Jerome D. Salinger “Il giovane Holden”

holden“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto”.

Io trovo questo incipit favoloso.

Dopo di che non so se rileggendolo ora “Il giovane Holden” (mi è venuta voglia di farlo), mi farebbe l’impressione indelebile che mi fece quando lo lessi a vent’anni (dico solo che, finitolo, per non abbandonarlo lo rilessi immediatamente, cosa questa che, per motivi del tutto diversi, mi è capitata solo un’altra volta con “La cognizione del dolore”: e hai detto cotica).

D’altra parte che dire di uno che azzecca frasi così?

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

Nella mia ormai lunga carriera di lettore ho trovato solo uno che in certi punti, se voleva, scriveva come Salinger, e questo uno è David Foster Wallace (e hai detto cece); in particolare in “Infinite Jest” c’è un dialogo fra i due fratelli Incandenza  che potrebbe provenire dritto dritto da uno dei libri di Salinger.

Comunque per conto mio la cosa migliore del Nostro non è “Holden”, ma il primo dei “Nove racconti”; si intitola “Un giorno ideale per i pesci banana”, ed è il più bel racconto che abbia mai letto (Cechov e Carver compresi: e hai detto cotica e cece).

Poronga

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