Thorkild Hansen “Il Capitano Jens Munk”

munk

La biografia del Capitano Munk è un  paradigma della grande rivalità tra nobiltà e borghesia che infuocò la storia del 1600 e dei secoli seguenti.

In realtà, si capisce subito come sarebbe andata a finire un paio di secoli dopo. I nobili sono spocchiosi, pieni di sé,  assolutamente incompetenti e privi di determinazione ( in mare ne combinano di ogni: non trovano arcipelaghi e sparano bordate di artiglieria sui villaggi per fare un po’ di baldoria… ) mentre qualche borghese si è fatto le ossa sputando l’anima e iniziando dalla gavetta.

E’ fatale che alcuni tra i migliori uomini provenienti dal popolo abbiano accumulato una serie di competenze e di valori psicologici tali da garantirgli possibilità future, imprevedibili al momento.

Il libro è ricco di riflessione e profondità, ma il suo senso più profondo va riercato proprio nelle vicende, nell’agire dei suoi sfaccettati personaggi. Per questo motivo, non posso fare a meno di indulgere pesantemente nel racconto perchè senza far ciò , non riuscirei a darvi il senso dell’intera opera. Per cui perdonatemi, abbiate pazienza e ascolatemi, o passate ad un’altra recesione: non me ne  dorrò.

Io mi sono affezionato al Capitano e voglio raccontarvi la sua storia.

Il padre di Jens, Erik, è un borghese molto intraprendente che fa di tutto, sui mari e in guerra per conquistarsi benevolenza da parte del Re e della nobiltà per ottenere un feudo e un titolo. E’ tanto determinato che gli riusce pure, anche se in seguito, per invidia e ostilità negli ambienti nobili, i più potenti  trovano il modo di sbatterlo a marcire in galera.

Il povero Jens arriva quindi all’età della ragione senza titoli (ovviamente revocati) e senza un soldo, ma egli è determinato tanto e più del padre. Vuole diventare ricco (forse è meno interessato del padre a diventare nobile..) e soprattutto vuole diventare  “padrone di se stesso”. Vi è proprio una evoluzione tra le due generazioni. Il figlio è un vero borghese, non gli piace un granché la nobiltà: vuole raggiungere agiatezza e possibilità di decidere la propria vita, vuole investire di tasca propria e fare utili.

Munk è povero in canna, ma è un bel fenomeno. Inizia a lavorare come mozzo su navi di altri, ma rapidamente fa carriera e un po’ di soldi. In modo piuttosto spericolato investe tutto in una bagnarola piuttosto vecchia e malconcia, con la quale si dedica a esplorazioni a fini commerciali nei mari poco conosciuti a nord della Norvegia. Per un po’ gli va anche bene, ma a un certo punto fa naufragio tra i ghiacci portando a stento a casa la pelle.

Ritorna ad essere povero in canna. La sua fama di abile uomo di mare gli permette però di rialzare la testa, e di offrire le sue competenze e la sua fedeltà al re.

Da qui inizia una vera ascesa: acqusta meriti in battaglia contro i pirati che infestano i mari del nord, si lancia nel nuovo business della caccia alla balena, praticamente sconosciuto ai danesi e ai norvegesi.

Con grandissimo spirito imprenditoriale , con un viaggio roccambolesco a cavallo nell’inverno nord europeo, va ad arruolare marinai baschi esperti nella caccia alle balene. Mentre da una parte, prende a cannonate i pirati da una nave del re, dall’altra diventa coarmatore di una piccola flotta di baleniere insieme ad un commerciante di Copenhagen. Insomma , inizia a fare strada e soldi.

A questo punto entra lo zampino, anzi l’artiglio della nobiltà. Inizialmente il re gli affida il comando di una grande spedizione commerciale diretta ai mari settenrtrionali, ma improvvisamente, senza nessuna spiegazione apparente, il comando gli viene tolto, per essere affidato ad un gruppo di nobili, molto potenti ed altrettanto incompetenti. La spedizione parte , torna per miracolo e non porta a casa alcun risultato. Il re capisce benissimo la differenza di statura tra la competenza di Munk e quella dei suoi superiori, ma non può (e forse non vuole) fare alcunché: Munk è un borghese, per giunta figlio di un uomo caduto in disgrazia e per cui non può che essere un sottoposto. Munk continua a non battere ciglio, ingoia, ma sa di essere il migliore: sa che arriverà il suo momento.

La poitica di Christian IV si fa sempre più espansiva, ormai i potenti di tutta Europa hanno inteso che  le fortune sono oltre oceano. Occorre investire e rischiare navi e uomini per ottenere nuove fonti di reddito. Fino ad ora la Danimarca si è dedicata soltanto ai mari del nord europa e della Russia, ma è venuto il tempo di dedicarsi anche ad altro: due sono le rotte. La terra ormai si sa, è rotonda, ma nessuno riesce a capire quanto è grande e le fantasie corrono. Come già da tempo si era immmaginato che fosse semplice arrivare in Cina passando al nord dell’Asia, ora si fantastica di arrivarvi facilmente passando a nord del Canada. E poi c’è l’India , Ceylon e l’estremo oriente…..tutto a portata di mano, oltre il capo di Buona Speranza. Non rimane che atrezzare navi, trovare buoni comandanti e partire.

Le prospettive sembrano ottime per un esperto capitano di marina, ma, attenti, siamo all’inizio del ‘600 e la nobiltà vuole rimetterci lo zampino. Jens Munk è incaricato dal suo sovrano di allestire la flotta per le Indie. Molte navi, moltissimi mezzi, soldi e potere. Ma e’ ovvio che la nobiltà non si fa mettere da parte nella gestione di un simile evento: a Munk lasciano fare il lavoro duro, che richiede competenza e professionalità. Poi, all’ultimo istante, come è già successo, Munk viene accantonato ed un gruppo di nobili, comandato da  Ove Giedde prende la direzione dell’impresa.

La flotta delle Indie parte senza Munk. Ancora una vota, messo da parte, ancora una volta umiliato, ancora una volta privato di possiblità di guadagno.

Il re comunque è a disagio, ne ha fatte troppe al povero capitano e , nessuno come lui, ne conosce il vero valore. In fondo c’è una gatta da pelare ancora più grossa: c’è il famoso “Passaggio a Nord Ovest”. E’ l’impresa per Munk: difficile, tosta, nel gelo dei ghiacci, piena di rischi oggettivi. Non è una cattiva idea mandare il nostro capitano…

E così , parte la vera regata del secolo……una rotta a Est ed una a Ovest, per tentare di arrivare prima possibile alle ricchezze della Cina. Due comandanti, un borghese con pochi mezzi (due navi, una sessantina di uomini…) ed un nobile, 5 navi gigantesche e un budget da paura. Il secondo è già partito, il primo sta per prendere il mare.

Ove Gedde è rigido, inflessibile autoritario, ma la sua flotta è un coagulo di anarchia: navi che se ne vanno per conto loro tentando autonomanente la fortuna, equipaggi che si ammutinano, pene corporali, impiccagioni….Munk, sa motivare i suoi uomini, è esperto e ben voluto, non ha mai conosciuto un ammutinamento sui suoi legni. Ove, naviga al caldo, sempre a contatto di terre ricche di frutti contro lo scorbuto ma le sue ciurme sono falcidiate dalla malattia. Munk, naviga tra i ghiacci, nell’uragano e nel gelo: i suoi uomini stanno benone ed il morale è alto. La gara è aperta.

Tra alterne vicende Munk giunge nella baia di Hudson alla fine dell’estate, i ghiacci lo hanno costantemente ostacolato. E’ tardi, molto tardi. Le navi non riescono più a muoversi nel ghiaccio che le stritola. Munk prende la durissima decisione di tentare uno svernamento.

Sarà una esperienza durissima. Nonostante le cure del capitano lo scorbuto avrà carta bianca sull’equipaggio. La malattia mieterà vittime ogni giorno e la quasi totalità degli uomini si ammalerà   e perderà le forze. La sorte sembra ineluttabile. E’ ormai l’inizio della primavera. Sono sopravvissuti solo Munk ed altri 3 uomini. Munk è malato , debilitato. Capisce che la sua morte è imminente. Scrive un ultima drammatica e commovente  pagina di diario, il suo testamento. Tutto è perduto.

Non andrà così.

Con un impresa che ha davvero dell’incrdìedibile, Munk ed i suoi uomini riusciranno a guarire (almeno in parte), riusciranno a mettre in mare la più piccola delle navi e riusciranno con l’equipaggio ridottissimo di cui dispongono, a ripartire e raggiungere il porto di origine.

L’impresa è veramente impossibile da immaginare, ma i quattro ce la faranno. Riusciranno dopo 60 giorni di tormento estremo ad arrivare in Norvegia.

Nel frattempo la flotta delle indie è sbarcata a Ceylon, nel peggiore dei modi, in modo cialtronesco e scombinato, ma con tutte le navi a galla. Di uomini ne sono stati persi una quantità incredibile, ma Ove Giedde ha vinto. E’ lui che è arrivato a destinazione.

Munk, dovrebbe essere accolto in patria, comunque, come un eroe, ma ovviamente non sarà così. Ancora umiliazioni, ingiustizia e invidia. Il Re, non riesce a capire la gravità delle situazioni attraversate da Munk ed invece di apprezzarne le capacità che gli hanno permesso di tornare almeno con una nave, non fa che stizzirsi per l’insuccesso dell’impresa impossibile (il passaggio verrà scoperto soltanto dopo un’altra decina di spedizioni, ben trecento anni più tardi…) e colpevolizzare il suo comandante.

Qui si configura  la vera fina di Munk.  Lui e il Re, sono di fronte. Sono due sognatori e sono due sconfitti (il Re ha appena subito una gravissima disfatta nella Guerra dei trent’anni e la metà del suo regno è occupata dal nemico…) , sono entrambi vecchi e malati.

Per Christian IV, il comandante Munk è il ritratto della “sua sconfitta” ed è in lui che dolorosamente si rispecchia.

Il Re è distrutto e sconvolto mentre Munk, pure nel dramma mantiene la sua calma e la sua dignità, come sempre ha fatto nella sua difficile esistenza.  Potrebbe scattare una sorta di solidarietà, ma invece in Christian , nel ritrarsi  in una  immagine così drammatica e disperata, scatta la rabbia ceca  e l’insulto.

Munk ha servito per una vita intera il suo sovrano ed ora viene ancora un ultima volta attaccato ingiustamente.

Anche Munk ha perso la pazienza.

Trai due finisce male e Munk verrà abbandonato a morire deluso e in disgrazia.

Perdonatemi, un ultima citazione:

“Navigare è sognare. Sognare è necessario, vivere no. Il sogno copre i tre qurti del mondo ed è composto più o meno della stessa soluzione delle lacrime umane. Nel sogno siamo soli, ma mai così soli come a Genova. Nel sogno nulla è vano. E’ la realtà ad essere vana. E’ lei a consumarsi e morire. Nelle fiamme e nel freddo. Dobbiamo darle un senso. Cercare l’alba attraverso il tramonto. Possiamo? ”

Mr. Maturin

 

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