Giorgio Manganelli ” Cina e altri Orienti”

manganelliPer convincermi a leggere questo libro ho dovuto superare alcune resistenze. Per cominciare, non mi piacciono i libri di viaggio, a parte l’Odissea; da anni rimando il momento di affrontare Bruce Chatwin, di cui diversi amici – forse, per la verità, più amiche – mi parlano molto bene ma che per qualche arcano motivo sono convinto che non mi piacerà.

In secondo luogo, generalmente diffido dei libri pubblicati postumi: a parte alcune eccezioni ( la principale ovviamente èKafka ) penso che se uno scrittore non ha ritenuto di pubblicare alcuni suoi scritti, sapeva quel che faceva, e che spesso queste pubblicazioni si devono all’avidità di eredi che trovano scartafacci in fondo a bauli, e a editori anch’essi avidi e poco scrupolosi.

Manganelli però è talmente bravo che ho deciso di fare un’eccezione: va detto che almeno in parte questi scritti erano già stati pubblicati da lui in vita, e l’Adelphi ci informa che nel 1990, prima della morte, Manganelli li stava preparando per la pubblicazione; perché poi siano passati 24 anni non ci viene spiegato. La raccolta non comprende gli scritti sull’India, pare molto belli, già pubblicati altrove.

Non mi sono pentito. Se non conoscete la prosa di Manganelli, ve ne do un piccolo saggio: ” Ho sempre nutrito un assoluto disprezzo stilistico per l’alba, e quanto all’aurora, la considero una scadente figura retorica “. Io avrei detto semplicemente che mi piace dormire fino a tardi, ma come lo dice lui è molto più bello.

Mi limiterò ad alcune pennellate, per darvi un’idea di come lo sguardo curioso e penetrante di Manganelli si posi su diversi Paesi.

La Cina del 1972 è uno strano miscuglio di mandarinismo e comunismo, diverso dall’ancor più strano miscuglio odierno di mandarinismo, comunismo e capitalismo. Ma, allora come oggi, e come da 5.000 anni, la componente del mandarinismo prevale nettamente sulle altre. Per strada, vicino ai ritratti di Mao, ci sono ancora quelli di Stalin; e a proposito di strade, quando arriva a Hong Kong, vede un distributore di benzina, e solo allora si rende conto di non averne mai visto uno in Cina, né a Pechino né a Shangai né altrove, pur avendo visto, insieme alle proverbiali biciclette, anche una certa quantità di automobili. Manganelli stringe decine di mani di uomini vestiti allo stesso modo, e non sa mai se si tratta di un ministro o di un cameriere. Ci sono anche quattro pagine sulla cucina cinese che trovo magistrali.

Un breve resoconto dalle Filippine. Persone gentilissime: nei bagni dell’aeroporto di Manila gli spazzolano la giacca; peccato che lo facciano mentre sta orinando!

Segue un lungo reportage dalla Malesia, con stilettata mortale a Salgari. I templi sono ornati da statue inquietanti, che ” danno la curiosa e un po’ sinistra impressione di essere in un pantheon deforme, di dèmoni che non hanno vinto il concorso per diventare dèi “. Un paese dove si festeggiano cinque capodanni diversi – nostro, mussulmano, cinese, thai, hindù e forse anche qualche altro. Ma qui come altrove, quando ha bisogno di superare gli attimi di smarrimento, ci dice: ” so quel che ci vuole per calmarmi: trenta pagine di Dickens ” ( il signore sì che se ne intende ).

In Thailandia, non a caso, Manganelli fa la conoscenza e ci mette a conoscenza della concezione asiatica dei rapporti sessuali, così diversa dalla nostra.

Ci sono poi dei resoconti di viaggi in Medio Oriente, questi scritti più avanti, fra il 1975 e il 1987. Sinistramente illuminanti le pagine sull’Afghanistan. Attraversa il – da tremila anni – famoso Khyber Pass, dove si prova l’efficienza delle armi da fuoco uscendo dalle botteghe e sparando in aria. ” Qui si può comprare tutto, purché sia proibito, e se non è cosa pericolosa, deve essere almeno di contrabbando “. Chiude il suo resoconto con un’analisi acutissima delle differenti concezioni dello Stato nei paesi cristiani e in quelli musulmani. Le parole finali sarebbero state utili alle diplomazie occidentali più di molti rapporti dei servizi segreti: ” Per dirla in modo un po’ elementare, l’Islam crede, crede assolutamente e veramente in Dio: e non potete immaginare quanta differenza faccia. ”

Io l’ho letto tutto d’un fiato ( cosa non si fa per condividere al più presto il piacere della lettura con l’Asino! ) ma il mio consiglio è di tenerlo sul comodino e leggerne tre o quattro pagine ogni tanto: Manganelli usa le parole con l’abilità di un giocoliere che fa stare per aria sei clave contemporaneamente, e il modo migliore di leggerlo è quello di assaporarlo lentamente. Una possibile morale: ” Viaggiare insegna che tutti gli uomini sono uguali; viaggiare insegna che tutti gli uomini sono diversi. ”

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Poscritto moralisteggiante sulla rapidità del degrado del nostro Paese:

Manganelli andò in Cina nel 1972, con la prima delegazione di industriali italiani che visitava quel Paese. Un intellettuale aggregato a una – sobria – missione economica, un po’ come Darwin sulla Beagle, o i botanici con le esplorazioni in Africa o i pittori di paesaggi con Clark e Lewis. Solo 14 anni dopo ci fu il famoso viaggio di Craxi con l’aereo di Stato carco come un caravanserraglio di ” nani e ballerine “. Andreotti, che era quel che era ma conosceva la discrezione del potere, fece la azzeccata battuta ” siamo andati in Cina con Craxi e i suoi cari “.

 

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