Richard Mason “Anime alla deriva”

animUn intreccio perverso ed inquietante come pochi altri e dal finale mozzafiato e che nonostante sia stato scritto da una mano giovane di età mostra tuttavia una arguta sorprendente maturazione quasi senile.

E’ un freddo pomeriggio invernale: un vecchio, seduto in una stanza che si affaccia sul mare, guarda il sole che tramonta dietro le onde. Sono passate ventiquattr’ore da quando sua moglie è morta a Seton Castle, la casa che hanno condiviso per più di quarant’anni. Mentre scende la notte, l’uomo cerca di capire il senso della propria vita e di spiegarsi come un uomo pacifico, quale lui è sempre stato, abbia potuto uccidere a sangue freddo, dopo mezzo secolo di felice convivenza, la sua compagna. Ma le risposte non si trovano facilmente. Ogni tentativo di spiegazione implica la rievocazione di eventi vecchi di cinquant’anni, risalendo all’epoca in cui un giovane virtuoso del violino s’innamorò, ricambiato, di Ella, la cugina di sua moglie. Fulminante l’inizio, il resto scopritelo voi…

“Mia moglie si è sparata ieri pomeriggio.O almeno questo è quanto ritiene la polizia, e io interpreto la parte del vedovo affranto con entusiasmo e con successo. Vivere con Sarah mi ha insegnato a ingannare me stesso, e l’ho trovato anch’io, come lei, un eccellente modo per imparare a ingannare gli altri. Naturalmente io so che lei non ha fatto niente del genere. Mia moglie era troppo equilibrata, troppo ancorata al presente per pensare di farsi del male. È mia opinione che non si sia mai preoccupata di quello che aveva fatto. Era incapace di provare rimorso. Sono stato io a ucciderla. E non per i motivi che potreste immaginare. Il nostro non era affatto un matrimonio infelice, anzi. Sarah è stata, fino a ieri, un’ottima e affettuosa moglie, perché, sotto certi aspetti, era profondamente coscienziosa. È buffo, vero? Come in una persona possano coesistere valori totalmente contrastanti senza turbarla. Almeno apparentemente, mia moglie era l’essenza del rigore, della correttezza e della serenità. “Si è dedicata senza riserve a quest’isola e ai suoi abitanti”, dirà di lei domani il cappellano, e avrà ragione. Sarah aveva molte virtù, e la principale era uno strenuo senso del dovere reso più amabile dalla serenità con cui lo perseguiva. Così sarà ricordata. E la serenità non era una prerogativa soltanto sua: sapeva rendere serena anche la vita di chi le stava accanto: serena; ordinata; e sicura. Naturalmente era una sicurezza alle sue condizioni; ma quando l’ho sposata avevo bisogno di certezze a qualunque costo, e quelle che mi ha dato lei sono durate più di quarantacinque anni. Se mi conosceste, non direste che sono il tipo dell’assassino. Non mi considero certo un uomo violento, e non penso che l’aver ucciso Sarah modificherà questa opinione. Dopo settant’anni su questa terra, conosco i miei difetti, e la violenza, perlomeno in senso fisico, non è tra questi. Ho ucciso mia moglie perché lo esigeva la giustizia; e uccidendola ho ristabilito almeno una specie di giustizia. O no? I dubbi mi tormentano; le antiche ferite si riaprono. La mia ossessione per il peccato e la punizione, messa a tacere in modo molto imperfetto tanto tempo fa, torna a farsi sentire. Mi scopro a chiedermi quale diritto avessi di giudicare Sarah, e quanto più duramente sarò giudicato per aver giudicato lei; per averla giudicata e punita in un modo in cui io non sono mai stato giudicato e punito”.

Davide Steccanella