John Williams “Butcher’s crossing”

but.pngB. C. è un vero western, con tutti gli stereotipi del caso, ma abbastanza esistenziale da diventare decisamente un buon romanzo.

Siamo alla fine dell’800, da Boston e dalle città civilizzate della costa est, alcuni giovani, anche colti e provenienti da buone famiglie, si spingono ad ovest alla ricerca di qualcosa che non riescono anch’essi a definire con precisione. E’ sicuramente qualcosa che ha a che fare con l’avventura ed anche con la ricerca di un contatto più diretto con la natura selvaggia, ma, almeno per alcuni di loro, il viaggio è in fondo un percorso iniziatico alla ricerca soprattutto di sé stessi. E’ il caso di uno dei giovani protagonisti.

La vicenda è appassionante, i personaggi ben delineati e ricchi di analisi psicologica, quattro protagonisti molto diversi tra loro e tutti con risvolti interessanti.

Gli eventi si susseguono con ritmo pressante, le difficoltà legate all’ambiente incalzano, la mancanza d’acqua o una violenta tormenta di neve mettono a dura prova gli uomini e spremono da loro reazioni diverse e opposte, filtrate dalla personalità di ognuno.

Vi sono risvolti storici riguardanti il vecchio west, la corsa alla caccia per le pelli, quella della ricerca all’oro, la brama senza scrupoli di una facile ricchezza, le difficoltà insite in un paese selvaggio e a volte violento, la ferrovia che avanza e che non è soltanto un semplice mezzo di trasporto, ma una innovazione tecnologica e culturale che può determinare fortune e rovine nei fragili abitanti di questi luoghi desolati.

Molto interessante ho trovato il rapporto con la natura che è decisamente raffinato da ogni mito e pregiudizio. Qui la natura selvaggia si rivela splendida nella sua dolce bellezza, ma anche spietata nella sua violenza ed imprevedibilità. La natura è matrigna in fondo: regala all’uomo momenti magici di intensa poesia, per poi chiederne il conto con cinismo e determinazione assassina.

Williams scrive bene, e lo abbiamo imparato da Stoner. La sua scrittura è piana, leggera, ma mai banale. Sa essere molto intenso, ma sempre misurato. Anche in questo libro si sente decisamente la sua mano e si sente anche il suo pensiero, sempre un po’ malinconico, anche nei momenti di serenità, come se la vita in fondo fosse qualcosa che non riusciamo bene a comprendere e che ci lascia sempre un po’ dubbiosi sul percorso che stiamo vivendo.

Il giovane protagonista, anche se apparentemente molto diverso, in fondo mi ha ancora ricordato l’amato Stoner ed ho pensato che il motivo sta nel fatto che,forse, entrambi ricordano il nostro amatissimo John Williams.

Mr. Maturin

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John E.Williams “Augustus”

augustusSull’onda del successo dell’ormai famoso Stoner è uscita la ristampa in italiano di un precedente romanzo di Williams , che nel 1974 vinse una delle prime edizioni del National Prize Award e fu celebrato con grande entusiasmo da gran parte della critica statunitense.

Il libro fu allora paragonato ad altre famose  biografie di imperatori romani , ma sarebbe impossibile ritrovarvi la spregiudicata vivacità di Io,Claudio di Robert Graves  o l’appassionata identificazione  che anima le Memorie di Adriano della Yourcenar.

Le vicende di Roma dall’assassinio di Cesare agli ultimi giorni di vita di Augusto vengono ricostruite attraverso lettere e diari attribuiti  ad amici e collaboratori dell’imperatore, tra cui Marco Antonio, Agrippa, Mecenate ,Orazio ,Cicerone nonché Cleopatra,Livia  e Giulia. Pochissime le lettere di Augusto, salvo l’ultima  a cui viene dedicato per intero il capitolo finale ,cinquanta pagine bellissime che in qualche modo costituiscono la chiave dell’intero volume.

Chi era in realtà Cesare Ottaviano Augusto? Chi era quest’uomo dal destino straordinario che trovatosi a soli 18 anni a ereditare il nome ,le ricchezze e i doveri di Giulio Cesare, riuscì a sopravvivere alla ferocia delle lotte di potere tra le diverse fazioni del Senato , si liberò ad uno ad uno dei suoi nemici e garantì all’impero quaranta anni di pace, nei quali cambiò la vita pubblica e privata dei cittadini romani mettendo mano a riforme costituzionali , legislative e amministrative ,riorganizzò l’esercito e le province, cambiò il volto della città di Roma; secondo Svetonio ‘la trovò di mattoni e la rifece di marmo’.

Era un uomo dal carattere chiuso e dalla salute malferma , conservatore e di gusti sobri, che non amava la violenza e probabilmente neanche la vita militare, furbo e dotato di grande abilità diplomatica , seppe pazientemente costruire il proprio mito  dando grande importanza al consenso del popolo. Uno dei segreti del suo successo sembra essere stata la grande prudenza e discrezione, la capacità di non scontentare nessuno, in particolare l’attenzione a non sollevare sospetti sulla sua ipotetica ambizione; tenne sempre saldamente nelle sue mani e in quelle dei suoi amici più fidati il potere, ma senza accettare mai che  quella che rimase formalmente una Repubblica, e che solo noi chiamiamo Impero, venisse modificata da pericolose novità costituzionali.

Fu lui stesso a scrivere una sorta di epigrafe  per dare conto degli obiettivi realizzati nel corso della sua vita ,Le Res gestae Divi Augusti  incise su due tavole di bronzo furono  appese nel suo mausoleo e replicate in numerose province dell’impero; esse danno un sommario resoconto, anche se non del tutto sincero e certamente insufficiente, di tutte le sue opere,  in cui  con la consueta prudenza egli ricorda  “ di aver sempre rifiutato tutti gli onori e le cariche che non fossero costituzionali.”

Williams dichiarò in un’intervista, rilasciata all’uscita del libro , che ciò che lo aveva spinto a scriverlo era la curiosità di capire  come fosse  la mente di un uomo costretto a compiere  delitti crudeli per sopravvivere e garantirsi la riuscita  della propria missione.

Nella ricostruzione della vita della società romana, corrotta e agitata da ogni sorta di vizi, l’autore non si attarda a narrare l’incessante attività di rinnovamento morale  e di riorganizzazione a cui Augusto si dedicò  con la collaborazione di suoi fidi, ma illumina piuttosto la vita familiare , i numerosi matrimoni e le morti di nemici e di amici e parenti, le serate con i poeti,gli intrighi , la ricerca di un erede a cui lasciare il potere .Uno  spazio rilevante trova la tragica vicenda della amatissima figlia Giulia , secondo la tradizione esiliata a Ventotene per le  ripetute scandalose vicende di adulterio pubblicamente esibite . Williams avvalora invece  la tesi che l’esilio senza perdono fu l’espediente giuridico trovato da  Augusto per salvarla dalla condanna a morte che avrebbe dovuto punire la partecipazione di Giulia a una congiura dei suoi amanti che avrebbe eliminato suo marito Tiberio e lo stesso Augusto.

Si giunge così all’ultimo capitolo interamente dedicato a una lettera scritta da Augusto, ormai vicino alla morte,  al suo amico Nicolao Damasceno, storico e filosofo. C’è a questo punto una discontinuità rispetto al resto della narrazione; nel lunghissimo sfogo che si estende per diversi giorni durante la navigazione verso Capri, l’imperatore  apre completamente il suo animo , si lascia trasportare dalla  malinconia  della vecchiaia . Rivela la propria indifferenza verso le molte illusioni della vita tra cui la ricchezza e il potere, la vanità della passione amorosa; confessa di aver dovuto rinunciare anche  a un bene prezioso come l’amicizia   per sostenere in solitudine il peso di un destino che non poteva essere condiviso con nessuno. Dal suo disincanto sembra si possa salvare soltanto una forma di amore più puro, quello dei poeti e dei filosofi per il loro studio, che non riesce tuttavia ad essere innocente quando si trasforma in potere esercitato sul lettore.

Difficile sottrarsi  alla tentazione di pensare che solo in questa lunga confessione Williams abbia trovato la possibilità di identificarsi con  il vecchio imperatore.

Marina

J. Barnes “Il senso di una fine” J.E. Williams “Stoner”

stonerDUE UOMINI SENZA QUALITA’
barnes«Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela, che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse, io che avevo avuto le ambizioni di tanti ma mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate […]?»

Ho appena concluso Il senso di una fine di Julian Barnes, affascinante nella sua rigorosa costruzione intellettuale e appassionante nell’itinerario di scoperta del drammatico intreccio delle vicende che legano a filo doppio i personaggi, nel segno di una continua riflessione sulla responsabilità personale e i limiti di ciascuno di noi di leggere la propria storia e organizzare il proprio futuro.
Una lettura, ricchissima di spunti e considerazioni, che mi ha fatto tornare in mente un altro romanzo che ho avuto tra le mani di recente, Stoner di John E. Williams. Mi sono chiesto se fosse possibile vedere la storia di Tony Webster, il protagonista senza qualità di Julian Barnes, come un controcanto a quelle narrate da John E. Williams.
Stoner è la storia di un uomo che ha amato i suoi libri e vissuto i suoi anni in un’aula d’università senza raccogliere mai grandi successi. Si sposa, ma presto il suo matrimonio s’accartoccia su se stesso. La sua esistenza è dunque quella di un uomo che segue la propria strada senza illusioni né grandi aspettative. Quando la vita, già tardi, s’accende per lui di un forte sentimento, è costretto a ritrarsi per la meschinità dell’ambiente in cui vive, e finisce per accettare come inevitabile anche questa rinuncia. E conclude la propria esistenza senza uscire mai da quei binari che in fondo ha scelto per sé: un’esperienza che, nella sua profonda dignità, finisce per commuovere, quasi, il lettore.
La storia di Tony Webster si presenta come un’altra faccia della stessa rinuncia alla vita. Anche lui è un uomo che non ha conosciuto grandi passioni, né grandi eventi hanno scosso i suoi giorni, ma a differenza di Stoner l’esistenza lo pone di fronte alla necessità di riconoscere il peso drammatico che le sue scelte, così banalmente – e tragicamente – prive di qualità, hanno svolto nelle vicende di chi si trova a dovervi fare i conti. Questo aspetto mi ha spinto a domandarmi se una simile interpretazione non andasse a smascherare la dignitosa accettazione di Stoner come mera rinuncia a mettersi in gioco, a sperimentare fino in fondo le possibilità che il vivere ci offre.
D’altro canto chi può dire se sia davvero giusto interpretare, con Julian Barnes, la disillusione del rassegnarsi come un’altra faccia della viltà, e non piuttosto considerare la fedeltà di Stoner ai propri seppur modesti principi, una possibilità di riscatto della tragica mediocrità di Tony Webster?

V. e la signora nilsson