Jòn Kalman Stefánsson “Grande come l’universo”

ste.pngVedo che l’islandese Stefànsson è un autore molto amato sull’Asino, dove sono stati recensiti 5 suoi libri, dal primo pubblicato in Italia – Luce d’estate ed è subito notte  – alla trilogia costituita da Paradiso e inferno, La tristezza degli angeli e Il cuore dell’uomo, fino a I pesci non hanno gambe, prima parte di un dittico di cui questo libro è la conclusione. La struttura a cicli narrativi in due o tre parti è giustificata dal notevole respiro dei suoi temi, che descrivono non solo molti personaggi, ma diverse generazioni e sostanzialmente una intera nazione, ovviamente l’Islanda. Del resto, si è già detto che più che romanzi nel senso canonico del termine i suoi libri hanno la vastità del poema epico, sono a tutti gli effetti poesia in prosa. La cosa è resa ancora più affascinante dal fatto che le storie sono raccontate da una voce narrante che, nel caso della trilogia, è rappresentata da un coro di anime defunte, e nel dittico successivo da una voce misteriosa che solo alla fine si intuisce essere in sostanza un doppio del protagonista , una specie di coscienza in continuo dialogo con lui ( una sorta di Io freudiano? ).

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Libri d’estate

estateCome dice il nostro Poronga, non si può leggere una storia che non ci ha conquistato. È nostro diritto di lettori ribellarci alla schiavitù del libro-padrone: solo perché ha ottenuto un posto sul nostro comodino (o forse di questa stagione dovrei dire ‘accanto alla nostra sedia sdraio’), ciò non significa che possa mantenerlo immeritatamente.

E così… una sfilza di libri cominciati e abbandonati dopo un assaggio fuggente.

Tra questi, La sposa giovane di Baricco, che stupisce con una decina di pagine che ricordano Tomasi di Lampedusa e una lingua ricca e densa, e presto scadono in una parodia moderna e mediocre di quelle atmosfere. La delusione è stata sufficiente per sentirmi defraudata, tradita dallo scrittore serpente e non saprò mai come va a finire la storia.

Lo stesso vale per Le correzioni di Franzen, che dopo una cinquantina di pagine (lette d’un fiato) mi è parso l’ennesimo romanzo americano all’americana: nessuna originalità nella storia, niente di niente che possa incuriosirmi nella scrittura. Non ne ho più voglia.

Ma ci sono, per fortuna, anche i libri che ti fanno venire una voglia matta di cantarne le lodi.

Primo fra tutti Presenze animali di James Hillman: un saggio che sprizza scintille, un forziere di intuizioni geniali e di empatia emotiva. Chi ama gli animali (Traddles, ci sei?) non se lo perda.

E l’ennesimo Stefansson. Lo so che si è già parlato e riparlato di lui, ma che ci posso fare se è uno scrittore che mi incanta, mi suggestiona, mi strazia e mi fa sorridere come mai mi è successo? Ha la forza narrativa tragica, e comica a volte, del più grande Dickens e la condensata potenza e la liricità di Leopardi: meraviglioso. La tristezza degli angeli andrebbe letto anche solo per non perdersi la grazia candida e dolcissima con cui ‘il ragazzo’ scopre la sensualità, e per scoprire con quale intensità un uomo che si mette a fare un pupazzo di neve possa esprimere la muta tragicità dei sentimenti che ci legano alla vita e ci accompagnano nel momento in cui decidiamo di arrenderci alla morte.

E poi la Munro, quella di Troppa felicità: appena cominciata, ma mi ha fulminato con il primo racconto. Spaventosa la storia di Doree, di una drammaticità quasi senza pari, viene narrata con una asciuttezza scarna che la fa assurgere a metafora del vivere umano e del dolore che non si può ingoiare, che ti rimane in bocca come un grumo di piombo e sangue indigesto e venefico. E che solo il sangue può sciogliere.

In mezzo a tutto questo ci sta Kent Haruf, Benedizione. Haruf scrive bene, almeno: bellissima la scena di tre donne e una bambina che la torrida estate di un’infuocata prateria americana spinge a bagnarsi nude in una cisterna scoprendo così l’intimità attraverso quella comunione dei corpi, tanto diversi, uno color del miele e prospero tanto quanto l’altro è piatto e acerbo, o ancora segnato dalle rughe e dalla pelle vizza, ma tutti espressione di una medesima femminilità e umanità.

Ma a conti fatti sono rimasta delusa. Non manca una certa serena dolcezza, è vero, nella pacata accettazione con cui viene rappresentato il morire, quel momento che arriva per tutti, accanto al letto di un padre morente prima, oppure distesi su quello stesso letto noi stessi quando sarà il nostro turno di affrontare la malattia, la decrepitezza, la fine.

Però, a me è parso, manca la nuda, scabra manata che sempre, in fondo, accompagna la morte. E senza, è come un libro a metà.

la signora nilsson

Jòn Kalman Stefànsson “Paradiso e inferno”

abcCos’è la vita?

Un viaggio attraverso l’inferno, sembra dire Jan Kalman Stefansson in questo libro.

Una nottata su un mare gelido e nero a bordo di una barca a sei remi carica di uomini che non sanno nuotare. Un amico che muore per colpa di un verso di un poeta cieco. Una gelida ragazza che per un istante fa comparire la lingua tra i denti mentre ti guarda fisso negli occhi e fa nascere in te l’incauto desiderio di vivere quando vorresti soltanto morire.

Perché, fino a quando non si muore, ci resta sempre la vita, e la sua promessa di paradiso, di felicità e di amore, che la rende «più grande della morte, eppure non offre riparo dal vento del polo. Il mio amore per una cerata, la mia felicità e la mia gioia per un altro maglione. Il vento dell’Artico soffia, rinforza a ogni minuto e sputa fiocchi di neve.»

Un romanzo lirico e dolente, ma anche lieve come fiocchi di neve che volteggiano chiari nel buio. Lieve come la memoria, sola, fragile, barriera che è possibile per gli uomini erigere contro la morte.

«Forse il senso di quel racconto era proprio resuscitare Bardur dalla morte, fare irruzione nel regno dei morti armato di parole. Le parole possono avere il potere dei troll e possono abbattere gli dei, possono salvare la vita e annientarla. Le parole sono frecce, proiettili, uccelli leggendari all’inseguimento degli dei, le parole sono pesci preistorici che scoprono un segreto terrificante nel profondo degli abissi, sono reti sufficientemente grandi da catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte le parole non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità.»

la signora nilsson

Jòn Kalman Stefànsson ” I pesci non hanno gambe “

stefaL’Islanda ha lo stesso numero di abitanti della provincia di Ragusa, ma un numero incredibile di scrittori e di lettori. Saranno le lunghe notti artiche…  La sola Reykiavik ha tre quotidiani, o almeno li aveva negli anni ’80. Chi non ha modo di fare un viaggio in quelle terre affascinanti può almeno tuffarsi in una ricca produzione letteraria, e a maggior ragione chi pensa di andarci farà bene a cominciare a scoprire l’Islanda attraverso la sua letteratura. Da quando avevo letto sull’Asino una positiva recensione della signora Nilsson su Luced’estate, ed è subito notte di Stefànsson mi ripromettevo di leggerlo, ma la recente uscita di questo I pesci non hanno gambe mi ha indotto a cominciare a conoscere Stefànsson da qui. Il sottotitolo è Storia di una famiglia, e in effetti di una grande saga familiare si tratta, spaziando nell’arco di un centinaio di anni e di tre generazioni, e credo che sia prevista anche una seconda parte che verrà pubblicata più avanti.

La storia non procede linearmente in ordine cronologico ma con diversi salti temporali in avanti e all’indietro, e questo, nelle mani di uno scrittore in grado di padroneggiare questa tecnica, rende la storia più affascinante. Ci sono diversi personaggi di spessore, maschili e femminili, ma su tutti la grande protagonista è l’Islanda, terra ” impietosa ” col suo mare, la sua neve, le sue montagne. E se l’Islanda è impietosa, la cittadina dove si svolgono le vicende, Keflavik, è una Islanda al quadrato. Fra i soldati americani di stanza nella vicina base di M… ( impronunciabile ) gira la battuta: Qual è la differenza fra M… e l’inferno? Che all’inferno almeno si è morti! Ma anche i militari americani vengono forgiati da questa terra impietosa, se uno di loro, tornando molti anni dopo, fa questa riflessione:  ” ho sempre patito la solitudine in questo paese … è come se questa maledetta solitudine la produceste proprio qui, come se affiorasse in superficie con le vostre eruzioni vulcaniche e poi si riversasse sul mondo intero. ”

Terra impietosa dove c’è posto soltanto per esseri umani  duri, pescatori in un mare pericolosissimo o contadini in una terra arida e gelata, uomini e donne di grande coraggio e di grandi emozioni, capaci di grandi affetti e di grandi collere. Fin da bambini, del resto, imparano la durezza della vita: c’è una scena bellissima, da fare invidia agli scugnizzi napoletani, in cui una banda di ragazzini salta sui camion militari americani in corsa per rubare merci di ogni tipo, che arrivano direttamente dagli Stati Uniti e sono introvabili in patria, gettandole agli altri della banda che corrono dietro ai camion.

Seguiamo le vicende di membri della famiglia di cento anni fa, quando l’Islanda era probabilmente ancor più dura di oggi, e dei loro nipoti adolescenti negli anni ’70, e ci commuoviamo per i loro tentativi di stare al passo con i loro coetanei europei ed americani, in un mondo senza internet. Seguono come possono le mode, ascoltano e suonano il rock’n’roll e hanno la consapevolezza di essere la prima generazione, in mille anni di storia islandese, destinata ad aprirsi al mondo. Adolescenti capaci di riflessioni profonde: ” Non sono sicuro che ci proviamo sul serio a capire gli altri – ce la mettiamo davvero tutta? Non è invece che cerchiamo sempre, per tutta la vita, di far vedere agli altri il mondo come lo vediamo noi ? “.   Uno dei ragazzi ha una commovente storia d’amore, solo platonica, che avrà dei risvolti tristi e drammatici, ma indispensabili per uscire dall’adolescenza. E questa storia avrà poi, ai giorni nostri, anche un grande colpo di scena finale , che nella sua drammaticità farà capire molte cose al protagonista ormai adulto.

Insomma, un romanzo profondo e avvincente, che vi farà sentire tutta la durezza e il fascino di quell’isola lontana da tutto e vi farà venir voglia di visitarla.

Tiresia

Jon K. Stefansson “Luce d’estate ed è subito notte”

estateUn libro di storie, le storie di un piccolo paese nelle scure campagne «di una terra lontana da tutto ma vicina all’inverno e al buio soffocante, una terra che sarebbe completamente disabitata se una corrente calda dell’oceano non la lambisse».

Storie, buffe, surreali, malinconiche, dolenti. Storie corali: «ti racconteremo la voluttà che tiene insieme i giorni e le notti, di un camionista felice e del tale che è arrivato con la corriera, di Puridur, che è diventata tanto alta e piena di dedsideri reconditi, di un uomo che non riusciva a contare i pesci e di una donna dal respiro timido – di contadini solitari e di una mummia di quattromia anni. (…)saranno sicuramente tante storie, partiremo dal paese e finiremo sull’aia di una campagna del nord, ma adesso cominciamo, ecco, la felicità e la solitudine, la dignità e l’incoerenza, la vita e i sogni – sì i sogni.»

Storie di fantasmi e storie di vita quotidiana, storie d’amore e storie di sofferenza e sconforto «che è nero e grigio e non trova pace». Storie di chiari di luna e di fiordi in cui il mare diventa «blu e poi verde e poi scuro come la fine del mondo» e di pensieri, «pensieri che non riusciamo a gestire, alcuni chiudono le tende scure per non perdere la testa mentre ad altri spuntano le ali».

La scrittura sconfina nel lirismo, ma è anche ironica divertente, concreta. «Elisabet sepreggiava tra la gente con il bricco che non si vuotava mai, un altro giro con la sua maglietta attillata e inconsciamente cominciammo a pensare alla distanza tra un capezzolo e l’altro perché si vestiva a quel modo?» Capace di guizzi improvvisi e inaspettati. «E adesso si alzò, impeccabile come sempre, con il completo gessato blu, a cravatta rossa, gli anni gli hanno conferito una certa rispettabilità. Si è anche impinguato parecchio, come se portasse un sacco di cemento sulla pancia, i capelli si sono presto ingrigiti, chi ha i capelli grigi pensa molto e con assennatezza».

Si ride (il racconto di una cartolina da scrivere all’aeroporto per dire e non dire a una donna che si è appena scoperto di amare è assolutamente esilarante), ci si commuove, e si  ascoltano queste storie per cercare di capire, per riuscire a rispondere alla solite, vecchie domande sulla vita e le stelle.

«Abbiamo un compito oltre a baciare labbra; sai per caso come si dice ‘ti desidero’ in latino? E in islandese?»

la signora nilsson