Lucia Berlin “La donna che scriveva racconti”

berAl terzo articolo che presentava Lucia Berlin come una grande scrittrice di racconti, addirittura al livello di Carver, mi sono deciso a leggere questo libro.

All’inizio sono rimasto di stucco, perché alcuni dei primi racconti, bellissimi, sono veramente a livello di Carver, per me il più grande maestro del genere del secolo scorso.

Mi riferisco in particolare a “La lavanderia a gettoni di Angel” “Il dottor  H. A. Moynihan”, “Manuale per donne delle pulizie”, “Il mio fantino”  (cinque soli paragrafi, ma fantastico), “Morsi di tigre”, “Incontrollabile”, “Lutto”, “Ci vediamo”.

Sono racconti fortemente autobiografici di una donna (assai bella, a giudicare dalle fotografie disponibili, ma tormentata dalla scoliosi) nata in Alaska nel 1936, che ha avuto una vita difficilissima, dominata dall’alcol e da una estrema precarietà, e che accanto alla attività di scrittrice di un qualche successo, ha svolto per mantenere i quattro figli nati da tre matrimoni falliti i lavori più disparati: centralinista, infermiera, domestica, insegnante.

Sono racconti sospesi, a volte un po’ bizzarri, in cui le cose vengono narrate da una prospettiva insolita, che lascia sempre intendere la precarietà e intravedere la possibilità del tracollo.

La copertina del libro paragona L.B. a Alice Munro, ma secondo me  me c’entra molto di più il paragone con Carver e, a ulteriormente nobilitarla,  con Flannery O’Connor.

Peccato che nel prosieguo del libro la qualità dei racconti (oltre quaranta:  molto meglio sarebbe stato selezionarne una ventina o anche meno) cali parecchio, al punto che stavo quasi per lasciar perdere; poi però poi sono stato premiato da qualche ulteriore titolo,  tra cui “Io e B.F” è quello che mi è piaciuto di più.

Poronga

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