Mordecai Richler “La storia di Mortimer Griffin”

mordL’invidia sarà pure un peccato capitale, ma come si può non invidiare uno che potrebbe scrivere un trattato sull’arte di sturare i gabinetti, e lo renderebbe arguto e divertente? Ricordo, fra i libri che ho letto di Richler, Il mio biliardo: io non ho mai preso in mano una stecca né mai visto una partita di biliardo, eppure mi sono appassionato alle vicende di campioni di questo gioco che non avevo mai sentito neppure nominare.

Per chi ha amato/odiato La versione di Barney dirò subito che questo, seppur scritto parecchi anni prima, è il libro di Richler che più mi ha ricordato il suo capolavoro. Non che il suo spirito dissacrante non sia presente in ogni sua pagina, ma qui più che altrove troviamo quella vena grottesca e surreale che caratterizzava Barney. La storia di Mortimer Griffin ( fulminante il titolo originale: Cocksure ) è del 1968, e Richler ci dà la sua visione della swingiing London degli anni Sessanta. In un clima in cui bisogna sovvertire tutte le regole e si scopre la liberazione dei costumi, la psicoanalisi e le nuove teorie pedagogiche, il bello della trasgressione e la banalità dell’essere normali, il povero protagonista ha il difetto imperdonabile di essere un WASP. Un ambiguo ma abile mestatore lo accusa allo stesso tempo di essere un ebreo rinnegato e un antisemita, accentuando la sua crisi di marito, padre e amante insicuro. Ma questa è solo una delle storie partorite dalla irrefrenabile fantasia di Richler, e le storie sono solo un pretesto per dare sfogo a quella che tutto sommato sconfina dalla satira alla vera denuncia sociale ( sono certo che Richler non sarebbe d’accordo, ma è morto e non può replicare e dunque io, in perfetto stile Barney, ne approfitto ).

Tanto per pescare qua e là a caso, abbiamo dosi massicce di antisemitismo, culminanti in un incredibile cinismo nel parlare della Shoah ( i nazisti festeggiano il milionesimo ebreo ucciso nei forni ), subito bilanciato da una citazione di uno dei tanti brani raccapriccianti del Vecchio Testamento ( ” Va’ dunque… non risparmiarlo, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti ” ). E quando Mortimer vuole fare l’albero di Natale, la moglie obietta: non si può, con i cristiani che bombardano il Vietnam! E i vicini di casa, ebrei, lo prenderebbero come un insulto. Mortimer trova una via d’uscita geniale: ” Ma è un fatto che era un grande leader radicale ebreo. Ignorare il suo compleanno be’, capisci, la cosa potrebbe essere interpretata come un gesto antisemita ” .

Oltre all’antisemitismo, Richler va giù duro col sesso. In una scuola intitolata alla povera Beatrice Webb, gli alunni giovanissimi vengono stimolati allo studio con una specie di concorso in cui i primi quattro vengono diciamo così gratificati da un premio sotto forma di prestazione sessuale, offerta da una insegnante peraltro piuttosto bigotta, ma conquistata dalle nuove teorie pedagogiche. Il preside è nettamente contrario, non al premio in sé – anzi! – ma al fatto che è limitato ai primi quattro, una inaccettabile forma di elitarismo. Bisogna trattare tutti allo stesso modo, così l’insegnante dovrà, per così dire, rimboccarsi le maniche. Bambini di otto anni recitano una commedia di De Sade; il padre di una tredicenne cerca in una focosa assemblea di giustificare la figlia, unica della classe a limitarsi al petting ( fischi del pubblico, a nulla varrà l’estremo tentativo del povero genitore ” ma è petting spinto “: la ragazza, in una parodia di La lettera scarlatta, sarà obbligata a cucirsi sui vestiti una grande A, che in questo caso sta per allumeuse ). Al figlio di otto anni che ha fatto un brutto sogno e chiede di stare qualche minuto nel lettone, la moglie di Mortimer intima ” Soltanto se hai il coraggio di guardare in faccia il motivo per cui vuoi stare qui a letto con me ” ” E’ perché ho paura, mamma ” ” Balle. E’ perché desideri fare fisicamente l’amore con me. Tu vuoi soppiantare tuo padre ” al che il povero bambino sconsolato ” Penso che adesso tornerò nelle mia camera “.

E poi c’è la satira del mondo cinematografico e televisivo, dove lavora il protagonista. In TV la trasmissione del momento è Insult – che per essere nel 1968 è acutamente premonitrice -; nel cinema, veniamo a sapere che buona parte delle stelle sono degli androidi tanto sofisticati da avere ben tre espressioni diverse ( verrebbe da fare la facile battuta, due più degli attori incartapecoriti odierni ). E sui meccanismi del controllo culturale: ” Loro erano affidati alla nostra coscienza ” ” Loro chi? ” ” I wasp. Vede, allora noi, un gruppetto di ebrei,italiani e latinoamericani, controllavamo le immagini venerate dall’America protestante. Vi insegnavamo che parlare per frasi smozzicate, in effetti essere piuttosto stupidi, come Gery Cooper, era virile. E ancora più virile era evitare le donne. Sa, il nostro potere era formidabile “.

Non racconterò altro (solo una piccola nota personale: viene persino citato per ben due volte il vostro umile cronista, nel senso ovviamente del nickname), ma chi ha amato Barney apprezzerà sicuramente La storia di Mortimer Griffin. Penso anzi che da un certo punto di vista questo sia un libro ancora più sorprendente. Infatti, trent’anni prima di Barney, quando il politicamente corretto era ancora soltanto agli albori, Richler coglie qui con grande anticipo l’ipocrisia e il conformismo dell’anticonformismo di maniera, della controcultura che non capisce che si può andare contro la cultura dominante soltanto conoscendola, non ignorandola. Anche se naturalmente Barney resta insuperabile, mi vien quasi da dire che qui stiamo assistendo alla sua prova generale.

P.S. Solita tirata d’orecchie all’editore: il libro è pieno di riferimenti, spesso colti ( è questa la diabolica abilità di Richler, sa essere allo stesso tempo volgarissimo e coltissimo ) a fatti e personaggi degli anni Sessanta. Non tutti hanno la fortuna di essere così vecchi da aver vissuto quegli anni, qualche nota a piè di pagina sarebbe stata utile. Non commento invece la recensione di Pierluigi Battista sul Corsera, che colloca il libro nel 1978 anziché nel 1968. Anche perché, a volerla commentare, contiene corbellerie anche molto peggiori.

Tiresia

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Mordecai Richler “La versione di Barney”

barneyBerney Panofsky scrive non la biografia, ma la sua versione di quella che è stata la sua vita a partire dal periodo bohemienne nel quale, assieme ad alcuni suoi amici di belle speranze (tra i quali Boogie, l’unico vero genio del gruppo che, a differenza degli altri, non riuscirà a combinare nulla di buono), viveva nella Parigi degli anni ’30, fino alla vigilia della sua morte.

Barney è un personaggio decisamente riuscito, direi quasi memorabile: smodato, iracondo, impulsivo, con un eterno sigaro avana in una mano e un bicchiere di eccellente cognac nell’altro.

Racconta delle sue tre mogli, del successo (solo economico) ottenuto producendo tramite la  “Totally Uneccessary Production” imbarazzanti serie televisive di infimo livello ma popolarissime (fra le quali il celeberrimo “Giubba Rossa Mc Iver Presente”, il cui protagonista è perfidamente omonimo di un rivale di Barney che ha riscosso uno strepitoso successo letterario), del processo subito per la accusa di omicidio del suo amico Boogie, dei suoi figli, del grande amore della sua vita, Miriam, che dopo decenni di vita in comune e tre figli decide di lasciarlo per andare a stare con il paradisiaco Blair, nelle cui braccia Barney la butta con un insensato tradimento; e, infine, dell’altra sua grande passione: l’hockey, al quale ha sacrificato decine di paia di calzature e ombrelli gettandoli, inviperito, sul ghiaccio.

Con padronanza stilistica e costruttiva da romanziere di razza Richler ti accompagna per quasi 500 pagine tramite il racconto torrenziale, divagante e linguacciuto di Berney; ed è veramente uno spettacolo di raro virtuosismo vedere come l’iniziale errare e perdersi della narrazione, che salta avanti e indietro, scappa di qua e torna di là -e qui effettivamente ci vuole un po’ di pazienza- trovi un filo conduttore sempre più preciso e sempre più facile da seguire, in modo spettacolarmente parallelo e contrario al progredire della sindrome di Alzheimer che, alla fine, ridurrà il povero Barney a uno stato di totale deficienza.

Oltre a ciò il romanzo ha una serie di altri punti di forza: molti momenti esilaranti; il rimpianto inconsolabile di Barney per Miriam; la resa a tutto tondo del protagonista; il dubbio, che con grande arguzia viene lasciato aleggiare, se questo famoso delitto Barney l’abbia commesso oppure no.

Non fatevi scoraggiare dal film, sbiaditissima copia del libro.

Poronga