Charlotte Brontë “Jane Eyre”

br.pngI Brontë erano una famiglia decisamente fuori dal comune: scrivevano tutti -credo fossero sei fra fratelli e sorelle- e ben tre di loro, ossia Emily (“Cime tempestose”), Anne a Charlotte assursero a popolarità, salvo morire tutte prematuramente attorno ai trent’anni o poco più.

Il romanzo più accreditato è forse “Jane Eary”, quindi ho provato a leggerlo con animo curioso e ben disposto.

In effetti l’inizio è promettente, con la piccola Jane, orfana di entrambi genitori, alle prese con una zia fredda e insensibile, maltrattata dai cugini e infine inviata in un orfanotrofio dove vive in condizioni durissime e disumane, imposte dal bigotto e ipocrita direttore dell’Istituto (Dickens aleggia a tutto spiano!). Jane , a soli 10 anni (in effetti ragiona come se ne avesse 20, ma transeat) si dimostra una combattente nata in un mondo che le è completamente ostile salvo pochissime eccezioni: la soave sovrintendente Mary Temple e la amichetta Helen che però muore di tisi quasi subito.

Divenuta grazie ai suoi sforzi insegnante, a 18 anni lascia l’Istituto per andare a fare l’istitutrice in una ricca famiglia della provincia inglese.

Da questo punto in poi ho incominciato a faticare: Jane incontra, dapprima fugacemente e poi più spesso, Sir Rochester proprietario della tenuta e uomo tanto distante quanto magnetico. Anche se ha il doppio dei suoi anni si capisce lontano un miglio che fra i due, non belli fuori ma belli dentro (d’altra parte la bellezza interna li rende poi belli anche esteriormente) sboccerà l’amore.

Ci vogliono però un bel po’ di pagine (ovviamente c’è anche la rivale in amore, bella e arida), ma io mi sono stancato prima, scoraggiato da una prosa pedante e didascalica (“riconobbi in lui un giovane visconte rouè, un giovanotto scervellato e vizioso che avevo incontrato qualche volta in società e che non avevo mai pensato di odiare tanto lo disprezzavo”), da atteggiamenti manierati (“avevo deciso di non amarlo; il lettore sa che avevo fatto di tutto per estirpare dall’animo i germi di un amore appena scoperto; e adesso, al primo nuovo incontro con lui, essi tornavano spontaneamente più vivi e più forti!”; “le signore, dal momento in cui sono entrati gli uomini, sono diventate vivaci come allodole”), da moti di estatica adorazione (“lo confrontai con signor Rochester. Penso, sia detto con ogni rispetto, che non vi sarebbe stata differenza maggiore fra un insulso papero e un indomito falco”. E poi pagine su pagine per descrivere acconciature, abiti, caratteri, palpiti, fieri propositi, tramonti ecc..

Anche la trama mostra la corda, per esempio quando il rude e corrusco Rochester a un certo punto durante un ricevimento si traveste da zingara (?) e predice il futuro a tutte le signore presenti compresa Jane, cui vuole confermare il dubbio dell’amore nascente, anzi già nato.

Giunto a un terzo del libro, che mi sembrava sempre più pesante e simile a un romanzo rosa (però ho letto che poi le cose si complicano terribilmente assumendo anche una tinta noir) mi sono fermato con l’idea che questo sia un romanzo che ha fatto il suo tempo (se mai l’ha avuto), e che oggi non vale la pena leggere.

Poronga