Alexander Dumas “Il Conte di Montecristo”

dumasUna mezza delusione, devo dire.
Mi sono divertito fino alla fuga dal castello d’If; di lì in poi, secondo me, il romanzo si appesantisce, perde mordente; ma è soprattutto il protagonista, decisamente accattivante finché rimane Edmond Dantés, ad uscire fuori registro.
Dumas vuole fare di Montecristo un personaggio mitico, quasi soprannaturale, al punto di potere dare la morte (temporaneamente) e la vita con le sue boccettine. La ricchezza immensa, l’onnipotenza, i lussi sfrenati (e talora burinotti), le iperboli diventano alla fine stucchevoli (in certi punti ho avuto quasi l’impressione di aver a che fare con un romanzo per ragazzi), così come un certo esotismo di maniera nel quale non vengono risparmiati il superman servitore africano con lingua mozza e la misteriosa schiava greca nobile e bellissima.
Insomma, per conto mio alla fin fine Dumas “smarrona” decisamente, e lo stesso finalone, ossia la vendetta di Dantés, a me è sembrato un tantino deludente (per forza: se carichi e spingi come un matto per tutto il romanzo o ti inventi qualcosa di assolutamente geniale o floppi).
Dumas non mi è neppure sembrato un gran narratore; ben lontano dalla inventiva scintillante di un Dickens (per la quale gli si perdona volentieri anche la peggior melassa) o dalla potenza narrativa di quel geniale trombone di Hugo, o dalla eleganza sopraffina di quel baciapile di Manzoni.

Poronga

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