Yaakov Shabtai “In fine”

sha.pngMeir, giunto all’età di 42 anni, scopre improvvisamente la morte non come idea astratta ma come cosa che, in un futuro non così lontano, capiterà anche lui. L’occasione è data da una diagnosi di ipertensione arteriosa che lo coglie totalmente impreparato, e che lo fa sentire vittima di una specie di tradimento da parte del proprio corpo.

Colto da una sorta di spaesamento, Meir percorre un tragitto che rimbalza tra fatti e figure esterne (la sua famiglia d’origine e quella acquisita, i dialoghi con il cinico amico Polser, il rapporto con la dottoressa che lo cura) e la sua interiorità. In questo contesto si verifica la morte della madre e, in seguito, un viaggio ad Amsterdam e Londra, nelle sue intenzioni rigeneratore, che tuttavia è un susseguirsi di piccoli e avvilenti fallimenti, e che ha epilogo in una libreria londinese.

Il romanzo non pretende affatto di risolvere le dolorose perplessità del vivere, però si conclude con un doppio scatto vitale, rappresentato da un lato da un atto d’amore, dall’altro da un finale che, partendo da un ricordo adolescenziale del protagonista, lo riporta con un vertiginoso e poetico flash-back alla sua nascita.

Credo sia importante dire che questo romanzo è stato scritto e riscritto più volte da un uomo che, gravemente malato, sapeva di essere prossimo alla morte. Una testimonianza di grande e composto coraggio, che tuttavia non mi ha fatto pensare, come invece è successo ad altri, al capolavoro.

Secondo me il romanzo troppo spesso ristagna, e raramente trova davvero l’ispirazione.

Le parti che mi sono piaciute di più sono le descrizioni dei frettolosi ma succulenti pranzi che Mair consuma nella cucina dei genitori chiacchierando con la madre, bravissima cuoca; in tale contesto, mi ha colpito particolarmente il “distratto raccoglimento” col quale, di quando in quando, nelle sue visite al padre rimasto vedovo, Meir consuma gli ultimi squisiti biscotti fatti dalla madre, ormai morta.

Poronga