Knut Hamsun “Per i sentieri dove cresce l’erba”

knHo la sensazione che Knut Hamsun non sia molto letto in Itala ma, oltre ad aver vinto il Nobel, è riconosciuto come un assoluto maestro da molti grandi scrittori delle generazioni successive, sino ad oggi. Uno dei motivi per cui il grande pubblico l’ha un po’ dimenticato può forse essere attribuito alle sue ambigue simpatie filo-naziste .

Non mi sento di dire senza ombra di dubbio che questo sia un bel libro, ma è senz’altro un libro interessante e commovente, e chiunque vuole conoscere Hamsun non può fare a meno di leggerlo. Accusato di collaborazionismo col governo norvegese filo-nazista, fu arrestato ottantaseienne nel 1945 e sottoposto a processo e internamento in case di cura e ospedali psichiatrici. Non fu accusato di nessun fatto concreto: i suoi crimini, se ci furono, sono solo intellettuali. Per tre anni fu vessato e maltrattato, considerato pazzo. Quasi completamente sordo cercava invano di far capire ai suoi carcerieri la differenza fra pazzo e sordo. Per lungo tempo gli fu impedito di leggere libri e giornali. Alla fine del calvario durato tre anni scrisse questo libro per raccontare la sua esperienza. Il libro fu completato nel 1949 dallo scrittore ormai novantenne che morì tre anni dopo.

Ho già detto che il libro ha più un valore di documento che letterario in senso stretto. La scrittura è un po’ affaticata, Hamsun aveva novant’anni e già da parecchio aveva smesso di scrivere. Il fatto però che riprenda la penna è una dimostrazione del grande potere della letteratura. E qualche zampata d’autore si intravede in certi passaggi dove affiora l’ironia e la capacità di critica sociale. A cominciare dall’inizio kafkiano: ” E’ il 1945,. Il 26 maggio il capo della polizia di Arendal venne a Norholm e dispose l’ arresto domiciliare di trenta giorni per mia mogli e per me. “. E se ognuno può dare il giudizio che crede sulla sua coerenza intellettuale, bisogna pur dire che perseguitando un vecchio scrittore per soli reati di opinione, anche il governo norvegese nato dopo l’occupazione nazista non ne esce granché bene. Sembra dunque ben meritato questo brano, che ricorda la critica di qualsiasi struttura repressiva:

” Il tempo contava sempre sessanta minuti in un’ora. Di meglio non si era riusciti a fare. L’ordine e la precisione regnavano dappertutto, dappertutto solo freddezza, spersonalizzazione, regolamenti. E disciplina imposta con il castigo, e religione. ”

Il libro si conclude in questa maniera gelida: ” Oggi la Corte di Cassazione ha emesso la sua sentenza, e io non scriverò più. ” Sono le ultime parole lasciateci da un grande scrittore.

Tiresia