Osvaldo Soriano “Pensare con i piedi”

so.pngI numerosi contatti odierni con “Un’ombra ben presto sarai” (in qualità di amministratore del sito vedo cose che voi umani non potrete mai vedere) mi induce a parlare di un altro bel libro di questo eccellente scrittore.

Si tratta di tre blocchi di racconti dedicati il primo, fondamentalmente, alla figura paterna, il secondo alla ricostruzione storica, non so fino a che punto romanzata, dell’indipendenza argentina, il terzo al calcio.

Il gruppo che ha trovato di gran lunga più riuscito e interessante è il primo, dal quale emerge, attraverso racconti fantasiosi e rapidi, la figura di un uomo integerrimo, visceralmente antiperonista e a suo modo geniale: ingegnere meccanico si produce per esempio insieme al figlio allo smontaggio e rimontaggio di un’intera automobile, al che è dedicato uno dei racconti meglio riusciti, ossia “Meccanici”. Molto rimarchevole anche “Petrolio”.

Particolarmente felice anche, fra i racconti calcistici, l’epopea de “Il rigore più lungo del mondo” che il grande Gabo credo sarebbe stato contento di aver scritto, e il colorato “Peregrino Fernandez, el Mister”. Gli altri racconti sul tema non mi sono sembrati molto ispirati.

Fra i racconti storici mi ha colpito solo quello inserito extra-ordinem dedicato a Robespierre, gli altri parendomi più che altro di valore storiografico, e quindi pienamente godibili solo da chi conosca la storia argentina.

Soriano si conferma comunque come una penna veramente bella: funambolico e acuto, ma pure dotato di una particolare capacità di equilibrio e controllo stilistico. Insomma, uno dei migliori interpreti della letteratura sudamericana.

Poronga

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Osvaldo Soriano “Un’ombra ben presto sarai”

Di rimando in rimando (ma prometto che ora sola smetto) arrivo a questo libro, scritto da un grande autore argentino purtroppo morto prematuramente, che mi è sembrata una degna versione de “Sulla strada” di Kerouac in salsa sudamericana.

Il libro è molto bello e, soprattutto, nobilitato da una sua precisa originalità. Vi è, come in “Sulla strada”, l’incessante andare del protagonista; ma mentre per Dan Moriarty e i suoi compagni questo significa viaggiare, ossia avere una meta -anche se poi la ragione del viaggio consiste più nel fatto stesso di viaggiare che non nel giungere a destinazione-, l’andare del protagonista di “Un’ombra”, del quale non viene detto neppure il nome, è fondamentalmente un vagabondare. Là dunque c’è l’ansia di scoprire un nuovo ineffabile e ribollente, qui c’è l’ansia di ritrovarsi.

Ciò fatalmente comporta un senso di vuoto e di smarrimento che è, in fondo, la ragione del viaggio intrapreso dal nostro vagabondo.

Questo, naturalmente, si riflette anche sul ritmo narrativo: febbrile e frenetico quello di “Sulla strada”, lento e meditativo (anche se poi nessuno nel romanzo si mette mai a meditare su nulla) quello di “Un’ombra”.

Il protagonista viene colto fotograficamente nel suo vagabondare; nulla si sa di lui e pochissimo si saprà nel corso del romanzo: giusto che si tratta di un ingegnere che ha lavorato in Europa, e che da qualche parte ha una figlia. Nulla viene invece detto del perché si è ridotto a girare senza meta, senza un soldo in tasca e in una condizione assai simile a quella di un barbone; e così egli viene lasciato alla fine del racconto, senza altro che gli incontri fatti nel periodo raccontato.

I personaggi, protagonisti e non, del libro sono tutti bellissimi: il lunare e fantastico Coluccini (memorabile il suo racconto della partita a carte la cui posta in gioco è data dai ricordi dei giocatori, e memorabile ancora la audacissima e spettacolare performance da acrobata nella quale decide un certo punto di esibirsi, rompendosi serenamente una spalla); lo struggente ed esangue Lem, ricco ed elegante signore, che un amore infelice conduce al suicidio che da tempo lo attende; la cartomante; il giovane sordomuto con la sua bellissima compagna.

Il romanzo è dominato da destino, che si manifesta nell’ apparentemente casuale incontrarsi e reincontrarsi dei protagonisti -tutti in perpetuo movimento e senza fissa dimora- e, credo, anche nella circolarità di questo movimento, ossia il vagabondare che non porta da nessuna parte, mai. Ma c’è anche, forte, un senso di ineffabile malinconia e disillusione, che pervade tutta l’opera.

Mi accorgo che più ci penso, nello scrivere queste note (che per la verità risalgono al 1998), più questo libro mi pare bello e riuscito; penso anzi che una sua rilettura potrebbe riservare ulteriori piacevoli scoperte.

Poronga