Leonardo Sciascia “La scomparsa di Majorana”

majo.jpgLa scomparsa del fisico italiano che E. Fermi definì “un genio, di quelli che nascono una volta o due in un secolo..” è un argomento che ha coinvolto e sorpreso il mondo accademico e non negli anni ’30.

Sciascia, ne fa un racconto assolutamente interessante, per la narrazione della vita e delle relazioni del fisico con i suoi colleghi e con il mondo della ricerca in generale. Dopo averci indicato varie ipotesi e vari indizi riguardanti la scomparsa, alla fine lo scrittore ci suggerisce una sua ipotesi, piuttosto credibile.

Come si è detto M. era un genio (….lo stesso Fermi narra che quando lavoravano insieme, egli stava alla lavagna con un regolo in mano, mentre Majorana, passeggiava per la stanza con le mani in tasca e dopo un po’ diceva semplicemente che era pronto per confrontare i risultati…). Amava la scienza, ma diffidava dell’uomo. Sicuramente non pensava che gli uomini fossero buoni, o quantomeno, era convinto che accanto a degli uomini buoni, ve ne fossero moltissimi di perfidi (soprattutto quelli che detenevano il potere…). Il suo interesse per la fisica e la sua incredibile intuizione lo avevano portato a conoscere degli aspetti della materia che avrebbero potuto condurre (come in futuro si verificò) allo scatenarsi di forze così distruttive che nessun uomo fino a quel momento poteva immaginare.

Quando scomparse Majorana, i fisici erano ancora lontani dal “saper” come costruire la bomba atomica ed ancora più lontani dal “poterla” costruire, ma, semplicemente, non erano geni come lui e pertanto non avevano capito che si sarebbe potuti arrivare alla sua realizzazione in tempi così brevi.

Sciascia riflette molto sul comportamento dei fisici mondiali e fa una riflessione molto amara sulle scelte e il loro modo di viverle degli scienziati appartenenti al mondo libero, contrapposti a quelli che operavano sotto il giogo del nazismo.

Gli scienziati schiavi ( in testa a tutti il grandissimo Heisemberg, forse la persona che entrò più profondamente e intimamente in relazione con il fisico italiano, e che lo stimò profondamente), furono atterriti dalla prospettiva di una bomba atomica, furono spaventati e non la costruirono. Addirittura, nonostante le difficoltà di comunicazione attraverso il fronte, cercarono di far capire alla comunità scientifica internazionale, che la bomba non l’avrebbero fatta, mentre gli scienziati “liberi” ( primo fra tutto Oppenheimer…)vi si dedicarono anima e corpo e a cuor leggero, entusiasti del “progresso” a cui stavano contribuendo. E la bomba la fecero….

Solo alcuni, in seguito, ne sentirono smarrimento e terribile rimorso.

Riporto una citazione che mi sembra centrale: è una semplice e penosa constatazione. “si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi,gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero”.

Majorana senti che non poteva prendere parte a questo gioco.

Come ho detto amava la scienza, perché essa, anche se imperfetta e limitata, anche se sempre legata al singolo momento storico, è sempre l’unico modo che l’uomo ha per uscire dal pregiudizio, per staccarsi dal medioevo, per fuggire dalla superstizione, per conoscere un po’ di più, giorno per giorno il mondo che lo circonda. Ma l’uomo (e la storia ce lo dice) non è buono. L’uomo lasciato a se stesso è malvagio: ha bisogno di leggi, di paletti, di norme che lo costringano  a vivere nel rispetto della comunità ( non tutti la pensano così, ma io tendo a farlo…) e pertanto ogni  strumento nelle sue mani può diventare un arma, micidiale se la scienza glielo permette.

Majorana non ha voluto essere complice, perché pensava che lo scienziato non è libero e non è abbastanza potente per decidere di sua volontà. Lo scienziato è nelle mani dei governi: o si adegua o è meglio che scompaia.

Majorana, uno degli ultimi geni della fisica (paragonato da alcuni a Galileo e a Newton), lo ha fatto.

E Sciascia, da grande quale è, ce ne narra in modo impeccabile la drammatica vicenda.

Mr. Maturin

Leonardo Sciascia “Una storia semplice”

leo.pngSessanta pagine deliziose. Un linguaggio raffinatissimo, una storia semplicissima, che ad una velocità sorprendente si complica in modo esponenziale.

E si articolano anche i personaggi in modo sorprendente. Ognuno diventa complesso, con livelli interiori inizialmente appena accennati che si approfondiscono nello scorrere del racconto rivelandoci risvolti inaspettati.

Tutto dunque si articola e si complicano i retroscena, le intenzioni e i segreti di ognuno, ed il lettore è portato cautamente prima ad intuire e poi gradualmente a scoprire sempre più profondamente le dinamiche del racconto. Fino all’ultima pagina, non mancano le sorprese ed anche queste, non aggiunte all’ultimo momento per stupire il superficiale lettore, ma per arricchire ciò che si è precedentemente narrato.

Ma non basta. Inserito qua e là, come piccolo cammeo, una riflessione dotta su Pirandello, un richiamo alla profonda conoscenza del vivere e dell’agire.

Insomma, sessante pagine mirabili, opera di un grande scrittore italiano che non teme il confronto con stranieri di grande livello.

Spesso ci capita di essere particolarmente severi con gli intellettuali di casa nostra, ma in questo caso dobbiamo essere orgogliosi. Di gente che scrive ed articola il plot dei suoi racconti in modo così magistrale e possiede una capacità di narrare così elegante, non ce n’è poi tantissima, anche in giro per il mondo….

Mr. Maturin

Leonardo Sciascia “Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia”

scQuesto racconto di Sciascia è un piccolo concentrato (130 pagine) di buona scrittura, humour elegante e un po’ di storia della Sicilia del dopoguerra. Il protagonista, Candido, dichiaratamente ispirato a Candide di Voltaire, è un ragazzo di buona intelligenza e semplici principi che pensa, candidamente appunto, che le cose giuste e logiche si possano fare senza difficoltà e con il consenso di tutti, e che, per questo, va incontro a varie disillusioni, peraltro uscendone sempre bene. Attorno a lui si muovono protagonisti tipici di quei tempi e di quell’ambiente, molto ben caratterizzati e descritti: il nonno generale, dal passato fascista e ora esponente di spicco della Democrazia Cristiana, l’arciprete spretato intelligente e perciò pieno di dubbi, il segretario del locale partito comunista, ben coinvolto e connivente con i giochi di potere e di interessi locali. Sullo sfondo la caduta delle illusioni socialiste: il libro è stato scritto nel 1977, ben prima del crollo dell’Unione Sovietica, ma la scrittura di Sciascia in qualche modo la anticipa non senza amarezza.  Ecco un brano che descrive una discussione nella sezione del Partito Comunista …

c’era il pericolo di un colpo di stato in Italia , ci credevano tutti, e nessuno, tranne Candido, avanzava il dubbio che non riuscisse. Qualcuno disse che bisognava lasciare l’Italia e quasi tutti si dichiararono d’accordo. Candido domandò: E dove andreste? I più risposero che sarebbero andati in Francia, altri in Canada e in Australia. Candido domandò: e com’è che nessuno di voi vuole andare in Unione Sovietica? Alcuni lo guardarono torvamente altri mugugnarono… E’ o non è un paese socialista? Ma si capisce, certo che lo è, risposero….e allora, disse Candido, dovremmo volerci andare: se siamo socialisti. Si fece un silenzio gelido… poi tutti si alzarono e se ne andarono. …. Più tardi Candido venne a sapere che, dopo quelle parole, lui era ormai considerato un provocatore…

Un racconto leggero, ma neanche tanto se Sciascia stesso, in una nota finale teme di non avercela fatta ad essere leggero come avrebbe voluto…

Tuttavia a me è parso, non un piccolo capolavoro, ma un lavoro molto ben riuscito: per inciso il linguaggio e alcune situazioni “potrebbero”  aver ispirato il miglior Camilleri, quello della Concessione del telefono per intenderci.

Silver 3