F. Werfel “Una scrittura femminile azzurro pallido”

werfelAppena concluso il breve romanzo di Franz Werfel, un’immagine si presenta alla mente: il suggestivo, benché desolato, paesaggio finale de «I morti», il racconto conclusivo di Gente di Dublino. La bianca e muta distesa di neve che Gabriel osserva, immobile davanti alla finestra della sua stanza d’albergo, e vede coprire e nascondere pian piano il profilo della città, fa da eco alla «grande radura inaridita» che Leonida, il protagonista di Una scrittura femminile azzurro pallido, vede apparire in sogno quando si addormenta, sfinito, in un palco dell’Opera di Vienna non appena la musica comincia a suonare imperiosa, nella scena conclusiva del romanzo.

Ma andiamo per gradi. E torniamo indietro, allora, all’inizio di quella giornata che terminerà per Leonida in modo tanto poco onorevole.

La storia comincia al tavolo della prima colazione, in un mattino d’ottobre che «in una sorta di estro giovanile si sforzava di assomigliare a una giornata di aprile», ed è tutta contenuta in un pugno di ore, quelle che separano il protagonista dalla sconfitta, fatale, definitiva, che lo attende inesorabile da anni, ed è giunta quella mattina a bussare alla sua porta.

Al tavolo della prima colazione, egli trova, infatti, insieme alla posta, una lettera, il cui contenuto è annunciato da quella «scrittura femminile azzurro pallido» che Leonida non può non riconoscere. E nel momento stesso in cui egli scorge quella lettera, la sua giornata si trasforma in un’ordalia segreta che gli mostrerà tutta la vanagloriosa futilità della sua esistenza: il compiaciuto ottimismo di un uomo giunto al successo grazie al frac ereditato da un suicida e a un matrimonio altolocato si sgretola come un castello di sabbia.

Tuttavia quella lettera, come lo stesso Leonida è in qualche modo consapevole, gli offre la possibilità di affrancarsi: un’opportunità che capita di rado, se capita, nella vita. Ma è fin troppo chiaro, già dalle prime battute del romanzo, che egli non si dimostrerà capace di afferrarla.

Il romanzo di Franz Werfel si legge d’un fiato, il ritmo incalzante delle ore che spingono Leonida a correre verso il crollo finale contagia anche il lettore, che si precipita insieme a lui fino alla superba chiusa. Una scena che non ricorda solo Joyce, come dicevamo, ma anche, seppure capovolta, la grandiosa sequenza d’apertura di «Senso», il più bel film di Luchino Visconti. Siamo all’Opera di Vienna e tra le dame e i loro accompagnatori in platea e nei palchi c’è lo stesso scambio di sorrisi, sguardi, saluti d’occasione e di convenienza che Visconti mette in scena alla Fenice di Venezia ma poi, nel film, con la pioggia di volantini dei ribelli  ecco scoppiare la concitazione dei momenti in cui si fa la storia mentre nel romanzo c’è solo la stanchezza incolmabile di un uomo che ha rinunciato alla lotta e malgrado la musica che «si rovescia su di lui sempre più pesantemente» crolla addormentato in pubblico, come un vecchio.

E così, se la neve che cade su Dublino si trasforma, agli occhi di Gabriel, nel simbolo di un gelo mortale che s’impossessa di ogni cosa passata, presente e futura, la «radura inaridita» vista in sogno da Leonida diventa immagine della «malattia della morte, quella malattia che altro non è se non misteriosa, logica conformità con la colpa della vita».

la signora nilsson