Carlo Emilio Gadda “ La cognizione del dolore”

gaddaFinito questo straordinario romanzo l’ho ricominciato subito dopo; riprenderlo subito mi è sembrato indispensabile perché questo libro è troppo ricco e complesso perché una prima lettura serva a poco più che a una sgrossatura, venendo rimandato il vero piacere -e la sincera ammirazione-che esso procura non solo a una, ma a ripetute letture successive.

Ad un primo approccio, reso impegnativo da un utilizzo della lingua italiana che sta veramente su di un altro pianeta rispetto a quanto fatto da qualsiasi altro moderno, l’attenzione viene quasi interamente assorbita dallo sforzo innanzitutto di capire cosa Gadda sta dicendo, e poi di comporlo in una trama, o almeno -visto che una trama vera e propria neppure esiste-, in un contesto narrativo -e questo altroché se esiste!-.

La storia e l’ambientazione sono semplicissime: in un contesto lombardo-sudamericano, il Maragadàl, nel quale si riconoscono forti tracce brianzole a partire dal formaggio locale “croconsuelo”, descritto con inquietanti accenti, l’ingegner don Gonzalo Pirobutirro d’Eltino e la anziana madre, nota in paese come la Signora, vivono il modesto retaggio di un antico benessere familiare.

Madre e figlio sono i soli superstiti di una famiglia che ha visto la premorienza del padre, che si intuisce essere stato uomo mite e generoso, e la dolorosissima perdita in guerra dell’altro figlio maschio.

Il romanzo è come una prolungata istantanea dello stato in cui vivono i due protagonisti -entrambi figure di struggente e lancinante bellezza- e dell’ambiente che li circonda, cui si aggiungono talora alcuni quadretti fulminanti, quali la storia del tentativo di Gaetano Palumbo di conseguire dall’esercito una pensione di invalidità fingendosi sordo, o il ritratto del piccolo borghese “ossobuchivoro” al ristorante.

Nella narrazione nulla accade: nello stagnare di chiacchiere di paese, descrizioni di luoghi o personaggi, digressioni talora vertiginose, via via si erge la figura di Don Gonzato e del suo disperato, solitario dolore; dolore tutto interiore, ma esasperato dall’intolleranza e dal sarcastico disprezzo di Gonzalo per la piccola e meschina vita che lo assedia. Periodicamente la disperazione di Gonzalo esplode in  violente sfuriate contro la madre, che si intuisce amatissima, e, in particolare, contro la sua bontà, che la induce ad attorniarsi di una teoria di persone umili (il contadino, la lavandaia, la pescivendola, il falegname ecc.) e devote, per quanto assai ruspanti (e nel descrivere tali caratteri Gadda è veramente strepitoso).

Ma tutto ciò, che pure offende l’aristocratico senso del decoro di Gonzalo, non è la causa ma la semplice occasione della sua furia, che è piuttosto sterile e impotente ribellione ad una vita che altro non gli pare se non inutile, crudele, volgare.

Non meno tragica è la figura della madre, mite, profondamente buona e affranta; forse la figura più struggente che io ricordi in letteratura; a lei Gadda dedica pagine memorabili -quelle dell’ultimo capitolo- di grande, vera e nobile pietà.

Gadda, accanto ai temi di vertiginosa gravità (la vita, la morte) si occupa all’occorrenza, con aristocratico distacco ed ironia, anche di unghie, odori, flatulenze, mettendo con imparzialità a disposizione di così eterogenei soggetti la sua penna, davvero grandissima.

Mi ha soprattutto colpito la densità della prosa gaddiana: non c’è una parola che non abbia una sua precisa funzionalità, e ciò al punto che sembra quasi che a ogni parola corrisponda un concetto; e poi la capacità di reinvenzione della lingua sia tramite neologismi (“impietrato”; “la giallura della poveraglia”, ecc.), sia tramite l’uso di parole note, riuscendo però a cavarne un senso espressivo maggiore e a volte diverso da quello che siamo soliti attribuirgli, in ciò sorretto da una cultura, non solo linguistica, assolutamente superiore.

Il solito Baricco dice che noi italiani abbiamo due privilegi: quello di poter leggere Dante e quello di poter leggere Gadda. Anche stavolta penso abbia ragione.

Poronga

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