Ahamet Hamdi Tanpinar “L’Istituto per le regolazione degli Orologi”

tanpiIstanbul, inizi del ‘900: Hayri Irdal, studente non proprio modello, trova lavoro a bottega presso un orologiaio-filosofo, Nuri Efendi. Dal suo maestro apprenderà non solo l’arte di riparare orologi ma anche una certa concezione del tempo.

La giovinezza di Hayri è costellata da una serie di figure pittoresche, quali Abdusselam, ricco mecenate che ospita una famiglia sterminata perché odia la solitudine, al punto che se sale su un tram  vuoto va a sedersi a fianco dell’unico passeggero; Aristidi Efendi che muore negli esperimenti per trasformare il metallo in oro; Seyit Lutfullah, alla ricerca di un mitico tesoro; la zia ricca e tirchia che quando finalmente gli eredi pensano sia morta esce dalla tomba e ricomincia a imperversare.

Nel romanzo, nonostante non lo si possa certo definire dal ritmo indiavolato, succedono diverse cose, compresa la persecuzione di cui  Hayri è fatto oggetto da parte di un entusiasta strizzacervelli e che lo induce a sbottare: “Pietà! Aiuto! Al fuoco! Tutto ma non la psicanalisi.”.

Le varie cose che succedono nella vita di  Hayri non me le ricordo neppure tutte, nonostante abbia finito il libro da poco.

La svolta è comunque rappresentata dall’irrompere nel racconto di  Halit il Regolatore, uomo visionario dal travolgente pressappochismo e ottimismo (uno dei suoi motti è: “Vedere la realtà così com’è è come essere un guastafeste“) , che coinvolge  Hayri nella creazione dell’ Istituito per la Regolazione degli Orologi, una elefantiaca struttura che ha come scopo quello di regolare gli orologi dei passanti sull’ora esatta che i caotici orologi pubblici di Istanbul non danno mai, andando ognuno per proprio conto.

Qui Tampinar mette in opera la sua amabile e serena ironia, per esempio dove fa dire ad Halit, in sede di organizzazione dell’Istituto: “Il mio metodo è migliore. Si riducono le probabilità di errore, perché rende impossibile il controllo”; oppure nel valutare un candidato all’assunzione che non ha mai fatto nulla in vita sua: “ Un uomo giovane, capacità intatte… Siamo d’accordo”; oppure, nel descrivere l’Istituto: “Io sto creando un’istituzione impeccabile. Una macchina che determina autonomamente le proprie funzioni. Cosa si potrebbe immaginare di più perfetto?”. Apoteosi: “L’errore esiste solo per coloro che commettono la sciocchezza di correggerlo”.

Tutto si regge su un sogno, un soffio, una combinazione, il capriccio o l’ingenuità della gente; Tanpinar lo racconta in modo serafico e colloquiale, di getto e senza alcuna preoccupazione apparente: l’ho trovato il pregio migliore di questo romanzo scritto negli anni ‘60 da quello che è considerato uno dei maggiori scrittori turchi.

Poronga