Guy Chiappaventi “Pistole e palloni”

chi.jpgGuy Chiappaventi è quel cronista romano che cura da anni i migliori servizi del TG7 di Mentana perché, seppur con toni molto asciutti, possiede meglio di chiunque altro la corda del narrare epico.
Corda quanto mai necessaria per ricostruire, a distanza di tanti anni, una delle più rivoluzionarie imprese sportive della storia nostrana e non a caso compiuta nel 1974, a sua volta uno degli anni più rivoluzionari della storia del mondo.
Per me, che allora avevo 12 anni e vivevo a Milano “sfiorato”, come la gran parte di quelli della mia generazione, da un gigantesco conflitto sociale e culturale successivamente sconfitto sugli argini dell’utopia, in un paese che negli anni ottanta passerà rapidamente, come ha annotato qualcuno, “dalla strategia della tensione alla strategia della finzione”, quello scudetto miracoloso, insperato e irripetibile ha rappresentato un momento epocale della mia formazione adolescenziale. Continua a leggere
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Guy Chiappaventi “Aveva un volto bianco e tirato. ll caso Re Cecconi”

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Il 19 gennaio 1977 non avevo ancora quindici anni e frequentavo la quinta ginnasio al glorioso Liceo Parini. “Solo un giocatore di calcio può fare una fesseria del genere”, mi disse quel mattino d’inverno appena arrivato in via Goito una compagna di classe dal look “impegnato”, come si usava allora, ma io e i miei amici maschietti, che eravamo, come sempre si usava allora, maniaci del calcio autarchico di quegli anni, non ci capacitavamo di quanto dalla sera prima si andava dicendo in giro. Luciano Re Cecconi, il biondo centrocampista della Lazio di Maestrelli che meno di tre anni prima aveva vinto un clamoroso scudetto, ripetendo il miracolo del Cagliari di Gigi Riva e anticipando quelli successivi del Torino di Radice, del Vicenza di Pablito e del Perugia di Castagner, quando l’imperialismo del denaro non aveva ancora mortificato il gioco più bello del mondo, era stato ucciso la sera prima nel corso di una finta rapina. Nel 1974 io, interista sfigato, questo invece è continuato anche negli anni successivi, avevo ripiegato il mio tifo adolescienziale su quella squadra così strana e anarchica capitanata da un centravanti gigantesco e sgraziato detto Long John, per moglie e origini semi-americane, che era finito in nazionale, caso più unico che raro, direttamente dalla serie B per poi mandare platealmente a quel paese in eurovisione il bolso Valcareggi a quei mondiali dominati dalla bella cicala Olanda ma poi vinti dalla efficace formica tedesca. Anche se a trionfare nella classifica dei cannonieri con 24 reti, in epoca di torneo a 16 squadre significava quasi un goal a partita, sarebbe stato lui e ad esaltare i palati fini sarebbero stati il libero Pino Wilson, che parlava come se fosse un professore di lettere e quel discolaccio di Vincenzino D’Amico che alla palla, si diceva, “ie parlava…”, mentre le parate di Pulici avrebbero salvato la verginità della porta nel ritorno a San Siro, gran parte di quel magico e irripetibile scudetto targato 1974 fu costruito nel girono d’andata dal biondo e oscuro Luciano Re Cecconi, il mediano lombardo voluto da Maestrelli dopo il fatale incontro di Foggia. Ricordo come se fosse ieri la gioia infantile che provai, tutto solo, in un pomeriggio invernale di fine 1973 nella casa di Bolzano dei nonni materni quando con l’orecchio incollato all’ immancabile radiolina, come si usava allora, sentii in diretta la voce agitata di Enrico Ameri che raccontava al paese quella rete decisiva segnata all’ultimo minuto allo stadio Olimpico contro gli odiati cugini milanisti “…passa la palla a Re Cecconi, che avanza sulla destra, entra in area e rrrrreteeee !”. Il giornalista Guy Chiappaventi, già autore qualche anno fa del bellissimo “Pistole e palloni” dedicato alla storia umana di quegli undici campioni d’Italia, così “eversivi” da odiarsi dal lunedì al sabato ma capaci di unirsi in un sol uomo per quei 90 minuti domenicali che contavano davvero, ricostruisce oggi in modo esemplare il processo al gioielliere di via Saverio Nitti che ai tempi divise il paese tra giustizieri e ribelli, tra garantisti e forcaioli, tra fascisti e comunisti e soprattutto tra laziali e non, come sempre si usava allora. Nel gennaio del 1977 la Lazio di quel miracolo si era ormai squagliata da tempo, Maestrelli era morto e il suo capitano emigrato in terra yankee, tanto che l’anno prima si era salvata giusto all’ultima giornata da un’infamante retrocessione e Luciano Re Cecconi era un po’ come la bandiera, il vessillo ungarettiano rimasto su cui ricostruire le fondamenta dalle ceneri di un bombardamento bellico. Un gioielliere, tale Bruno Tabocchini, e chi se lo scorda più quel nome, e, si seppe subito, dal grilletto facile, come sempre si usava allora, gli aveva sparato nel quartiere popolare di Tor di Quinto appena aveva Re Cecconi messo piede nel negozio con Pietro Ghedin, un compagno di squadra che già non c’entrava nulla con quello storico scudetto. Ma era l’inizio del 1977, un anno che tutti quelli che conoscono la storia non dimenticheranno mai più, nel “decennio lungo del secolo breve” succedeva di tutto e a un ritmo talmente incalzante che oggi noi, con tutta la nostra brava tecnologia, ci scordiamo. E se quando i laziali festeggiavano lo storico trionfo, in Italia si passava con disinvoltura tra referendum sul divorzio e bombe fasciste, mentre in Grecia erano appena caduti i colonnelli, nel 1977, quando Tabocchini spara a Re Cecconi, se in Spagna era caduto persino il regime franchista, in Italia qualcuno, “clandestino per il potere ma non per le masse”, stava preparando un “attacco al cuore dello Stato” che ancora oggi molti stanchi soloni non ritengono plausibile senza ficcarci necessariamente “dietro” fantasmi o complotti. Il gioielliere fu subito arrestato dal noto Pm romano Marrone, che in seguito, come si usava allora, verrà accusato di “collusione” con gli ambienti della sinistra più radicale, e che una volta appurato che il morto era disarmato, decise di portarlo subito in manette a processo con quella che allora si chiamava istruzione sommaria, davanti a quel giudice Santiapchi che in seguito avrebbe processato l’assalto al cielo degli anni settanta. L’accusa era quella di omicidio causato da “eccesso colposo di legittima difesa”, che significava, in sostanza, avere sparato in modo avventato a persona disarmata. Il processo fu brevissimo, come l’istruttoria di Marrone, e si concluse nell’unico modo con cui, con quelle poche prove sommariamente raccolte poteva giuridicamente concludersi, l’appello della Procura venne poi ritirato e le due famiglie direttamente coinvolte nella tragedia si trasferirono da quella città in fiamme che solo un mese dopo avrebbe visto addirittura la cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza, e del “caso Re Cecconi” non se ne parlò praticamente mai più. Oggi paradossalmente, con le nuove leggi repressive che la nostra finta società democratica spaccia per legalitarismo, quel processo non comincerebbe nemmeno, essendo nel frattempo diventato legittimo sparare anche per difendere il proprio borsellino, ma allora, gli anni settanta, si sa, sono stati quelli dello statuto dei lavoratori, delle riforme carcerarie e del diritto di famiglia e dell’abolizione dei manicomi, giusto per dire le prime quattro che vengono in mente, occorreva dimostrare il rischio percepito all’incolumità personale, e il processo Tabocchini si giocò tutto su questo dilemma. Come era stato possibile che la faccia di un campione noto ed effigiato da anni per tutta Roma e non solo, e per di più così singolarmente biondo da sembrare un tedesco anche se veniva del nebbioso nord, fosse davvero stata scambiata per quella di un feroce rapinatore omicida ? Come era stato possibile che nel breve volger di pochi secondi quel gioielliere avesse prima puntato una già pronta rivoltella contro il primo dei due appena entrati senza sparare un colpo e quindi avesse centrato con un colpo secco il secondo senza curarsi del primo mettendo in pericolo gli altri presenti tra cui la propria moglie ? Perché fu fatto tutto così in fretta indagando molto poco sul passato di quel gioielliere che solo qualche mese prima aveva sparato a dei malavitosi perchè convinto che la moglie fosse stata scippata per strada sol perchè aveva sentito un urlo ? E quale misterioso momento di follia avrebbe indotto un calciatore ricco e famoso, e fino a quel momento conosciuto per essere il più saggio del gruppo, a simulare una rapina senza pistola ad uno sconosciuto commerciante di Tor di Quinto ? Sono molte le domande che giustamente si pone l’autore e che, abituato da anni a curare alcuni tra i più importanti servizi d’inchiesta di uno dei più seguiti TG nazionali, conosce benissimo l’arte della narrazione d’attualità, ma che conosce altrettanto bene anche il rigoroso rispetto che si deve ai fatti oggettivi rispetto alle mere ipotesi. A conferma di ciò, anche quel suggestivo titolo del libro altro non è che l’iniziale descrizione di Re Cecconi, fatta ai carabinieri dal gioielliere, appena dopo il fatto. Alla fine della lettura di questo bellissimo saggio si resta colpiti anche dall’epilogo di questa tragedia rimossa. Il gioielliere Tabocchini è tornato dopo alcuni anni sul luogo del delitto a riprendersi quella stessa gioielleria, e la famiglia Re Cecconi non desidera ricordare una morte definitivamente bollata come “stupida”.

davide steccanella