Vidiadhar S. Naipaul “Una casa per Mr. Biswas”

Dopo la negativa esperienza con “Il massaggiatore mistico”, di cui ho già parlato, ho riprovato con questo, che è il romanzo più acclamato di Naipaul.

Protagonista è Biswas, la cui vita viene narrata fin dall’adolescenza, segnata dalla morte per annegamento del padre, di cui lui è incolpevole causa. Biswas è un personaggio un po’ lunare che viene seguito nelle sue peregrinazioni alla ricerca di una casa che sia la “sua” casa. Sposa, nemmeno lui sa bene come e perché, una giovane donna di cui si è invaghito a distanza, presto ricredendosi, e viene cooptato nella grande famiglia di origine di lei, dominata da una matrona che ne è il capo incontrastato.

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Jerome K. Jerome “Tre uomini in barca”

Tre giovani buontemponi e nullafacenti iniziano un viaggio in barca sul Tamigi, accompagnati da un cagnolino. Jerome ne narra le piccole avventure e disavventure, divagando con altri episodi umoristici.

Mi sono decisamente annoiato: fra continue bevute e mangiate il racconto mi è sembrato piatto e banale, e condito dal classico “spirito di patate”. Anche l’episodio che poi ho appreso essere il più famoso del libro, ossia la descrizione dei disastri combinati da uno zio tanto saccente quanto maldestro per appendere un quadro (storto), non l’avrei neppure notato.

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Stefania Auci “I leoni di Sicilia”

1799: Bagnara Calabra viene devastata dall’ennesimo terremoto. La famiglia Florio, estenuata da una vita povera e senza speranze, prende il coraggio a quattro mani ed emigra  a Palermo, in cerca di fortuna. I due maschi di casa, Paolo e Ignazio, rilevano un piccolo e malandato negozio di spezie, allora chiamato aromateria, e nella ostilità e scetticismo di tutti iniziano i loro piccoli traffici.

Parte da qui la saga dei Florio, che Stefania Auci segue nel corso di tre generazioni, in particolare quella di centro, dominata da Vincenzo, figlio di Paolo morto prematuramente, e di  Giuseppina, che verrà interamente formato nella sua attività dallo zio Ignazio; questi diviene il suo padre putativo, in un profondo legame ulteriormente rafforzato dal segreto amore fra Ignazio e Giuseppina, cui i due mai permetteranno di manifestarsi se non in piccoli quanto inequivocabili segni, peraltro ferreamente sorvegliati e repressi da entrambi. E questa è una delle cose migliori del romanzo.

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Fëdor Sologub “Peredonov Il demone meschino”

Ambientato nella Russia zarista, questo romanzo, scritto agli inizi del novecento, racconta  dei maneggi di Peredonov per ottenere un avanzamento nelle gerarchie statali del tempo. Peredonov è un pessimo professore di ginnasio, che insegna poco o nulla e che è solo impegnato nel vessare e maltrattare i suoi studenti, specie quelli di censo più basso, e ad aggirarsi fra i notabili locali, allisciandoli nella speranza di ottenere qualche vantaggio. E’ un arrivista viscido e privo di scrupoli, losco e cupo, maligno e cattivo,  superstizioso e ignorante, paranoico;  un esempio perfetto  di eroe negativo.

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Pelham G. Wodehouse “The inimitable Jeeves”

Ci sono degli autori che leggerli è come andare in un posto piacevole, rilassante e divertente, che non tradisce mai. Per me P.G. Wodehouse è esattamente questo. Intendiamoci, letteratura di pura evasione, ma mica si possono leggere solo capolavori. E comunque il nostro, nel suo genere, è un geniaccio.

Qui, come in molti altri romanzi della serie, si muovono due personaggi magistrali: Bertie Wooster e Jeeves. Il primo è un  giovane dandy nullafacente, terrorizzato all’idea di dover fare qualsiasi cosa prima delle 11 del mattino, che scommette ai cavalli e poco altro. Uomo dalla erculea superficialità (il massimo che sa dire anche nelle situazioni più scabrose è “Dashed imbarassing”), il pensiero più profondo che nell’intero romanzo sa formulare è il seguente: “My experience is that a fellow never really looks his best just after he’s come out of a cell”.

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Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

“I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’età di mia figlia, il luogo di residenza, altro“. Questa è l’avvertenza che compare all’inizio del romanzo.

Ciabatti, dopo “La più amata”  torna alla auto-fiction. Protagonista del romanzo è una scrittrice di successo di 48 anni che racconta senza alcuna remora il suo passato intrecciandolo al suo presente.

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Adur Ava Olafsdottir “Miss Islanda”

Hekla Gottskàlksdòttir è una ragazza islandese cui il padre, appassionato vulcanologo, ha dato il nome di un vulcano. Hekla però non ha affatto un carattere vulcanico. È anzi una ragazza calma e riflessiva, anche se decisamente fuori dell’ordinario. Appare nel corso di un viaggio in corriera, che la porta verso Reykjavik, intenta a leggere l’ “Ulisse” di Joyce aiutandosi con un dizionario di inglese; suppongo una faticaccia immane, che peraltro non  la distoglie in alcun modo dalla lettura, che continuerà lungo il corso di tutto il romanzo.

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Kiran Millwood Hargrave “Vardo, dopo la tempesta”

“Vardo, dopo la tempesta” è la storia di un cacciatore di streghe. E’ un romanzo ovviamente molto oscuro ed inquietante, perché ci mostra senza mezzi termini la ferocia e la perversione di questa caccia ambientata nel XVII secolo, nel nord della Finlandia.

Inizialmente si prova ribrezzo e repulsione per quel secolo oscuro, ma riflettendoci un po’, ci viene da dire che fino a quando qualcuno, in ogni tempo, deciderà di inseguire, cacciare e condannare qualcun altro soltanto perché è diverso, i cacciatori di streghe saranno ancora tra noi. Con il loro odio, la loro meschinità, la loro codardia e, in fondo, con la loro atavica e fragile insicurezza di benpensanti.

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Jorge Amado “Jubiabà“

Amado è morto solo 20 anni fa, forse pochi per poterlo definire un classico, ma scrisse questo libro, che lo rivelò al pubblico, quando era molto giovane, ben 86 anni fa. Questo mi ha indotto ad alcune riflessioni sui classici, partendo da dati personali e familiari dei quali chiedo anticipatamente scusa; come si suol dire, chi preferisce può saltare al paragrafo successivo. La mia giustificazione è che pochi giorni fa ho compiuto 69 anni, o per dare un’idea più precisa, sono entrato nel 70° anno. Mio padre, nato nel 1920, aveva per i classici russi un grande amore,che mi ha trasmesso. Li lesse, credo, negli anni del liceo, ma per semplicità diciamo che li lesse a 20 anni. Questo vuol dire che quando lesse Guerra e pace, era stato scritto da71 anni, Anna Karenina da 62, Delitto e castigo da 74, I fratelli Karamazov da 60. Questo mi è venuto in mente quando mi chiedevo se gli 86 anni passati dalla pubblicazione di Jubiabà siano o meno sufficienti a dare la prospettiva che legittima la definizione di classico. E devo aggiungere che, quando mio padre mi parlava delle sue letture giovanili, Tolstoj e Dostoevskij erano ormai indiscutibilmente dei classici, ma non avevo dubbi che tali li considerasse mio padre già ai tempi in cui li lesse.. Chiudo questa divagazione personale specificando che non intendo sostenere che Amado abbia la statura dei grandi Russi, ma solo che il tempo è un concetto estremamente soggettivo e a me la pubblicazione dei libri di Amado sembra molto più vicina – ai miei 70 anni – di quanto a mio padre sembrassero invece lontani – ai suoi 20 anni – quei romanzetti ( chiedo scusa a Manzoni ).

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Concita De Gregorio “In tempo di guerra”

Un deciso passo indietro rispetto al bellissimo “Mi sa che fuori è primavera”, anche se si tratta di un libro senz’altro degno di rispetto.

De Gregorio tiene da qualche anno su un importante quotidiano una rubrica nella quale pubblica alcune delle lettere che riceve dai lettori. Questo libro parte della lettera ricevuta da Marco, un giovane trentenne precario, che non trova il suo posto nel mondo. “Come si fa a combattere da soli, e come mai non c’è nessun posto dove mi sento a mio agio ? Mai”, scrive Marco, che per uscire dal vuoto che lo attanaglia e per trovare un senso pensa addirittura di partire per la guerra, arruolandosi in una formazione, credo siriana, che combatte contro le ingiustizie e gli orrori di questa martoriata terra.

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