Paul Auster “L’invenzione della solitudine”

aust.jpegicona-voto-asino2icona-voto-asino2Il libro si compone di due parti, non so fino a che punto comunicanti.

La prima, “Il ritratto di un uomo invisibile”, è un lungo ritratto/meditazione sul padre, uomo duro, chiuso, complicato, che dopo la separazione con la moglie continua a vivere da solo nella grande casa che aveva comprato per sé e i figli invecchiando con essa.

Ne viene fuori un ritratto incisivo, di forte impronta austeriana, che si allarga a una pensosa riflessione sulla vita e la morte, nella quale però non ho trovato spunti di particolare rilevo se non questo: Continua a leggere

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Paul Auster “Uomo nel buio”

ausicona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoLa iniziale freddezza che mi aveva provocato il celebre, e peraltro pregevole, “Trilogia di New York” con questo libro si è definitivamente sciolta.

August Brill è un ex giornalista di grande successo. Vive assieme alla figlia, malamente separatasi dal marito, e alla nipote, giovane vedova che ha dovuto vedere il film del marito fatto a pezzi in Iraq, e che per il trauma ancora a malapena riesce a uscire di casa. I tre a loro modo sono come dei naufraghi che si tengono stretti, ma il quadro che ne esce è tutt’altro che patetico. Continua a leggere

Paul Auster “Il libro delle illusioni

ausicona-voto-asino2icona-voto-asinoicona-voto-asino2icona-voto-mezzoasinoDavid Zimmer, quarantenne professore universitario di letteratura, viene colpito da una immane tragedia. Auster racconta in modo molto essenziale come David viene  repentinamente precipitato da una vita apparentemente felice a un baratro di totale sofferenza che lo porta a isolarsi, bere, sopravvivere a malapena e quasi suo malgrado.

Avviene però un piccolo ma decisivo fatto: guardando la televisione David vede un vecchio film muto di un comico minore, tale Hector Mann, e ride.

Può sembrare irrilevante, ma da giugno era la prima volta che ridevo  – per qualunque motivo, dico: e quando sentii il sussulto inatteso salire dal petto e cominciare a frullarmi nei polmoni, compresi che non avevo ancora toccato il fondo, che qualche pezzo di me aveva ancora voglia di continuare a vivere. La risata non poteva essere durata più di qualche secondo. Non fu particolarmente sonora né prolungata, ma mi colse di sorpresa: e dato che non la trattenni, e non mi vergognai di aver scordato la mia infelicità nei pochi attimi in cui Hector Mann era comparso sul teleschermo, fui costretto ad ammettere che dentro di me c’era qualcosa che non avevo immaginato: qualcosa di diverso dalla pura e semplice morte. Non parlo di una vaga intuizione, o dell’aspirazione sentimentale a ciò che avrebbe potuto essere. Avevo fatto una scoperta empirica, che recava in sé tutto il peso di una dimostrazione matematica. Se avevo in me la capacità di ridere, voleva dire che non ero completamente apatico. Voleva dire che non mi ero segregato dal mondo così totalmente da non lasciare più penetrare nulla“. Continua a leggere