Pier Paolo Pasolini “Una vita violenta”

pasoPPP torna ai “ragazzi di vita”. Rispetto al precedente, grande romanzo, aggiunge poco o nulla, ma perché poco o nulla c’è da aggiungere. Eppure questa “Vita violenta” si giustifica, eccome, ed anzi bisogna ringraziare questo grande e profondo artista di avercelo regalato, e se avesse avuto il tempo e la voglia di darcene un ulteriore, ci sarebbe stato da rallegrarsi ancora.

La gente è la stessa, stesso l’ambiente, stesse le storie, stessa la cifra espressiva, disadorna e poetica: “Poi un po’ alla volta l’aria si tinteggiò di luce, e la luce si incollò su ogni cosa, ma senza sole. Era un biancore secco e fiacco, che s’allappava sulla fanga, sulle facce distrutte, sui fari sempre accesi“.

Ci sono sempre questi ragazzi induriti e amari, precocemente cresciuti, eppure a loro modo sensibili alla vita e all’amore, le rarissime volte che se lo possono permettere; e c’è la loro vita, la loro storia, gli espedienti, la lotta, le cattiverie, la miseria; e la dolente e asciutta la partecipazione umana di P.

Il Riccetto di questo romanzo è Tommaso; il libro è tutto bello, in certe parti bellissimo, per esempio quando descrive la nottata interminabile, violenta e malandrina di Tommaso e compagni, o quando descrive la retata della polizia in quella specie di Caienna diseredata che è Pietralata.

Forse la “morale” del romanzo è rappresentata, simboleggiata, quando a un certo punto Tommaso vede dei ragazzi benestanti (per lui: al massimo apparterranno alla borghesia medio/piccola) giocare e pensa:

’Intanto, stronzi stronzi, eccheli llì! Nun pensano a niente, giocano, se divertono, se fanno le studentine, pzt! E c’hanno er papà che je passa ‘a grana!’.

‘Questi me sa –continuò a pensare- che tra loro nun se fanno cattiverie… E che, conoscheno ‘a vita questi? Eppure me ce vorrebbe mischià, in mezzo a loro! Mannaggia la morte, vorrebbe pure io esse stato ammaestrato così, esse bravo ragazzo come loro!’ E invece niente, Tommaso resta dov’è, coi pari suoi e con la sorte segnata come loro, e trova anche lui la sua morte precoce, una fra tante, di tisi, e addio Tommaso”.

Memorabile anche la introduzione, breve e densa, di Erri De Luca.

Poronga

 

Pier Paolo Pasolini “Ragazzi di vita”

Cpasolinii sono romanzi ambientati in un determinato periodo che, passata la loro attualità, perdono molto e diventano datati; altri destinati a mantenere un loro preciso senso e freschezza anche a molti decenni di distanza: “Ragazzi di vita” è uno di questi.

PPP scrive dell’immediato dopoguerra e della condizione dei ragazzi della borgata romana, perennemente marginali, senza speranze e senza un futuro che non sia quello del giorno dopo, alle prese con povertà, ignoranza, bruttura, incattivita rassegnazione.

Tutto ciò Pasolini è veramente bravissimo a dirlo e raccontarlo con un linguaggio secco e aspro, fortemente evocativo, che sa di polvere e pietre, prati spelacchiati, rogge fangose dove fare il bagno nudi, immondizie a cumuli, cani randagi, robaccia da rubare.

E anche nel gergo impietoso e negli atteggiamenti precocemente duri e sfrontati dei protagonisti la condizione che P. vuole descrivere trova puntuale ed efficace riflesso.

Il Riccetto, il Lanzetta, il Caciotta, l’inquietante e tragico Amerigo sono i protagonisti/simbolo di tutto ciò e possiedono tutti una impressionante impronta realistica.

Potente e straziante la chiusura del romanzo con la descrizione della morte per annegamento del serio e taciturno Gervaso davanti agli occhi impotenti dei piccoli fratelli.

Poronga