John Kerouac “Sulla strada”

k“La strada” di McCarthy mi conduce a un altro romanzo che parla di strade, ma in modo totalmente diverso.

Si tratta di un capolavoro. Devo dire che ho fatto un po’ di fatica a entrare nel “ritmo” del libro, ma alla fine il premio è stato grande.

La cosa -meglio, una delle cose – che più mi ha colpito è che sembra un libro scritto non sessant’anni fa ma l’altro ieri, e ciò non solo per i temi ma anche per lo stile, crudo ed elegante, ed il linguaggio, che in certi momenti sembra addirittura di avanguardia (spero che la traduzione che ho letto sia buona: mi è parso di sì).

Il romanzo, fortemente autobiografico (Sal Paradiso, il narratore, è Kerouac), non ha praticamente trama, e può farne benissimo a meno; è la storia di quattro vertiginosi viaggi – tre coast-to-coast, uno dalla California al Messico- fatti a circa un anno di distanza l’uno dall’altro. Fra un viaggio e il successivo non vi è niente, non perché nulla succeda ma perché, credo, nell’economia del libro non vale la pena di raccontarlo, anche se la cosa mi ha lasciato qualche curiosità.

Nel racconto vi sono in pari misura il malessere e l’inquietudine della generazione del dopoguerra, gli infiniti spazi americani e, all’interno di questi, l’epopea di coloro che tali spazi percorrono (anzi, corrono): giovani irrequieti, spinti a questo incessante moto da un oscuro e profondo malessere che li conduce, attraverso il viaggio, più alla ricerca che alla fuga.

Nel libro spira però anche il presentimento, che forse è la ragione profonda della disperazione dei suoi protagonisti, che questa ricerca non avrà una meta e che la “cosa” di cui a un certo punto parla Dean Moriarty, ossia il sentimento di pace ed armonia fra sé, gli altri, Dio e la natura, mai verrà raggiunta se non per brevi e struggenti e sfuggenti attimi.

Il libro dà magnificamente il senso di questo andare e andare, per migliaia di chilometri bevuti in un fiato; e poi ci sono le feste -anzi “le baldorie”- improvvise e scatenate, la droga, il bere smodato, l’apparentemente astruso parlare per ore ed ore.

In tutto ciò vi è molto ed autentico misticismo, ed il campione di questo modo di vivere e di sentire è Dean Moriarty, vero protagonista del libro, “piccolo e povero angelo” dalla inesauribile e disperata vitalità, una sorta di Alioscia Karamazov moderno, di cui condivide la purezza e l’innocenza in una dimensione non meno dannata di quella dostoevskijana; un personaggio commovente ed indimenticabile.

I brani da citare sarebbero molti, ma una cernita farebbe torto a un libro che è bellissimo tutto, ed assolutamente da leggere e rileggere.

Poronga

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