Sándor Márai “Le recita di Bolzano”

mar.pngicona-voto-asino-vuotoicona-voto-asino-vuotoicona-voto-asino-vuotoImmaginate di imbattervi in un libro che ha tutti gli ingredienti per dis-piacervi ed indispettirvi; è quanto mi è successo con questo romanzo.

1756: Giacomo, il protagonista di questo romanzo, che con un’avvertenza piuttosto civettuola M. dichiara non essere il Casanova, è appena evaso dai Piombi. In fuga, ripara a Bolzano facendo sensazione fra dame, cavalieri e popolino. Qui incontra il Conte di Parma col quale si battè all’arma bianca, “a torso nudo e al chiaro di luna”, per contendersi la allora quindicenne Francesca.

Francesca è rimasta innamorata di Giacomo, onde il Conte va da lui e, in un torrenziale soliloquio che vorrebbe essere memorabile, gli intima di offrire alla donna una straordinaria notte d’amore per poi sparire dalla sua vita, “ferendola ma non troppo”.

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Sàndor Màrai “Le braci”

brPiaciuto, ma con qualche riserva. Visto che molti lo hanno letto racconterò la trama più di quanto di solito facciamo.

Lui, lei, l’altro. Il romanzo di Marài si basa sull’eterno triangolo al quale l’autore aggiunge, quale ulteriore ingrediente, l’amicizia fraterna e di lunga data fra “lui” e “l’altro”. Anche qui quindi nulla di originale, originalità che M. penso abbia affidato tutta alle proprie capacità descrittive e di approfondimento del tema.

“Lui” è “il generale”; ultimo discendente di una nobilissima casata mitteleuropea, è colto, ormai ultraottuagenario, nell’atto di ricevere una lettera dell’ “altro”, ossia Konrad.

I due non si vedono “da quarantun anni e quarantasette giorni”,  da quando cioè Konrad, dopo una battuta di caccia nel corso della quale era stato sul punto di uccidere il generale, fugge ai Tropici.

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Sàndor Màrai “Volevo tacere”

sand.pngDi Màrai credo che abbiamo tutti apprezzato Le braci, il libro che lo rivelò ai lettori italiani e non solo. Adelphi ha poi pubblicato una dozzina  di altri suoi romanzi; anche se nessuno ha raggiunto i livelli del primo,io li ho trovati quasi tutti belli, con due sole eccezioni, La sorella e Sinbad torna a casa. Mi è piaciuto persino La recita di Bolzano – su Casanova, figura che in genere trovo irritante sia nei libri che nei film. E per finire la carrellata, segnalo agli amanti dei cani Truciolo ( e anche agli amanti dei gatti: Truciolo è una figura di cane indimenticabile, ma anche un gran bastardo, alla faccia del ‘migliore amico dell’uomo’ ).

Ma veniamo a questo libro, che ha un incipit folgorante. ” Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho capito che il silenzio è una risposta, tanto quanto la parola e la scrittura. A volte non è neppure la meno rischiosa. Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso. “.

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Sándor Márai “Il sangue di san gennaro”

maraiHo conosciuto sándor márai attraverso quel piccolo capolavoro che è “la recita di bolzano”, il racconto dell’ultima avventura galante di giacomo casanova, in fuga dalle carceri di venezia, un piccolo romanzo geniale nella perfezione dell’analisi dei meccanismi che governano la seduzione e il sentimento amoroso.

solo poi, ho letto “ le braci” e “l’eredità di eszter” che, rispetto alla felicità della “recita”, mi sono parsi minori. credo di non essere riuscita a coglierne l’idea, o l’emozione centrale  e, malgrado la bellezza della prosa intensa ed elegante di márai, non c’è stato vero ‘incontro’.

di recente, invece, mi è capitato di trovare su una bancarella un altro suo libro, “il sangue di san gennaro”, un romanzo denso, tormentato, stranamente criptico, ma oltremodo toccante.

tutta la prima parte è dedicata alla città, descritta attraverso gli occhi di due esuli che vi giungono all’inizio degli anni cinquanta e vi rimangono per qualche tempo, in attesa della partenza per una terra lontana che li accoglierà ponendo fine al loro vagare.

ne viene fuori una napoli povera ma dignitosa, disgraziata e malconcia eppure non priva di allegria, che certo non brilla per originalità, malgrado la tersa luminosità di alcuni passaggi:

E sono sempre belli (i bambini). Hanno occhi che splendono, come se fossero pieni di luce, di una luce oscura. E sono sempre seri, di una serietà quasi ispirata, come è tipico dei poveri.”

ma poi, nella seconda e terza parte, il colore locale cede il passo a un tono più cupo e interiorizzato, quasi profetico.

dall’animata coralità dei pittoreschi personaggi che si muovono per i vicoli della città si passa alle taciturne giornate d’attesa del tutto prive di eventi che i due stranieri, in balia di una burocrazia ostile e prevaricatrice, trascorrono in casa, quasi prigionieri, immobili davanti al mare di napoli.

e mentre la prosa si fa man mano più densa, labirintica, straziante nella sua insistita lentezza, i due stranieri sembrano quasi perdere via via di consistenza e realtà, trasformarsi in creature afasiche e vagamente deliranti.

nei vicoli e nelle botteghe di Posillipo si comincia a dire che quell’uomo di cui non si sa nulla, quell’uomo senza nome senza una voce, disposto ad ascoltare i dolori di tutti, è un santo. in città comincia a spargersi la voce che presto accadrà un miracolo.

difficile dire se sia il miracolo tanto atteso quanto accade nel finale, un finale inquietante, che lascia il lettore confuso e dolente, incapace di rispondere alle domande che a lungo, anche dopo avere chiuso le pagine del libro, continueranno a tormentarlo:

chi è quello straniero dagli occhi fondi e bui che ascolta chiunque vada a bussare alla sua porta?

può davvero un uomo farsi carico del dolore degli uomini, di tutti gli uomini,  trasformarlo, renderlo più lieve, nella vertigine di un volo sacrificale?

insomma, ci si trova costretti a chiedersi, ci può essere spazio, in questo nostro mondo, per il miracolo?

la signora nilsson