Charles Bukowski

bukIl Bukowski narratore tutto sommato non lo trovo granché: sessuomane, alcolista, asociale, incattivito con tutto e tutti, racconta un mondo senza nessuna speranza (figuriamoci bellezza), esclusivamente popolato di ubriaconi, disperati, sporcaccioni ecc. (lui per primo).
Io alla lunga lo trovo abbastanza piatto e monotono, al punto che “Storie di ordinaria follia” non l’ho neppure finito, per quanto contenga due o tre racconti belli (“Gli stupidi cristi”, “Una calibro 9 per pagare l’affitto” e “Troppo sensibile”).
Devo però dire che Buk ha scritto una delle cose più impressionanti che abbia mai letto. Si chiama “Il demone”, si trova in “Compagno di sbronze” ed è un racconto terribile, che contiene tutta la violenza e l’orrore del mondo. Però è letterariamente parlando perfetto: non ho mai visto nessuno picchiare così duro con una penna e credo che non si potrebbe cambiare neppure una virgola.
Mi piacciono molto invece, a me che non leggo poesia, alcune poesie del vecchio Hank (ammesso che possano definirsi tali).
Ne riporto due tratte dalla raccolta “La canzone dei folli”.

“compenso”
dovevo leggere
in un caffè di Venice
ma arrivammo in anticipo
per cui le dissi,
facciamoci due passi in riva al mare
e beviamoci una birra,
così passeggiammo sulla sabbia
e c’erano uomini che pescavano
e c’era l’oceano
e bevvi una birra
e poi dissi,
torniamo indietro e camminiamo sul lungomare
e andammo verso est
e poi notai un tipo tutto solo
con le spalle al mare.
tirò fuori una tomba
suonò una breve e quieta melodia,
e basta.
quindi rimase lì fermo
con le spalle al mare.
mi feci un altro drink,
e proseguimmo.
poi, tornando,
lo rivedemmo
lui tirò fuori di nuovo la sua tromba
e suonò la stessa
quieta, triste melodia, finì,
e se ne restò lì,
con la tromba appesa in mano.

faceva caldo nel caffè,
e recitai come si deve la mia roba
e la feci franca,
scesi dalla pedana
e dopo un po’ eravamo di nuovo in macchina
guidando verso casa.
“reciti bene” disse lei.
“massì”, dissi io, “grazie”.
ma per conto mio,
quella serata l’aveva vinta il trombettiere,
carezzai il rotolo di banconote in tasca,
il mio compenso,
e pensai che quella sera
avevo incontrato uno più forte di me
e aveva vinto il migliore,
era andata come doveva andare,
ma questo lo sapevamo soltanto
io e lui.

“in altre parole”
gli egiziani adoravano i gatti
spesso si facevano seppellire insieme
invece che con le donne
e mai coi cani

ma ora
qui da noi
scarseggiano
i sapienti
di tal fatta

benché ottimi gatti
ozino ancora
in grande stile
nei vicoli
dell’universo.

circa
la nostra discussione di stasera
a proposito di
non so più che,
non importa
quanto infelici
ci ha fatti
sentire

ricorda piuttosto
che da qualche parte
c’è un
gatto
che trova
il suo spazio
con grazia deliziosa

in altre parole
la magia persiste
fuori di noi
per quanto
ci sforziamo
di spezzarla.

Poronga