Julian Barnes “Il pappagallo di Flaubert”

baricona-voto-asino2Anche se non posso dire che Julian Barnes sia fra i miei autori preferiti, i suoi libri che ho letto li ho letti tutti con piacere e interesse.

La cosa non si è ripetuta per questo lavoro, pure fra i suoi più noti e apprezzati. Non credo che ciò sia dipeso solo dal mio scarso interesse per Flaubert, che continuo a pensare sia l’autore più sopravvalutato nella storia della letteratura, anche se B. lo definisce “il più grande romanziere del diciannovesimo secolo” (vabbè che i gusti sono gusti, ma bum!!).

Gli è che questo libro mi è sembrato proprio scarso. Intreccia una serie di notazioni tratte dalla biografia e dalle opere di Flaubert -il pappagallo del titolo è tratto dal celebre racconto “Un cuore semplice” che ho trovato la cosa migliore scritta dal Nostro, anche se nulla di che- con continue chiose e digressioni che mi sono parse opache e poco interessanti. Anche il discreto e sommesso humour di cui B. fa uso risulta decisamente spuntato.

Insomma, pur avendo l’iniziato con una certa curiosità, questo libro non l’ho finito.

Poronga

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Julian Barnes “Prima di me”

icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoNella mia tardiva scoperta di Julian Barnes, dopo la relativa delusione del suo primo romanzo Metroland, ho approfittato della traduzione italiana del suo secondo, avvenuta soltanto ora. Prima di me è stato pubblicato in inglese solo un anno dopo Metroland ma mi pare un’opera parecchio più matura ( dato che il primo è uscito nel 1981, quando l’autore aveva già 35 anni, mi viene il sospetto che sia stato scritto ben prima ma ci sia voluto tanto per trovare un editore, anche se poi il successo fu immediato ). E per finire la cronologia, solo altri due anni dopo verrà pubblicato quello che forse è stato il suo romanzo di maggior successo, Il pappagallo di Flaubert, che prima o poi cercherò di leggere.

L’incipit di Prima di me mi sembra notevole: ” La prima volta che Graham Hendrick sorprese la moglie con un altro, non ne fece una malattia. Anzi, sotto sotto ne rimase persino divertito. ” Graham è un quarantaduenne docente universitario di storia, dalla vita piuttosto piatta, con una sola eccezione quando, quattro anni prima, aveva deciso di lasciare la moglie per Ann, una donna più giovane con un passato da attrice di scarso successo.  La prima moglie si prende una vendetta, i cui esiti vanno ben oltre quanto da lei immaginato, mandando Graham a vedere un film dove la seconda moglie recita una particina: è la scena di cui all’incipit. Il tradimento, infatti, è solo sullo schermo; ma scatena una gelosia retrospettiva in Graham che, con deformazione professionale da storico, vuole scoprire e catalogare tutti i partner della moglie, quelli nei film e quelli nella vita reale. Continua a leggere

Julian Barnes “Metroland”

bar.pngicona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoPer motivi che non so spiegare se non col fatto che i libri sono tanti e la vita è breve, e dunque è giocoforza affidarsi al proprio istinto, avevo sempre snobbato Julian Barnes. Solo recentemente e grazie all’Asino ho capito invece che si tratta di un ottimo scrittore e allora sono stato incuriosito e ho voluto provare a leggere questo libro, il suo primo e quello che gli ha dato subito notorietà. Uscito nel 1981, quando Barnes aveva 35 anni, con caratteri autobiografici, se non altro per la coincidenza fra l’età dell’autore e quella del protagonista che viene seguito in tre momenti: nel 1963, liceale sedicenne, poi ventunenne bohémien a Parigi nel fatidico  ’68 e infine trentenne ormai sposato nel ’77.

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Julian Barnes “Il rumore del tempo”

barn.pngIl 29 gennaio 1936 a Mosca, alla presenza di Stalin, viene rappresentata l’opera “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmitrij Šostakovič.

Šostakovič non ha ancora trent’anni ed è già nel gotha mondiale dei compositori, ma questo poco importa di fronte alla stroncatura che l’opera riceve il giorno dopo sulla Pravda che la definisce, su indicazione del Piccolo Padre “caos anziché musica“, bollando il suo autore con l’accusa di individualismo formalista e imputandogli di “accarezzare il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica”.

Il passo dal venir definito “nemico del popolo“, con tutto quel che segue, è a quel punto piccolissimo; Šostakovič anzi, vittima come tutti del terrore, ormai rassegnato  inizia a passare le notti in piedi davanti all’ascensore con una valigia pronta in modo da non essere portato via in pigiama, come successo a tanti altri.

Così si apre questo romanzo, che racconta la vita di un grande musicista alle prese con il regime: una vita consumata nel bilico fra muta resistenza (“Che se le tenga pure il Potere, le parole, che tanto non possono intaccare la musica. La musica sfugge alle parole: è questo il suo intento stesso, la sua maestà“)  e vigliaccheria, e che si conclude con la vittoria della seconda. Šostakovič dopo decenni di dinieghi si iscrive al PCUS, ha una dacia, un autista, ha accesso ai negozi esclusivi della nomenklatura, si fregia del titolo di Eroe del lavoro socialista, addirittura firma articoli e dichiarazioni che altri hanno scritto per lui; donde la amara considerazione dell’autore: “Forse era questa una delle tragedie che la vita ordisce contro di noi: che sia nostro destino diventate in vecchiaia ciò che in gioventù abbiamo più disprezzato“.

C’era bisogno di questo libro che in fondo racconta quanto già narrato in lungo e in largo? Non saprei rispondere. Però non voglio assolutamente dire che non valga la pena leggerlo, se non altro per il modo pensoso e un po’ malinconico col quale Barnes racconta questa vicenda.

Credo comunque che questo romanzo possa essere maggiormente apprezzato dai cultori di musica classica, soprattutto quelli che conoscono bene la musica di Šostakovic.

Poronga

Dan Kavanagh (Julian Barnes) “Duffy”

dan.pngNon leggo molti gialli, ma questo mi ha attratto perché, sotto lo pseudonimo di Dan Kavanagh, si nasconde un giovane Julian Barnes, autore di cui si è spesso parlato sull’Asino. Ero curioso di vedere se il talento del grande scrittore si sarebbe visto anche in un giallaccio scritto credo soprattutto per denaro, imitando un po’ lo stile hard-boiled. Il risultato è una lettura gradevole, anche se la storia è un po’ sgangherata.

Siamo nella Londra di fine anni Settanta, anzi più precisamente a Soho, quartiere a luci rosse. E i personaggi sono prostitute, papponi, spogliarelliste, piccoli gangster da strapazzo. E su tutti Duffy, il protagonista, ex poliziotto cacciato dalla polizia per le sue inclinazioni bisessuali, disincantato osservatore del mondo del vizio e detective privato dotato di talento ma del tutto fuori dagli schemi. Come ho già detto la storia è sgangherata, ma tutto sommato volutamente, perché non si parla di grandi delitti, ma di storie squallide in ambienti sordidi. Il tutto è una scusa per mostrare uno spaccato dell’Inghilterra alla fine degli anni Settanta, in uno dei momenti di più profonda crisi della sua storia. La gente è sbandata, la polizia è corrotta, il sesso nelle sue forme più brutali è l’unica consolazione di intere classi sociali, come in 1984 di Orwell. Ma il tutto è descritto con ironia e disincanto, una costante strizzata d’occhio ai lettori che sta a dire: io non mi prendo troppo sul serio, quindi non fatelo neppure voi ( va bene il genere hard-boiled, ma cosa vi sembra di una segretaria che, se il principale le chiede di pulirgli gli occhiali, si sfila le mutandine e glieli pulisce con quelle? ). Gangster da strapazzo recitano la parte dei grandi criminali, parlano come manager di grandi aziende. Ma la cosa paradossale è che non fanno gli strafalcioni che ci si aspetterebbe da chi cerca di recitare una parte che non è la sua, ma parlano effettivamente come chi ha almeno una laurea a Cambridge!

Paradosso e ironia dominano su tutto e rendono il romanzo, anche se probabilmente non piacerà troppo agli amanti dei gialli classici e degli intrighi ben costruiti, una lettura piacevole e rilassante, diciamo da treno o da spiaggia.

Insomma, se uno scrittore è un grande scrittore, anche quando scrive con la mano sinistra qualcosa di buono viene sempre fuori.

Tiresia

Gustave Flaubert – Julian Barnes

flaubertbarnesUn cuore semplice, un pappagallo e due grandi scrittori.

Il primo dei Tre racconti di Gustave Flaubert è la descrizione struggente e malinconica della vita di una povera domestica condannata a un’esistenza di solitudine, proprio lei che ha un cuore semplice sì, ma traboccante di bontà, di bene, di amore. Tanto da finire per innamorarsi, dopo una vita di delusioni, di un esotico, coloratissimo pappagallo, Lulù, che la colmerà di gioia mistica.

È a partire da questo racconto, bellissimo, che Julian Barnes scrive il suo primo libro di successo, Il pappagallo di Flaubert, nel 1984.  Un libro insolito, estremamente colto, intelligente, brillante, ma forse troppo pensato e cerebrale, sino a diventare, a tratti, sgradevolmente freddo, crudo, cinico: un libro che Barnes stesso definisce «un romanzo capovolto. […] un romanzo sulla paralisi delle emozioni, sul lutto». Bastino un paio di citazioni, da Flaubert, ma condivise incondizionatamente dal protagonista-narratore del Pappagallo di Flaubert: «Che cosa atroce la vita, no? Come un piatto di minestra su cui galleggiano non pochi capelli. E che dobbiamo comunque mandar giù». «La gente come noi deve avere la fede della disperazione. A furia di ripetersi ‘Ecco. Ecco’ e di contemplare il buio dell’abisso, ci si tranquillizza».

Interessantissimo, comunque, per chi volesse conoscere Flaubert, la sua vita, la sua passione per la scrittura. «Amo il mio lavoro di un amore ossessivo e convulso, come un asceta ama il cilicio che gli tormenta il ventre». Una passione assoluta, senza freni, onnivora, tormentosa («La parola umana è come un paiolo incrinato su cui veniamo battendo melodie atte a far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerir le stelle») ma anche appagante come null’altro. «Sono una lucertola letterata che passa il giorno a crogiolarsi al sole splendido della Bellezza. Tutto qui».

Interessante anche, vedere come uno scrittore parli di un altro scrittore, e dunque del rapporto tra l’arte e la vita, tra i libri e i loro lettori, i lettori comuni e gli altri, privilegiati, i critici, che qui vengono fustigati senza remore (per la gioia del nostro Poronga): «Lasciate che vi dica perché detesto i critici. Non per le solite ragioni: che sono artisti falliti (di norma non lo sono; possono essere critici falliti, ma questa è un’altra faccenda); o che sono per natura cavillosi, invidiosi e vanitosi /di norma non lo sono, anzi li si può semmai accusare di eccessiva generosità, di sopravvalutare autori di second’ordine per far apparire più prestigiose le loro raffinate disquisizioni). [Ma piuttosto perché] si comportano come se Flaubert, o Milton o Wordsworth fossero altrettante vecchie zie barbose in sedia a dondolo, di quelle che puzzano di cipria rancida, parlano solo del passato e non dicono niente di nuovo da anni».

Solo il lettore comune, infatti, sa essere appassionato, vivere  un rapporto intenso e vitale con il libro che legge, gravido di conseguenze per la sua esistenza quando incontra un libro importante che lo fa palpitare d’amore, come Lulù alla povera Felicité.

la signora nilsson

Julian Barnes “Livelli di vita”

barnesEcco che, dopo Il senso di una fine, Julian Barnes ci racconta da cosa nasce quella sensazione di impotenza, quella sorta di inabilità al vivere che schiaccia e condanna i personaggi nel suo romanzo più bello. E lo fa con Livelli di vita, uno strano collage di storie in cui si intrecciano le vicende di un paio di eccentrici personaggi di fine dell’Ottocento e le circostanze che di recente hanno profondamente segnato la vita dell’autore stesso, vale a dire la morte dell’amatissima moglie Pat.

Come già C.S. Lewis, Julian Barnes ci offre una sorta di diario del lutto, un resoconto delle impetuose maree del dolore da cui viene travolto un uomo che nel giro di poche settimane appena si ritrova di colpo solo e si sente come se, caduto da qualche centinaio di metri d’altezza, fosse finito conficcato in un’aiuola di rose.  È spaventoso, terribile, nonché assurdo, trovarsi di colpo a vivere così, con le gambe sprofondate nel fango fino alle ginocchia e le budella spappolate dall’impatto sparpagliate tutt’intorno tra le spine, circondato da amici che si sentono in dovere di darti consigli stolti o che, nel loro inetto rifiuto della morte, ti infliggono chiacchiere vuote incapaci di superare un colpevole silenzio nei confronti dell’assente, l’unica persona di cui, per te, abbia ancora senso parlare.

Trovandosi oggi a vivere così, miseramente, ineluttabilmente, sprofondato nel fango, Julian Barnes offre al lettore come controcanto del proprio quotidiano tormento, l’eccitante sentimento trionfale dei primi pionieri del volo in mongolfiera. Tra le nuvole, questo nostro mondo fatto di rose e di spine cambia volto: vi si visitano «le silenziose immensità di uno spazio accogliente e benevolo, là dove l’uomo si rende irraggiungibile a ogni forza umana e potere maligno e dove si sente vivere come per la prima volta», dirà uno di essi.

Storie diverse e apparentemente lontane si intrecciano dunque in questo libro in un gioco di riflessi e illuminazioni reciproche. Non a caso, Livelli di vita comincia così: «Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia. Sul momento è possibile che la gente non se ne accorga. Ma cambia lo stesso.» Metti insieme due persone che insieme non sono mai state e può nascere una storia d’amore e, prima o poi, di indicibile sofferenza, come accade a Sarah Bernhardt e al colonnello della cavalleria della Guardia Reale inglese Fred Burnaby. Ma anche, metti insieme due storie che insieme non sono mai state e le vedrai cambiare. Provate anche voi. Accostate la storia che state leggendo a quella della vostra esistenza. Sul momento è possibile che non ve ne accorgiate. Ma il mondo è cambiato.

la signora nilsson

J. Barnes “Il senso di una fine” J.E. Williams “Stoner”

stonerDUE UOMINI SENZA QUALITA’
barnes«Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela, che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse, io che avevo avuto le ambizioni di tanti ma mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate […]?»

Ho appena concluso Il senso di una fine di Julian Barnes, affascinante nella sua rigorosa costruzione intellettuale e appassionante nell’itinerario di scoperta del drammatico intreccio delle vicende che legano a filo doppio i personaggi, nel segno di una continua riflessione sulla responsabilità personale e i limiti di ciascuno di noi di leggere la propria storia e organizzare il proprio futuro.
Una lettura, ricchissima di spunti e considerazioni, che mi ha fatto tornare in mente un altro romanzo che ho avuto tra le mani di recente, Stoner di John E. Williams. Mi sono chiesto se fosse possibile vedere la storia di Tony Webster, il protagonista senza qualità di Julian Barnes, come un controcanto a quelle narrate da John E. Williams.
Stoner è la storia di un uomo che ha amato i suoi libri e vissuto i suoi anni in un’aula d’università senza raccogliere mai grandi successi. Si sposa, ma presto il suo matrimonio s’accartoccia su se stesso. La sua esistenza è dunque quella di un uomo che segue la propria strada senza illusioni né grandi aspettative. Quando la vita, già tardi, s’accende per lui di un forte sentimento, è costretto a ritrarsi per la meschinità dell’ambiente in cui vive, e finisce per accettare come inevitabile anche questa rinuncia. E conclude la propria esistenza senza uscire mai da quei binari che in fondo ha scelto per sé: un’esperienza che, nella sua profonda dignità, finisce per commuovere, quasi, il lettore.
La storia di Tony Webster si presenta come un’altra faccia della stessa rinuncia alla vita. Anche lui è un uomo che non ha conosciuto grandi passioni, né grandi eventi hanno scosso i suoi giorni, ma a differenza di Stoner l’esistenza lo pone di fronte alla necessità di riconoscere il peso drammatico che le sue scelte, così banalmente – e tragicamente – prive di qualità, hanno svolto nelle vicende di chi si trova a dovervi fare i conti. Questo aspetto mi ha spinto a domandarmi se una simile interpretazione non andasse a smascherare la dignitosa accettazione di Stoner come mera rinuncia a mettersi in gioco, a sperimentare fino in fondo le possibilità che il vivere ci offre.
D’altro canto chi può dire se sia davvero giusto interpretare, con Julian Barnes, la disillusione del rassegnarsi come un’altra faccia della viltà, e non piuttosto considerare la fedeltà di Stoner ai propri seppur modesti principi, una possibilità di riscatto della tragica mediocrità di Tony Webster?

V. e la signora nilsson