Italo Calvino “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”

La rilettura di queste “Lezioni”, stimolata da un paio di articoli apparsi sul “Corriere Innovazione ” (supplemento credo mensile al Corriere della Sera, di cui consiglio caldamente la lettura), è stata un vero piacere, perché conferma la grande cultura umanistica e scientifica di questo uomo, purtroppo scomparso troppo presto, ben dissimulata sotto lo stile, l’ironia gentile e la leggerezza che lo contraddistinguevano.

Come mi ricordavo, la lezione più bella, direi proprio splendida, è quella sulla “Leggerezza”, dove con un funambolismo che non è mai fine a se stesso Calvino sviluppa il tema che certamente ha connaturato tutta la sua opera, e che più gli è caro, facendo passeggiare il lettore, con una fantasia che non è mai minore della padronanza del materiale trattato,  tra Lucrezio, Ovidio, Cavalcanti, Boccaccio, Dante, Cervantes, Shakespeare, Swift,  Rostand, Leopardi,  Valery, James, Kafka ecc.

La lezione contiene una serie di passi ammalianti e memorabili. Ne cito solo un paio.

Parlando della “gravità senza peso” in Cervantes e Shakespeare, Calvino dice che in questi due autori si salda una “speciale connessione tra melanconia e umorismo“; “come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea“.

L’incontro con Leopardi gli suggerisce invece questa considerazione: “La Luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire l’apparizione della luna nelle letterature d’ogni tempo e paese. Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare“.

Le altre lezioni (“Rapidità”, “Esattezza”, “Visibilità”, “Molteplicità”) pur notevolissime,  non mi sembrano dello stesso ineffabile livello; forse quella che mi è piaciuta di più è l’ultima, quella sulla “Molteplicità”, che Calvino sviluppa, ancora una volta con impareggiabili padronanza e fantasia, raccontandoci di Gadda, Musil, Proust, Flaubert, Borges, Perec. Una vera manna.

Anche qui almeno una citazione, per quanto un po’ lunga: “L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverata in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e delle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è saper tessere insieme diversi saperi e diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo“. Nel mio piccolo non sono neppure del tutto d’accordo, ma che meraviglia!

Mi sarebbe piaciuto molto se Calvino avesse dedicato una lezione, che peraltro neppure era prevista, al tema della profondità, su cui penso avrebbe potuto dire cose memorabili. Ma questo rimane, più che un desiderio, un sogno.

Poronga

Italo Calvino “La strada di San Giovanni”

cal.pngIn questo volumetto sono raccolti cinque racconti, scritti da Calvino fra il 1962 e 1967, di contenuto e di ispirazione assai varia.

“La strada di San Giovanni” richiama gli anni della adolescenza e, all’interno di questa, la figura austera e ammirevole del padre e la attenzione che egli, agronomo innovatore, metteva nella cura del podere di famiglia, attività verso la quale era costretta anche la distratta attenzione di Italo e di suo fratello. Bellissime le rievocazioni di certe atmosfere facenti parte del passato dello scrittore.

“Autobiografia di uno spettatore” narra l’accostarsi di Calvino a quella che sarebbe diventata una sua grande passione -il cinema-, e dà la percezione (senza che naturalmente Calvino faccia nulla per farla emergere) della sua grande duttilità e curiosità intellettuale.

Continua a leggere

Italo Calvino

calviIo per Calvino ho una predilezione, e non esito a definirlo come il di gran lunga più grande scrittore italiano del dopoguerra, che un premio Nobel lo avrebbe strameritato.

Come tutti i grandi scrittori ha un mondo e uno stile tutto suo, al punto che, come succede con gente come Marquez, Saramago, Gadda, basta leggere poche righe per dire “è lui”.

Calvino non è semplicemente un ineffabile mago,  illusionista, lunare giocoliere delle parole, ma è innanzitutto un uomo di grandissima curiosità, cultura  e duttilità intellettuale, che però la sua sublime ironia e delicatezza tiene ben alla larga da ogni forma di professorale supponenza, al punto di essere capace di scrivere un bellissimo racconto (“La Poubelle agree”) che, a partire dalla quotidiana operazione di svuotamento della spazzatura -una delle pochissime incombenze domestiche ritenuto in grado di espletare- abbraccia vari argomenti, indifferentemente piccoli e quotidiani o filosofico-esistenziali.

Calvino e uno scrittore poliedrico ed elegantissimo, ma per nulla affettato, che ha affrontato temi fantastici (“Le città invisibili”), anche se spesso partendo da una solida base scientifica (le splendide “Cosmicomiche” o “Ti con zero”), rivelandosi anche un acuto osservatore della natura (“Palomar”).

Ma è stato al contempo capace di scrivere cose di grande impegno, oltreché -si intende- assai belle, come il coraggiosissimo “I sentieri dei nidi di ragno” (il più bel libro sulla Resistenza che ho letto), o “La giornata dello scrutatore” o i racconti de “L’entrata in guerra”.

Certo, era uno scrittore capace di geniali virtuosismi, come in “Se la notte d’inverno un viaggiatore”, romanzo che per un accidente o per l’altro non riesce mai a partire, e nel quale C. si diverte, ma con quella amabilità giocosa tutta sua, a fare vedere quanto è bravo, cambiando rapidamente genere ad ogni nuovo attacco: giallo, spionistico, alla maniera dei romanzieri russi ottocenteschi, “noir” ecc., fino al colpo di scena finale, che mi fa invidiare coloro che questo libro ancora non lo hanno letto e che possono quindi goderselo appieno.

E dimostra tutta la grandissima ispirazione che ci voleva per scrivere cose del genere l’unica sua prova secondo me fallita, vale a dire “Il castello dei destini incrociati” in cui il suo grande talento, fantasia, e virtuosismo letterario rimane un po’ al palo, fine a se stesso.

Non è affatto vero, come dicono i suoi detrattori trombonazzi, completamente equivocandolo, che sia stato uno scrittore vuoto  o fatuo.

Come dice nello splendido saggio sulla “Leggerezza” (facente parte delle “Lezioni Americane”, dalle quali ben si intende lo straordinario bagaglio culturale che prima di ogni cosa Calvino aveva come base del suo lavoro), citando “Paul Valéry”, “Bisogna essere leggeri come l’uccello, e non come la piuma”.

E questo è quanto Calvino ha esattamente fatto volando, quando scriveva;  e  vivendo, e permettendoci di vivere, “la letteratura come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere”, facendo sì che la melanconia fosse “la tristezza diventata leggerezza” e lo humour “il comico che ha perso la pesantezza corporea“.

Poronga