Shane Stevens “Io ti troverò”

io-ti-trovero-shane-stevensL’estate è bella anche perché si legge di più; più bella ancora se capita uno di quei bei libri polposi, magari non troppo impegnativi ma tutt’altro che banali, ideali per riposare e al contempo sollazzare la mente.

I prossimi libri che segnalerò credo rispondano a queste caratteristiche

Inizio da questo che per me, anche se non sono un lettore di gialli o thriller (qualcuno mi ha spiegato la differenza ma me la sono già scordata) è un vero capolavoro; e, soprattutto, non solo secondo me, visto che autori del calibro di King, Ellroy , Harris ecc. lo considerano un libro di culto.

Vi è, tanto per incominciare, un primo capitolo nel quale Stevens racconta magistralmente come si diventa un mostro.

E qui vi è il secondo colpo di genio perché il mostro (vero? presunto?) del romanzo è esistito davvero: si chiamava Caryl Chessamann, e negli anni ’60-‘70 fu al centro di uno dei primi grandi dibattiti negli USA sulla pena di morte.

La storia vera di Chessmann si intreccia con quella di fantasia del protagonista del romanzo, Thomas Bishop, che per di più è convinto di essere il figlio del primo (da notare –una piccola chicca tra le tante- che Chessmann significa Uomo degli scacchi mentre Bishop significa Alfiere..).

Il romanzo ha grande respiro e un ritmo serratissimo che non cala mai, anzi è in costante crescendo. I colpi di scena si susseguono, nell’ambito di una gigantesca caccia all’uomo, che uccide e uccide,  condotta non solo dalla polizia, ma anche da un cronista di punta dall’intuito prodigioso, Adam Kenton, spalleggiato da un criminologo (forse l’alter ego dell’autore).

Spettacolare, geniale, e con una trama, per quanto difficilissima da immaginare, che “tiene” a meraviglia.

Inesausto, Stevens chiude con due colpi di scena; l’ultimo dei quali racchiuso in due paginette finali che mi hanno letteralmente stupito.

In più S. riesce a dare a questo romanzo anche una credibilissima cornice storico-sociale, collocandolo nell’era Nixon, con tanto di senatori rampanti e spregiudicati, affaristi, spietati giochi di potere; alla quale si aggiunge –altro particolare di non poco conto- anche una profonda e intelligente capacità di comprensione umana.

Se proprio devo trovare un difetto direi che il romanzo indugia forse un po’ troppo nel descrivere il brancolare nel buio della polizia e di Kenton; eccessivo anche il ricorrente richiamo al sesso orale, forse una fissazione dell’autore.

Si sarà comunque capito che questo libro …. mi è piaciuto (eccome!), e sarei contento se potesse allietare l’estate di qualche Asinista.

Poronga

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