Kader Abdolah “Un pappagallo volò sull’Ijssel”

ab.pngicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2Credo di aver letto tutti i libri di Abdolah tradotti in italiano e non sono mai rimasto deluso. Questo è diverso dagli altri, non è il migliore ma è comunque bello, ed è anche il più interessante per il coraggio con cui tratta un argomento oggi spinosissimo in Europa, la presenza massiccia di migranti e il modo corretto di trattarli ed integrarli.

E’ un romanzo corale, in cui conosciamo diversi protagonisti, e alla storia di ognuno di loro ci appassioniamo, per la grande abilità di narratore di Abdolah e perché probabilmente in ognuno c’è qualcosa della sua vicenda personale di rifugiato politico. L’unica cosa che li accomuna è la provenienza da paesi di religione islamica, per il resto sono diversissimi, ma tutti hanno la loro dignità umana e tutti devono affrontare i problemi della vita in un nuovo paese.

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Kader Abdolah “La casa della moschea”

abd.pngKader Abdolah è uno scrittore iraniano dai bellissimi baffoni, che dopo aver scritto un paio di libri, nel 1985 è stato costretto a lasciare precipitosamente il suo Paese per evitare guai dal regime degli ayatollah di cui era oppositore. Dopo qualche peregrinazione, trova rifugio in Olanda e in olandese ha scritto gli ultimi suoi libri, fra i quali questo.

Il romanzo è ambientato a Senjan, città nel cuore della Persia e racconta, a partire dagli anni ‘60 fino all’avvento del regime khomeinista, la storia della famiglia più in vista del luogo che abita in una casa che, appunto, è costruita a ridosso della moschea. L’indiscusso e autorevole capo di questa famiglia è Aga Jan, principale protagonista del romanzo. È un uomo saggio, paziente, tenace, che nel corso degli eventi si scoprirà essere anche fiero non meno che coraggioso.

Capo del bazaar della città e proprietario di una fabbrica di splendidi tappeti, vive con la sua famiglia tranquillamente e agiatamente nel periodo del regime filoamericano dello scià Reza Pahlavi, essendo punto di riferimento di tutta la comunità.

Trattasi di una famiglia vasta e variopinta nella quale spiccano molte figure quali la bella e fiera moglie di Aga Jan, il fratello cieco muezzin e vasaio, l’imam della moschea, il suo inquietante sostituto Ghalghal, il giovane Shahbal, nel quale credo risiedano forti elementi autobiografici dello scrittore, le nonne, Zenyat, la modesta moglie dell’imam che però la rivoluzione khomeinista cambia totalmente, Nosrat, il fratello di Aga Jan che è forse il personaggio più riuscito del libro: uomo scapestrato e senza regole, che va e viene nel suo lavoro di telereporter (spassosa è la sua irresistibile tendenza a consumare rapporti sessuali nei luoghi sacri della moschea, il che gli dà una ebbrezza tutta particolare), e al quale Abdollah fa dire la frase forse più forte del libro, che condanna senza appello ogni fondamentalismo:

Siccome sono tutti timorati di Dio, hanno paura anche di tutto il resto: paura della radio, della televisione, della musica, del cinema, del teatro, della felicità, delle altre donne, degli altri uomini. Amano solo i cimiteri. Lì stanno bene, dico sul serio, sei mai stato al cimitero con loro? Di punto in bianco prendono vita, si comportano in modo più allegro del solito, stanno bene in mezzo ai morti. Per questo sono fuggito da questa casa fin da giovane”.

Il quadro però è più complesso, e vale quindi la pena leggere questo libro, che riflette anche non tanto la condizione quanto la concezione della donna islamica, davvero impensabile: per dire, se una moglie non dà figli può essere tranquillamente cacciata dal marito.

Naturalmente sulla famiglia si abbatte la rivoluzione khomeinista e da quel momento cambia tutto, anche il romanzo, che si trasforma in una specie di cronaca degli avvenimenti e del modo col quale questi si riflettono sull’Iran, sulla  moschea, sulla famiglia, sui suoi privilegi, sul suo benessere. Ma è proprio qui che la figura di Aga Jan viene fuori, pur essendo ovviamente costretto a subire come tutti, ma senza smettere di lottare e soprattutto senza perdere la sua dignità.

Poronga

Kader Abdolah “Il re”

reSe vi è piaciuto, o almeno vi ha interessato, Il cacciatore di aquiloni, libro che a me è sembrato mediocre, vi consiglio di leggere La casa della moschea, che è in qualche modo simile, con l’Iran al posto dell’Afghanistan, ma molto più bello.

 Kader Abdolah è nato in Iran, è stato perseguitato prima dal regime dello Scià e poi da quello di Khomeini, ha scelto di vivere in Olanda e di scrivere i suoi libri in olandese. Detto per inciso, va ammirato anche per questa scelta, perché è arrivato in Olanda a 34 anni, ha studiato la lingua e solo 5 anni dopo ha cominciato a scrivere in olandese. Anche se naturalmente parla della sua patria d’origine, e lo fa da artista quale è ma ancor più da esiliato che sente il dovere morale di rendere testimonianza di ciò che ha vissuto, dal momento che è uno dei pochi a poterlo fare, perché i suoi compagni di lotta sono morti o incarcerati. In questo sentire il dovere della testimonianza ricorda molto da vicino Primo Levi. Iperborea ha già tradotto sette suoi romanzi, che a me sono sembrati tutti di ottimo livello.

In questo libro Abdolah si riallaccia esplicitamente alla tradizione millenaria dei cantastorie persiani, mischiando realtà e finzione, fondendo insieme fatti e personaggi di un periodo storico più lungo della vita dei singoli. Nella figura del re infatti vengono riportati aspetti della vita di quattro scià, che regnarono in un arco di oltre cento anni, fra il 1797 e il 1906. Tanto per fare un paragone con l’Italia, sarebbe come fondere in unico personaggio Cavour, Giolitti, Mussolini e De Gasperi, ma vi assicuro che Abdolah lo fa molto bene. Molti altri protagonisti sono ispirati a personaggi storici, dalla volitiva madre del re al gran visir che cerca di portare l’Iran verso la modernità, e che addirittura era un prozio dello scrittore e che ha pagato con la vita per il suo coraggio civile. Il risultato è un romanzo che si legge come un libro di avventure ma allo stesso tempo ha grandi qualità di approfondimento storico e psicologico. Vi troverete immersi nelle complessità della politica internazionale, negli intrighi di Russia e Inghilterra per il predominio nel medio Oriente e il controllo delle risorse petrolifere di cui solo allora si cominciava a capire l’importanza. Si parla della posizione strategica della Persia e dell’Afghanistan come passaggio verso l’India e l’intera Asia. Vedrete un paese di antica e raffinata civiltà lacerato fra il medioevo e l’avanzare inesorabile della modernità, immerso in conflitti religiosi alla base anche della situazione attuale.

E su tutti lo scià, uomo debole, tormentato, più amante della poesia che del potere di cui è comunque schiavo e padrone allo stesso tempo, perché questo è il suo destino. Succube volta a volta delle grandi potenze straniere, della madre e dei vari consiglieri, intuisce i segni del cambiamento ma non lo sa affrontare. Ha capricci spesso infantili, ma quei capricci sono legge e determinano la vita e la morte dei suoi sudditi, che manda a morire con la sovrana indifferenza dei tiranni che hanno infestato tutta la storia dell’umanità. Ha più di 200 concubine, ma divide il letto con un’unica femmina, la sua amatissima gatta, a cui confida i suoi pensieri e di cui è gelosissimo ( … i gatti selvatici facevano un gran baccano sui tetti del palazzo. Che avessero sedotto Sharmin? Che lei avesse preferito il calore di un gatto selvatico a quello delle sue braccia? ).

Non entrerò troppo in dettaglio per non rovinarvi il piacere della lettura ma devo dire almeno che mentre in altri libri Abdolah raccontava vicende più vicine nel tempo, qui si ferma ai moti rivoluzionari che portarono alla prima Costituzione in Iran, nel 1906. Mischiando abilmente realtà e finzione, tratteggiando vivissime figure di intellettuali che hanno studiato in Occidente e poi diventano capi rivoluzionari, e di fanatici religiosi che l’Occidente non sanno e non vogliono sapere cosa sia, ma gli scherzi della storia portano ad allearsi con i primi, Abdolah ci sta parlando del mondo di oggi.

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