Richard Hughes “Un ciclone sulla Giamaica”

hugesUn gruppetto di ragazzini, il più grande di quasi tredici anni, la più piccola di tre anni appena. Una storia ambientata tra la Giamaica di fine Ottocento e il mar dei Caraibi spazzati da tempeste, cicloni, scosse di terremoto e scorrerie di pirati.
Un racconto irriverente e scatenato come la gioia di scivolare da un capo all’altro del ponte di una goletta spazzata dalle potenti ondate di un mare in burrasca, ma anche, a tratti, intenso e sorprendente come la bolla di silenzio in cui sa rinchiudersi un bambino improvvisamente dimentico di tutto quanto lo circonda, quando si tuffa a capofitto negli abissi della propria, lussureggiante immaginazione.
Potrebbe essere uno splendido, colorato, animatissimo libro per ragazzi se non fosse per lo sguardo del tutto privo di sentimentalismi o di qualunque indulgenza con cui viene osservato il mondo dell’infanzia.
“Trovarsi faccia a faccia con un grosso polipo quando si nuota sott’acqua, è un’esperienza impressionante. Non lo si dimentica più; non soltanto per il timore che può ispirare, ma per la sensazione dell’impossibilità assoluta di una qualsiasi corrispondenza intellettuale. […] La bestia è là, nel cavo di una roccia, come un essere senza peso in quell’atmosfera liquida e verde; ma enorme, con lunghe braccia più flosce della seta, ora arrotolate e immobili, e ora agitate per riconoscere la vostra presenza; e, al di sopra di voi, questo mondo termina alla superficie dell’aria, come contro un vetro luminoso.
Il primo contatto con un bimbo piccolissimo può risvegliare come un’eco di queste impressioni, almeno per quelli che non sono accecati da un trasporto di sentimenti materni.”

Colpiscono le pagine in cui si osserva la scoperta della propria identità da parte di Emily, la protagonista, una ragazzina di dieci anni. Dev’essere stato così anche per noi, ci sembra dire la memoria, pur senza essere in grado di ritrovare ricordi più chiari. “…d’un tratto scoprì chi era. Aveva giocato a farsi una casa in un cantuccio, a prora, ma si era stancata e ora passeggiava senza meta fantasticando sui maghi e sulle fate, quando, subitamente, le balenò il pensiero che lei era lei. […]
Una volta persuasa di questo fenomeno sorprendente, che lei era ormai Emily Bas-Thornton (e perché aggiungesse quell’ormai non lo sapeva) incominciò a passare gravemente in rassegna tutto quel che implicava un simile fatto. Prima di tutto: quale influenza aveva stabilito che, fra tutte le persone di questo mondo, lei doveva essere proprio quella tal persona particolare, Emily, nata nel tale e nel tal altro anno fra tutti quelli che sono nel tempo, e incasellata in quel particolare piccolo involucro di carne, grazioso anziché no? Era lei stessa, che aveva fatto la scelta, o forse Dio? E qui un nuovo pensiero: chi era Dio? Ne ave sempre udito parlare: ma la questione della Sua identità era restata nel vago ed era stata accettata senza discussione non meno della propria. O poteva darsi che fosse lei stessa Dio? Quella cosa che cercava di ricordarsi, era questa?A ogni modo, più si affannava e meno ne capiva (che assurdità dimenticarsi un punto così importante, se uno è Dio o no!) Scartò la questione; forse, le sarebbe venuto in mente più tardi.
Punto secondo: perché tutto ciò non le era venuto in mente prima di allora?”

E sarà Emily, quella ragazzina che nutre la vaga sensazione di essere Dio, a far intravedere all’incredulo lettore quanto di inquietante si cela dietro la vitalità senza fine e l’insondabile innocenza del mondo dell’infanzia. Un mondo nient’affatto dorato, destinato a concludersi con un drammatico spargimento di sangue.

Un libro che diverte e colpisce al cuore. Non c’è nulla di più tragico di dover diventare grandi. Da non perdere.

la signora nilsson

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