Rosamond attraverso le immagini ripercorre i momenti e soprattutto gli incontri salienti della sua vita, tra i quali spicca quello con una donna che diventerà per alcuni anni la sua compagna (poi sostituita da un’altra) e con la quale darà vita a una specie di famiglia arcobaleno ante litteram insieme alla nipote Thea, profondamente segnata dal difficile rapporto con la madre, che essa riproporrà a sua volta, e in peggio, con sua figlia Imogen.

Rosamond giunge alla fine del racconto e anche della sua vita, che decide serenamente di chiudere con una buona dose di whisky e di sonniferi.

Mi è sembrato un libro ambizioso ma alla fin fine abbastanza pesante e sentenzioso, a partire dal modo col quale è costruito. La cosa migliore è il titolo. Di gran lunga il romanzo peggiore fra quelli che ho letto di Jonathan Coe (consiglio soprattutto “La famiglia Winshaw”).

Poronga

Liliana Segre “Ho scelto la vita”

Confesso che a questo libretto, allegato al “Corriere della Sera”, ho dato un’occhiata distratta, perché pensavo fosse una sorta di omaggio all’autrice e non aggiungesse nulla a quanto già detto e scritto. Invece non è così. Letta la prima pagina, sono passato alla seconda e non mi sono fermato più. Una quarantina di pagine scarse, ma che lasciano il segno, eccome.

È singolare notare come coloro che sono stati deportati nei campi di concentramento usino normalmente un linguaggio semplice e disadorno, credo perché le cose che raccontano arrivano direttamente allo stomaco e al cervello senza necessità di additivi, per il semplice fatto di venire raccontate.

Anche qui c’è tutto: l’incredulità, la paura, lo smarrimento, un penoso e tardivo tentativo di fuga, il famigerato binario 21, il viaggio in condizioni peggio che bestiali, il campo di concentramento, lo stringersi al padre, l’unico effetto rimasto, il vederlo portato verso l’ignoto, ossia la camera a gas da cui non tornerà più.

In tutto ciò Liliana, in un passo che ho trovato veramente toccante, si accusa di essere stata “orribile“, allorché una sua compagna di lavoro si amputò due dita a una tranciatrice, cercando penosamente di nascondere la ferita. “Sentii che la fermavano, che la scrivana prendeva nota del suo numero sul braccio: non serviva più, andava al gas. E io, io che ero appena passata e che tutti i giorni lavoravo con lei, non mi voltai. Non mi voltai a dirle ‘Janine ti voglio bene. Janine fatti coraggio’. Anche solo il nome sarebbe bastato. Io non mi voltai. Non accettavo più distacchi. Così ero diventata”.

Infine: “Qualcuno mi chiede: Ha perdonato? No, non ho questa forza. E non ho dimenticato. Certe cose io non riesco, e non sono riuscita mai, a perdonarle”.

Queste preziose persone vanno ringraziate, soprattutto adesso che la memoria per forza di cose tende a sbiadire, e ci ritroviamo davanti a gruppi di persone, che sempre ci sono state e sempre ci saranno, che agitano svastiche e fasci dicendo cose che ancora alcuni anni fa non c’erano nemmeno le condizioni per poter dire.

Poronga

Aurelio Picca “Il più grande criminale di Roma è stato amico mio”

Edoardo Nesi, che non è proprio l’ultimo arrivato (Premio Strega 2011 e soprattutto traduttore di “Infinte Jest” di Foster Wallace) su “La lettura” di qualche settimana fa plaude a questo romanzo. Quindi proviamo.

Il narratore, Alfredo Braschi, gira con una pistola per abbattere il bestiame per farla pagare a chi ritiene responsabile della morte per droga della figlia. Ha sempre vissuto a contatto con la criminalità romana, e in particolar modo con Laudavino De Sanctis, detto Lallo lo Zoppo, feroce capo negli anni ‘80, autore di alcuni omicidi, rapine e numerosi sequestri di persona, tra i quali quello dell’ultra-ottantenne Palombini, che venne ucciso, ficcato in un congelatore e periodicamente tirato fuori per fotografarlo in modo da farlo sembrare vivo alla famiglia e ottenere così il riscatto.

Alfredo, giovanissimo, una sera incontra casualmente Lallo, che non conosce, e che gli regala la sua Ferrari. Nasce di qui una infatuazione che lo accompagnerà fino alla morte del criminale (“Di lui, ogni volta che becco chi lo ha  a conosciuto, ricompare la parola cattivo, cattivo, cattivo. E io invece lo adoravo“. Braschi non nasconde nulla del suo adorato: “Lallo si proclamava “comunista”. Sì, un comunista che prende a picconate il cadavere di un uomo per infilarlo del congelatore“.

A me il romanzo non è davvero parso un granché, ed il suo merito principale mi sembra sia quello di raccontare in modo duro, franco e senza infingimenti la vita furiosa e febbrile di questi personaggi megalomani, violenti e ignoranti, tutta crimini, macchinoni, e pacchianeria (Lallo nel giorno del suo matrimonio si presenta così: “capelli stirati, brillocco al dito, sigaretta accesa, pelliccia di visone sulle spalle, sguardo ed espressione beffardi”).

Alla fin fine un vero schifo di vita –come mi viene da concludere ogni volta che leggo cose sul tema, per esempio “Gli uomini del disonore” di Pino Arlacchi, un vecchio e bellissimo reportage sulla vita degli uomini di mafia- molto spesso curiosamente accoppiata a una strana fede religiosa, che ho il sospetto serva in qualche modo a bilanciare la bruttura che questo tipo di esistenza comporta.

Lo stesso Braschi, che pure vive ai margini della criminalità, dice di sé “Ero sereno come posso essere sereno io: al cielo nuvoloso“, annotando anche che: “Uno pensa che i criminali, i banditi, proprio perché sono quello che sono non abbiano bisogno di amore. Invece ne hanno bisogno come quelli normali“. Il che conferma anche l’inutilità e anzi la dannosità di una risposta puramente repressiva ai disastri che questo tipo di persone combinano.

Poronga

Alphonse Daudet “Tartarino di Tarascona”

Ero convinto, forse per l’enorme successo avuto, che si trattasse di un librone di alcune centinaia di pagine; invece è un libretto che raggiunge a malapena la novantina, almeno nella mia edizione  Superbur Classici.

Nulla di eccezionale, beninteso, però si tratta di un racconto denso e svelto delle “imprese” di questo personaggio che, come lo stesso Daudet più volte ricorda, reca fuse in sé le caratteristiche di Don Chisciotte e di Sancho Panza.

La cosa più riuscita del libro mi sembra la benevola descrizione di questo roboante personaggio: “Giunto all’età di quarantacinque anni, l’intrepido Tarasconese non aver mai dormito una sola volta fuori dalla sua città”. Il suo spirito di avventura lo porta tuttavia a partire, armato fino ai denti, per la lontana Algeria alla caccia di leoni (che non ci sono, tranne uno pietosamente addomesticato), forte del fatto che “aveva letto Giulio Gèrard e conosceva a menadito la caccia al leone, come se l’avesse fatta“.

L’esito è ovviamente grottesco e disastroso, e alla fine il buono e ingenuo  Tartarino, che ha perso tutto, ritrovandosi solo con l’unica compagnia di un cammello spelacchiato che lo segue passo passo come un cagnolino, piange.

Ma la sorte è benigna, e Tartarino verrà egualmente ha accolto come un eroe dei suoi entusiasti concittadini.

Un libro piacevole e curioso, che in fondo vale la pena di leggere.

Poronga

Italo Calvino “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”

La rilettura di queste “Lezioni”, stimolata da un paio di articoli apparsi sul “Corriere Innovazione ” (supplemento credo mensile al Corriere della Sera, di cui consiglio caldamente la lettura), è stata un vero piacere, perché conferma la grande cultura umanistica e scientifica di questo uomo, purtroppo scomparso troppo presto, ben dissimulata sotto lo stile, l’ironia gentile e la leggerezza che lo contraddistinguevano.

Come mi ricordavo, la lezione più bella, direi proprio splendida, è quella sulla “Leggerezza”, dove con un funambolismo che non è mai fine a se stesso Calvino sviluppa il tema che certamente ha connaturato tutta la sua opera, e che più gli è caro, facendo passeggiare il lettore, con una fantasia che non è mai minore della padronanza del materiale trattato,  tra Lucrezio, Ovidio, Cavalcanti, Boccaccio, Dante, Cervantes, Shakespeare, Swift,  Rostand, Leopardi,  Valery, James, Kafka ecc.

La lezione contiene una serie di passi ammalianti e memorabili. Ne cito solo un paio.

Parlando della “gravità senza peso” in Cervantes e Shakespeare, Calvino dice che in questi due autori si salda una “speciale connessione tra melanconia e umorismo“; “come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea“.

L’incontro con Leopardi gli suggerisce invece questa considerazione: “La Luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire l’apparizione della luna nelle letterature d’ogni tempo e paese. Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare“.

Le altre lezioni (“Rapidità”, “Esattezza”, “Visibilità”, “Molteplicità”) pur notevolissime,  non mi sembrano dello stesso ineffabile livello; forse quella che mi è piaciuta di più è l’ultima, quella sulla “Molteplicità”, che Calvino sviluppa, ancora una volta con impareggiabili padronanza e fantasia, raccontandoci di Gadda, Musil, Proust, Flaubert, Borges, Perec. Una vera manna.

Anche qui almeno una citazione, per quanto un po’ lunga: “L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverata in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e delle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è saper tessere insieme diversi saperi e diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo“. Nel mio piccolo non sono neppure del tutto d’accordo, ma che meraviglia!

Mi sarebbe piaciuto molto se Calvino avesse dedicato una lezione, che peraltro neppure era prevista, al tema della profondità, su cui penso avrebbe potuto dire cose memorabili. Ma questo rimane, più che un desiderio, un sogno.

Poronga

Kate Atkinson “Vita dopo vita”

E se avessi la possibilità di rivivere più volte la tua vita, finché non venisse come si deve? Non sarebbe splendido?”. Forse questo è il tema di fondo  sviluppato da questo bellissimo e assurdo romanzo dal quieto e ricco funambolismo.

Nella presentazione  del libro si legge:

“Pochi istanti dopo essere venuta al mondo, il mio cuore ha smesso di battere.

A quattro anni, sono a annegata nell’oceano.

A cinque anni, ho preso l’influenza spagnola. Quattro volte.

A ventidue anni, mio marito mi ha spinto con violenza contro un tavolino, uccidendomi.

A trent’anni, sono morta durante un bombardamento tedesco su Londra.

E su di me cadevano le tenebre.

Ma ho sempre avuto un’altra possibilità”.

Vi consiglio questa presentazione di prenderla sul serio, perché ciò, e anzi molto di più, è quello che accade nel romanzo.

Ursula Todd viene al mondo praticamente strangolata dal cordone ombelicale in una notte nevosa del 1910. Poi effettivamente nel corso della sua vita non solo le succedono tutte le cose di cui sopra, ma ha addirittura vite diverse: in una sposa un uomo psicopatico; in un’altra viene violentata da un bestione americano amico di suo fratello; in un’altra va a lungo  in vacanza con Eva Braun e con il suo fidanzato (sì, quello coi baffetti) nel loro nido d’amore al Berghof, in un’altra ancora fa parte dei gruppi civili di soccorso che a Londra tirano fuori dalle macerie dei bombardamenti cadaveri e sepolti vivi.

Oddio, forse nessuna delle vite di Ursula, d’altra parte membro di quelle generazioni sfortunatissime che si sono beccate due guerre mondiali, è ”venuta come si deve”; certo è però che Ursula ha sempre fatto del suo meglio.

Delle molte cose narrate mi ha colpito in modo particolare, probabilmente perché non vi avevo mai fatto mente locale, le descrizione dei bombardamenti su Londra che ne restituiscono appieno l’orrore del prima, del durante e del dopo.

Fra le molte perle Izzie, la scapestrata, super-navigata e simpaticissima zia paterna di Ursula (che per esempio a un certo punto le dice: “Che serietà. A sedici anni dovresti essere perdutamente innamorata di un ragazzo inadeguato”), la coltissima ed eterea madre Sylvie (ma anche il dolce e saggio padre, e più in generale tutti i componenti della altolocata famiglia Todd), le belle citazioni letterarie, soprattutto shakespeariane, che punteggiano il romanzo.

Il libro è spesso, denso, ricco e complesso, e mi verrebbe voglia di rileggerlo per apprezzarlo appieno, il che credo sia il migliore complimento.

Credo valga senz’altro la pena leggere altro di questa sessantanovenne scrittrice britannica, che ove si fosse ripetuta su questi livelli credi sarebbe tranquillamente da Nobel. E ho detto tutto.

Poronga

Peter Cameron ” Cose che succedono la notte “

A me non piace quasi nessuno degli scrittori americani contemporanei, ma ho una predilezione per Cameron – fra l’altro, è stata anche la mia prima recensione per l’Asino – i cui libri non mi hanno mai deluso.

Questo è un romanzo doloroso, ai limiti del romanzo dell’assurdo, con atmosfere rarefatte, magiche, inquietanti. I due protagonisti – niente nomi, solo “ l’uomo ” e ” la donna “, a suggerire che potrebbero essere ciascuno di noi  – affrontano un viaggio avventuroso che li porta fuori dal tempo e dallo spazio, in un paese dell’estremo Nord – forse la Finlandia – in un inverno perennemente buio e nevoso. Arrivano in una stazione fantasma, devono catapultarsi giù dal treno in corsa, le loro valigie rotolano come rocce nella neve – e questa metafora del treno in corsa tornerà nella scena finale, dove pure si sale sul treno in corsa, non c’è mai certezza e stabilità – ma poi, in questo paese sperduto e dimenticato da tutti,  alloggiano in un hotel di gran lusso, frequentato da pochi personaggi enigmatici. Lo scopo del viaggio è di adottare un bambino, ma poi gli avvenimenti evolvono in modi imprevedibili che non racconterò.

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Michael Frank “I formidabili Frank”

In questo romanzo dalla forte matrice autobiografica l’autore parla della sua famiglia; una famiglia alquanto singolare dal momento che suo padre e sua madre hanno rispettivamente una sorella e un fratello che si sono sposati tra loro.

Si tratta di una coppia più anziana e senza figli, molto facoltosa grazie al successo ottenuto dai due a Hollywood come sceneggiatori, e che di fatto addotta o quasi il piccolo Micheal, che passa moltissimo tempo presso di loro, esercitando su di lui una influenza molto forte. Questo in particolar modo è vero per la zia Harriet, detta Hankie, una specie di incontenibile virago dalla straordinaria vitalità, ma anche incredibilmente prepotente, possessiva, ricattatoria, superba e giudicante, che avvia il ragazzino al culto del bello, fermo restando che nella musica, letteratura, pittura, architettura eccetera è bello solo quello che dice lei, che ha ferree gerarchie su tutto e tutti.

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“Carlo Rovelli “Helgoland”

Di Carlo Rovelli si è già scritto molto su l’Asino, ma questo ultimo libro merita di essere recensito e letto per almeno tre buone ragioni:

  • Perché in sole 200 pagine, vertiginose e affascinanti, riesce a far percepire ai non addetti (e forse anche a molti che si qualificano come esperti, qui ben bacchettati dall’Autore) una visione generale della  meccanica quantistica, come in nessun altro libro mi era capitato di vedere, nemmeno nel bellissimo “L’ordine del tempo” magistralmente recensito da Traddles.
  • Perché è un libro che più che di fisica sembra parlare di filosofia, “la prende alla larga”, ricchissimo com’è di cultura classica, illuministica, contemporanea, e sa offrire al lettore alcune citazioni fulminanti.  Eccone una di Platone, che illustra la necessità di un approccio relazionale alle idee e alle cose: “Dico dunque che ciò che per natura può agire su altro o patire anche la minima azione da parte di altro, per insignificante che esso sia, e sia pure una volta sola, questo solo si può dire veramente reale. Propongo dunque questa definizione dell’essere: che esso non sia se non azione”.
  • Perché Rovelli, pur non smentendo la sua natura un po’ “civettuola” (copyright Traddles), è straordinariamente simpatico, gli si perdonano alcune citazioni autobiografiche che in bocca a un’altro Autore sarebbero cassate come gratuitamente snobistiche (“…Avevo anch’io capelli lunghi tenuti da una fascia rossa, e da ragazzo ho cantato OM seduto a gambe incrociate proprio accanto ad Allen Ginsberg..”

E sa far genuinamente divertire, per esempio descrivendo l’evidenza della teoria di Darwin: “Vedo un sasso che sta cadendo verso di me. Se mi sposto sopravvivo. Il  fatto che mi sposti non è misterioso, è spiegato dalla teoria di Darwin: quelli che non si spostavano sono morti schiacciati, io sono un discendente di quelli che si spostano….”

E’ straordinario come Rovelli riesca a spigare e a provare con evidenze filosofiche, letterarie, politiche, matematiche (poche quest’ultime in verità, R. ce le risparmia) la natura relazionale del tutto, e insieme la granularità del tutto, un mondo, anzi un universo in cui l’infinitamente piccolo, ogni particella  quantistica è necessariamente in relazione con qualcos’altro, un modo in cui è necessario abbandonare l’idea di un mondo fatto di cose, per abbracciare una visione relazionale, in cui tutto è interconnesso.

Alla fine della lettura, mi sono ritrovato, quasi senza accorgermene,  in possesso di una idea, un embrione di comprensione, di qualcosa a cui prima non riuscivo nemmeno a prestare attenzione, tanto mi sembrava lontano dalle evidenze e dalle regole in cui ero vissuto per tre quarti di secolo.

Grazie, prof. Rovelli!

Silver 3