Renata Viganò “L’Agnese va a morire”

agneseGià che sono in tema desidero segnalare questo libro, che credo possa addirittura rivaleggiare con quello che a me è sempre parso il più bel romanzo sulla Resistenza, ossia “I sentieri dei nidi di ragno” di Calvino.
Agnese è una contadina cinquantenne grossa, semplice e orgogliosa. Come molti non ne può più di fascisti e di tedeschi; ma quando si vede prima portar via il dolce e delicato marito Palita, poi uccidere un gatto che è l’ultimo ricordo che le è rimasto del suo uomo, la sorda ostilità scoppia in aperta ribellione.
Agnese, per questo atto d’impulso, entra di slancio nella guerra partigiana, umile, coraggiosa, infaticabile.
Quello che più colpisce è la semplicità e la a-retoricità del racconto, che dice di gente semplice che semplicemente rischiava la vita, senza tante storie.
Emblematico è il primo episodio di vicinanza di Agnese ai partigiani, quando offre loro i suoi risparmi dicendo: “Io senza Palita non ne ho bisogno -fissava una macchia bianca, riflessa dal lume di uno dei bicchieri pieno a metà-. Li dò senza offesa, concluse”. Pensa, senza offesa.
I passi da citare sarebbero tanti; mi limito a un altro che è un po’ il testamento spirituale di Agnese: “Noi non finiamo -assicurò l’Agnese- siamo troppi. Più ne muore e più ne viene. Più ne muore e più ci si fa coraggio. Invece i tedeschi e i fascisti, quelli che muoiono si portano via anche i vivi… Dopo sarà un’altra cosa. Io sono vecchia, e non ho più nessuno. Ma voialtri tornerete a casa vostra. Potrete dirlo, quello che avete patito, e allora tutti ci penseranno prima di fare un’altra, di guerra. E a quelli che hanno avuto paura, e si sono rifugiati, e si sono nascosti, potrete sempre dire la vostra parola; e sarà bello anche per me”.
E così l’Agnese se ne va a morire, una fucilata in faccia e via.
Un libro che credo valga sempre la pena di leggere, e che di questi tempi è un toccasana.

Poronga

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