Jòn Kalman Stefànsson “Il cuore dell’uomo”

steUltimo volume di una trilogia i cui primi due episodi sono già stati recensiti sull’Asino dalla signora nilsson e da me stesso, il che mi consente di limitarmi a poche considerazioni aggiuntive. Se in Paradiso e inferno eravamo in mare, e in La tristezza degli angeli sulle terribili montagne dell’interno, qui gran parte dell’azione si svolge nell’anonimo Villaggio sperduto fra le lande islandesi, con i suoi soli 800 abitanti. Ciò permette a Stefànsson di concentrarsi su alcuni di questi, diversi dei quali avevamo già conosciuto, dal vecchio lupo di mare cieco ma con una ricca biblioteca, al direttore di scuola che, in una rissa stile saloon del far-west con dei marinai danesi stende l’avversario tramortendolo con citazioni dotte. E soprattutto ci sono almeno un paio di figure femminili davvero memorabili. Ma il protagonista è sempre lo stesso, il ragazzo senza nome che nell’arco dei tre libri, e di cinque o sei mesi di avventure, caratterizza la trilogia anche, ma non solo, come romanzo di formazione.

Come già detto nelle note ai primi due libri, Stefànsson più che un romanziere è un poeta che in alcuni casi sceglie la prosa per dare forma alla sua poetica. L’Islanda è una terra dura e spietata, c’è spazio soltanto per i temi forti, quelli veri ed eterni: la vita, la morte, la paura, l’amicizia e, soprattutto, l’amore. Il tutto mediato dal potere enorme della parola.

Non voglio ripetere cose già dette dalla nilsson e da me per spiegare il grande fascino esercitato dalla scrittura di Stefànsson, e mi limito a due lunghe citazioni.

Poche cose contano più per un essere umano quanto ridere, in realtà anche piangere, sono molto più importanti del sesso, più ancora del potere, più ancora dei soldi, quello sputo del diavolo che ci avvelena il sangue, chi non ride mai con il tempo si trasforma in pietra.

E chiudo con questa, che potrebbe essere il manifesto di un femminismo del XXI secolo, o di ogni tempo.

Sarebbe tutto diverso, e migliore, … se Gesù fosse stato una donna. .. Se Dio avesse voluto davvero cambiare il mondo… avrebbe mandato sua figlia, non suo figlio. La figlia di Dio avrebbe tirato fuori tutto il peggio dell’uomo, sarebbe stata picchiata e disonorata e umiliata, e i romani l’avrebbero violentata prima di crocifiggerla. Avrebbe rivelato tutti i nostri istinti più bassi e forse questo sarebbe bastato per farci cambiare. Voi uomini non avreste potuto evitare di capire che cosa significa essere donna, che cosa abbiamo dovuto sopportare, che cosa significa essere sempre sottomesse, che cosa significa nascere di secondo rango. Ma Dio non capisce le donne, per questo ha mandato suo figlio. ” Non è bellissimo?

Tiresia

Jòn Kalman Stefànsson “La tristezza degli angeli”

jonSecondo volume di una trilogia iniziata con Paradiso e inferno ( ce ne ha parlato la signora nilsson ). Lì il mare e le barche, qui una traversata a piedi fra ghiacci e montagne, ma sempre la lotta contro una natura selvaggia e spietata, alla ricerca di se stessi e del senso della vita. Troviamo lo stesso protagonista, un ragazzo senza nome, orfano, che ha perso il suo miglior amico e per questo ha pensato di farla finita, salvo poi ritrovare la voglia di vivere grazie all’affetto di due donne.  E troviamo altri personaggi del primo libro, fra i quali il postino Jens, assieme a cui il ragazzo affronterà una marcia epica nell’interno dell’Islanda ( siamo in un periodo imprecisato dell’Ottocento, non ci sono automobili, aerei o telefoni ). La lotta di due uomini contro la Natura, contro la morte, contro le loro stesse solitudini. L’unica alleata è la parola, e i libri di Stefànsson sono proprio un inno al potere quasi magico delle parole. Ma le bufere e il vento sono così violenti che spesso a distanza di pochi metri i due non riescono né a vedersi né a sentirsi, è un continuo perdersi e ritrovarsi. E continua a nevicare senza un attimo di tregua. I fiocchi di neve sono le lacrime degli angeli, da qui il titolo La tristezza degli angeli.

I due compagni non potrebbero essere più diversi: uno taciturno e introverso, l’altro parla molto e ama i libri. A Jens che gli dice ” Hai letto troppo. E’ pericoloso leggere troppo, ti confonde la mente ” il ragazzo risponde ” La letteratura è un mondo che sta dietro il mondo. Ed è bellissimo ” e poi ” Chi tiene in mano una penna e un foglio ha il potere di cambiare il mondo “.  Allo stremo delle forze, il ragazzo sogna la madre morta che lo conduce ” lontano da quella bufera. E lontano da quella solitudine che si chiama vita “.  E il taciturno Jens rappresenta un intero popolo, quando  dopo un lungo silenzio arriva ” il primo scambio verbale, ed è una domanda angosciata, un tirarsi indietro. La vita islandese in un guscio di noce, siamo completamente incapaci di esprimere i nostri sentimenti in presenza di altri; non avvicinarti al mio cuore. “.

Adesso, per finire, la sparo grossa, quindi vi avviso prima. Stefànsson mi fa venire in mente Omero. Non, naturalmente, nel senso che raggiunge la grandezza di Omero, ma che sembra avere Omero – o al massimo le saghe islandesi, che sono in fondo la stessa cosa – come unico riferimento e progenitore. Non sono esperto e neppure appassionato di teoria letteraria, ma arrivo a capire che senza Cervantes non avremmo il romanzo moderno, che Dante e Shakespeare sono indispensabili per capire Melville e Joyce. Con Stefànsson tutto ciò non vale, sembra che il suo mondo poetico non abbia nessun debito, nessuna derivazione, nessun legame nei 28 secoli che lo separano da Omero. Ma quella parentela a me sembra strettissima.

Tiresia