Jorge Amado “Jubiabà“

Amado è morto solo 20 anni fa, forse pochi per poterlo definire un classico, ma scrisse questo libro, che lo rivelò al pubblico, quando era molto giovane, ben 86 anni fa. Questo mi ha indotto ad alcune riflessioni sui classici, partendo da dati personali e familiari dei quali chiedo anticipatamente scusa; come si suol dire, chi preferisce può saltare al paragrafo successivo. La mia giustificazione è che pochi giorni fa ho compiuto 69 anni, o per dare un’idea più precisa, sono entrato nel 70° anno. Mio padre, nato nel 1920, aveva per i classici russi un grande amore,che mi ha trasmesso. Li lesse, credo, negli anni del liceo, ma per semplicità diciamo che li lesse a 20 anni. Questo vuol dire che quando lesse Guerra e pace, era stato scritto da71 anni, Anna Karenina da 62, Delitto e castigo da 74, I fratelli Karamazov da 60. Questo mi è venuto in mente quando mi chiedevo se gli 86 anni passati dalla pubblicazione di Jubiabà siano o meno sufficienti a dare la prospettiva che legittima la definizione di classico. E devo aggiungere che, quando mio padre mi parlava delle sue letture giovanili, Tolstoj e Dostoevskij erano ormai indiscutibilmente dei classici, ma non avevo dubbi che tali li considerasse mio padre già ai tempi in cui li lesse.. Chiudo questa divagazione personale specificando che non intendo sostenere che Amado abbia la statura dei grandi Russi, ma solo che il tempo è un concetto estremamente soggettivo e a me la pubblicazione dei libri di Amado sembra molto più vicina – ai miei 70 anni – di quanto a mio padre sembrassero invece lontani – ai suoi 20 anni – quei romanzetti ( chiedo scusa a Manzoni ).

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Concita De Gregorio “In tempo di guerra”

Un deciso passo indietro rispetto al bellissimo “Mi sa che fuori è primavera”, anche se si tratta di un libro senz’altro degno di rispetto.

De Gregorio tiene da qualche anno su un importante quotidiano una rubrica nella quale pubblica alcune delle lettere che riceve dai lettori. Questo libro parte della lettera ricevuta da Marco, un giovane trentenne precario, che non trova il suo posto nel mondo. “Come si fa a combattere da soli, e come mai non c’è nessun posto dove mi sento a mio agio ? Mai”, scrive Marco, che per uscire dal vuoto che lo attanaglia e per trovare un senso pensa addirittura di partire per la guerra, arruolandosi in una formazione, credo siriana, che combatte contro le ingiustizie e gli orrori di questa martoriata terra.

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Fëdor Dostoevskij “L’adolescente”

Dei grandi romanzi di D. questo è il meno noto e ho scoperto che la ragione c’è, essendo di gran lunga il meno riuscito.

Arkadij Dologorukij, il protagonista, è il figlio illegittimo del possidente Andrej Versilov, un uomo dalla doppia personalità, talora mite ed empatico, talaltra prepotente ed amorale, e di Sofia Andreevna, donna mite e rassegnata, sedotta da Versilov , ma che mai perderà il rapporto con il marito, Makar Ivanovic, che simboleggia l’umiltà, bontà e semplice quanto profonda saggezza del popolo russo.

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Giorgio Falco “Flashover”

Nel 1996 un “padroncino”, titolare di una piccola impresa, coadiuvato dal suo cugino-dipendente diede fuoco alla “Fenice” di Venezia allo scopo di sottrarsi alle penali per i ritardi nella consegna dei lavori di impiantistica elettrica del teatro, che gli erano stati subappaltati: un atto di inimmaginabile idiozia. Falco racconta questa vicenda, e lo fa bene, con una sorta di rassegnato disgusto. Peccato che il libro sia punteggiato da una serie di dissertazioni che ho trovato astruse e anche abbastanza fastidiose.

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Marilynne Robinson “Gilead”

Il Reverendo ultrasettantenne John Ames, che sente vicina la fine della sua vita, scrive una lunga lettera al figlio di sette anni, che occupa l’intero romanzo, e che rappresenta una sorta di testamento spirituale.

Sia il padre che il nonno di John Ames erano a loro volta pastori, non ho capito bene di quale confessione religiosa, e nella religione si è svolta praticamente tutta la sua vita. A proposito delle Sacre Scritture per esempio racconta: “Non le ho mai sapute  come mio padre, o il padre di mio padre. Però le conosco abbastanza bene. Di certo dovrei. Quando ero più piccolo di quanto sei tu adesso, mio padre mi dava un cent ogni volta che imparavo cinque versetti ed ero in grado di ripeterli senza errore. Poi recitava un versetto sfidandomi a dire il successivo. Eravamo capaci di continuare così all’infinito“.

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Alexandre Dumas “I tre moschettieri”

Non ricordo se da ragazzo lo avevo letto; probabilmente sì, magari in una di quelle ignobili riduzioni che allora usavano.

L’ho quindi ripreso in mano, anche per concedermi una parentesi facile e rilassante, e ho fatto bene. Intendiamoci, nulla di eccezionale, anche se ci sono alcune cose frutto di scintillante inventiva e molto godibili, come ad esempio quando d’Artagnan, appena giunto a Parigi, sfida a duello l’uno dopo l’altro i tre moschettieri senza neppure sapere chi siano.

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Olga Tokarczuk “Nella quiete del tempo”

Il romanzo è ambientato a Prawiek, immaginario villaggio polacco stretto fra due corsi d’acqua, la Bianca e la Nera, nel quale si succedono le storie di tre generazioni, che passano attraverso le due guerre mondiali con tutto il carico di sofferenze che ciò comporta.

Sinceramente non so che dire di questo romanzo, dai toni mistici, simbolici e quasi onirici, in cui grande parte hanno i funghi, gli alberi e il mondo vegetale in genere; forse solo che questo tipo di letteratura, così lontano dalla mia sensibilità, decisamente non fa per me, tant’è che a distanza di pochi giorni mi ricordo pochissimo.

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Pietro Roberto Goisis “Nella stanza dei sogni”

Una stanza, due persone. Intrecci di pensieri ed emozioni che, incontrandosi, costruiscono insieme la cura. Questo, e tanto altro, è ciò che avviene nella stanza di analisi. Luogo dello spazio e della mente da sempre misterioso e imperscrutabile, di cui si può parlare e scrivere per ore, mesi, anni, ma che solo quelle due persone lì presenti nella stanza in quel momento lì possono realmente
conoscere.

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Hannah Arendt “La banalità del male”

Adolf Eichmann, il massimo responsabile dei rastrellamenti e della deportazione di ebrei, zingari e quant’altre “razze inferiori” o “categorie menomate” per le quali il Reich decise la “soluzione finale”, al termine della guerra fuggì in Argentina. Nel 1960 il Mossad lo rapì e lo portò a Gerusalemme, dove Eichmann venne processato da un tribunale israeliano, condannato e impiccato.

La Arendt seguì il processo come inviata del New Yorker, e scrisse poi questo libro che non ne è solo la cronaca minuziosa, ma una grande e lucida riflessione sull’accaduto e sulle sue cause, oltre che preziosa rappresentazione di una follia tanto banale quanto paurosamente cupa e distruttiva.

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