Jules Verne “Le tribolazioni di un cinese in Cina” (1879) – Ed. BUR, Volume triplo, nn. 2066-2068

burSpero qualcuno rammenti le vecchie edizioni della BUR, quelle con copertina color sabbia e titolazione nera, prezzo variante fra le 200 e le 6/700 lire (ma ‘i Bostoniani’ di Henry James era un volume ‘quintuplo’ e costava 900 lire).

Fra gli autori pubblicati un po’ di tutto: da Cervantes a Thomas Hardy, da José M. Eca de Queiros a Shakespeare.

Spesso opere minori di autori magari noti ai colti ma ignoti ai rozzi come me (all’epoca anche più rozzo, in effetti).

Di quei libri, in quel formato, ne ho acquistati negli anni ’70-’80 a decine sul presupposto, non del tutto fondato, che possedere dei libri equivarrebbe ad averli letti, la qual cosa ho fatto in misura piuttosto contenuta.

Capita, tuttavia, di dover partire per le vacanze e di avere organizzato un lungo viaggio in bicicletta, con bagaglio all’osso e – panico – di non aver un libro ‘piccino picciò’ da portarsi appresso.

Dobbiamo andare in aeroporto, è tardi: arraffo quasi a caso questo volumetto che mi sta in tasca e non dovrebbe compromettere per peso e dimensioni le performance sportive.

 

La trama

In breve: Kin Fo è un ricco giovanotto di Shangai (quando, intorno al 1870, aveva 400.000 abitanti; il che dimostra che stiamo parlando di un libro di fantascienza) ed è annoiato della vita. Uomo moderno e razionale, che non scrive lettere ma incide nastri sul fonografo, non trova motivo di emozione in nulla finché, poco prima di celebrare il suo matrimonio, apprende di aver perso tutta la sua fortuna e decide di ‘farla finita’ chiedendo al suo migliore amico e maestro di filosofia (Wang) di ucciderlo ‘a sorpresa’ entro la data di scadenza di una polizza di assicurazione sulla vita da lui sottoscritta con la Compagnia ‘La Centenaria’.

Il saggio Wang, che in passato è stato un coraggioso guerriero della banda di ribelli Tai Ping, accetta e scompare.

Dopo qualche giorno il protagonista apprende che non solo la sua fortuna economica è intatta ma, anzi, è praticamente raddoppiata.

Problema: il fedele e pericoloso Wang è introvabile e, pertanto, la vita di Kin Fo è davvero in pericolo.

La paura e la precarietà fanno miracoli e Kin Fo si accorge che vivere è bellissimo.

Per cavarsela non resta che restare in vita sino alla scadenza della polizza (due mesi), correndo attraverso la Cina ottocentesca con due cugini americani, Craig e Fry, che gli guardano le spalle nell’interesse della compagnia di assicurazioni e con il proprio servo, pigro e pasticcione.

E la promessa sposa che si chiama Le U? E Wang? e il cattivone che compare sul finire?

 

Perchè leggere un datato libro di avventura?

La miglior risposta sarebbe: perchè non si ha sottomano niente di meglio.

In realtà mi sono anche divertito (alcuni siparietti dei cugini anticipano la coppia comica del cinema d’antan) e la trama è elaborata e nel contempo lineare: colpi di scena si alternano a lunghe descrizioni di un ambiente e una cultura lontani allora come adesso, presentati con la compiaciuta malizia del viaggiatore che racconta una propria avventurosa esplorazione.

La storia coloniale (gli americani, gli inglesi, i francesi, l’Imperatore Figlio del Cielo e la Città Proibita), i fiumi, le navi a vapore, i piedi(ni) delle donne cinesi, i banchetti e il thè, i vestiti dei poveri e dei ricchi, le case.

Si viaggia sull’acqua e via terra e si incontrano banditi e mendicanti, saggi e scriteriati.

E si è lì: sulla Grande Muraglia ed oltre essa, fra i ribelli ai confini dell’Impero o in un elegante casa di Pechino.

C’è anche ‘Tien an men’. E una giunca con la stiva zeppa di bare: ma saranno proprio tutti morti quelli che ci dimorano?

E che dire dei mirabolanti strumenti di sopravvivenza in caso di naufragio (c’è anche una specie di naufragio)? Gli scafandri galleggianti del capitano Boyton, tutti di gomma e con tanto di vele e razioni di cibo.

 

Che dire?

Si tratta di un’opera minore, non è nota come ‘20.000 leghe sotto i mari’, ‘Giro del mondo in 80 giorni’ o altri romanzi che hanno stimolato la fantasia di generazioni.

E tuttavia, la più modesta componente ‘fantascientifica’ dona al libro una sua freschezza e attualità: la vicenda si snoda nel ‘contemporaneo’ e tutto è reale.

Ma la realtà descritta è così distante e immaginifica da diventare essa stessa fantascienza: un mondo lontano e misterioso, cibi esotici, vestiti stravaganti, persone che comunicano con nastri vocali, gli apparecchi galleggianti del capitano Boyton…

Ed il contesto storico che ha per sfondo l’espansione coloniale ed i conflitti interni (i Tai Ping sono esistiti davvero e crearono non pochi problemi alla stabilità del’Impero fra il 1850 ed il 1865 circa) ci rammenta che ciò che è stato trova anche nel nostro presente una ragione di attuale riflessione.

Ma c’è anche ‘la sua bella morale’ che vi squaderno per come intesa: la vita non è mai noiosa e le emozioni uno se le deve saper trovare o, se si vuole, la sventura ci ricorda quanto sia sciocco lamentarsi della propria fortuna.

L’ultima frase del libro è: ‘bisogna andare in Cina per vedere queste cose’.

Ed è come se Verne dicesse ai suoi lettori: ‘bisogna andare su Marte per vedere queste cose’.

Inox

 

 

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