Michele Mari “Roderick Duddle”

maIn qualche parte dell’Inghilterra, in un’epoca non ben definita (prima dell’invenzione del motore, comunque), Mari ambienta questa storia di stampo e di stile dickensiano, che vede protagonista un ragazzino di età imprecisata, circa 10 anni, alle prese con fatti più grandi di lui.

Roderick è figlio di una prostituta di oscuri quanto nobili natali, essendo figlia illegittima di ricconi. Vive assieme alla madre nell’osteria-bordello diretta dal sordido Jones; la madre muore prematuramente e lui diventa improvvisamente importantissimo perché unico discendente dei nonni ed erede potenziale delle loro enormi ricchezze.

Si scatena a questo punto una lotta senza quartiere ed esclusione di colpi fra il predetto Jones e la madre superiora del locale convento di suore per metter le mani sull’ignaro erede e, per questa via, sull’eredità.

Tutti i mezzi sono buoni, compresi omicidi, sostituzioni di persona e via dicendo, e in questa gara la religiosa non si dimostra inferiore a nessuno, specie per mancanza di scrupoli.

Altro personaggio saliente è la vice-superiora, un conturbante ermafrodito che sollecita le passioni di tutti i maschi adulti con i quali viene a contatto.

Lieto fine.

Il libro è scritto all’insegna del piacere di narrare, e non è affatto male, anche per quanto riguarda il continuo colloquio che il narratore intrattiene con il suo lettore.

Gli si perdonano quindi talune debolezze nella trama, che mi pare di aver colto.

Paradossalmente durante tutta la lettura sono stato convinto che l’autore fosse quello (Alessandro Mari) di “Troppo umana speranza“, e mi sono quindi detto che mentre la prova in stile manzoniano era impietosamente fallita, quella in stile dickensiano era riuscita molto meglio. Giunto alla fine ho realizzato che il Mari di questo romanzo si chiama Michele.

In conclusione un libro piacevole, col quale sembra quasi di fare un salto nella buona letteratura ottocentesca.

Poronga

Libri d’estate

mont.pngTroppi libri, mi sono resa conto in ritardo, erano rimasti fuori dalla rapida carrellata delle mie letture estive, perciò consentitemi di ritornare sui miei passi e, tanto per cominciare, di aggiungere al saggio di Hillman, un libro bellissimo che descrive la storia di un uomo e di un lupo e dei pensieri che la vita col lupo induce nella mente dell’uomo. Il lupo e il filosofo di Mark Rowlands: si legge come un romanzo, ma è un agile e intelligente libro di filosofia morale.

E poi c’è Noverar le stelle di Marco Pivato: una tranquilla passeggiata tra scienza e poesia, che sottolinea i legami e le reciproche contaminazioni tra due modalità interpretative che solo in superficie son agli antipodi. So che sono numerosi gli asinisti che amano leggere in qualche modo di scienza e di come le nuove teorie della fisica stiano rivoluzionando la nostra visione del mondo, e a tutti  loro consiglio questo gradevolissimo libretto, ricco di folgoranti citazioni e siderei pensieri.

C’è anche un altro libro di racconti che mi ha accompagnato in questi mesi e che ho trovato a tratti stupendo. Racconti d’inverno di Karen Blixen. È vero, non tutti i racconti sono altrettanto riusciti: alcuni, mi è parso, sono guastati da macchinosi  mentalismi e da un linguaggio sin troppo arzigogolato, ma gli altri sono scintillanti, imperdibili. Così «Il campo del dolore» che unisce potenti emozioni a un’universale riflessione sulla condizione umana o «L’eroina», tanto avvincente quanto insolito e brillante nella rappresentazione  dei rapporti tra il maschile e il femminile. Assolutamente perfetta la brevissima «Storia blu», racconto nel racconto che apre la raccolta. Poetica e suggestiva rimane  iscritta nel cuore. Indimenticabile.

E per concludere un altro paio di libri abbandonati: Il liberatore dei popoli oppressi di Arto Paasilinna di cui, dopo l’incantevole Anno della lepre, non ho più trovato nulla di abbastanza divertente da proseguire oltre la prima ventina di pagine. Come se non fosse più stato capace di ricreare quell’equilibrio perfetto tra invenzione e  assurdità, tra stramberia e grazia che rendono L’anno della lepre un libro così delizioso e unico.

E Roderick Duddle di Michele Mari: perfetto come pastiche letterario ma poco avvincente e, in ultima analisi credibile, come lettura in sé.

Infine, La donna in bianco di Wilkie  Collins. Avevo trovato straordinariamente piacevole Pietra di luna e speravo di ritrovare anche qui quello humour, quell’abilità narrativa che mi avevano fatto pensare a un grande scrittore. Tuttavia, dopo un bell’esordio dalle atmosfere misteriose, mi sono arenata in una storia d’amore noiosa quanto un uomo in pantofole e non so più se proseguire. Magari  qualche asinista può dirmi se ne valga la pena o no.

la signora nilsson