Umberto Eco “Il Cimitero di Praga”

eco.pngSimonino Simonini è un vecchio avventuriero: spia, falsario, infiltrato garibaldino, all’occorrenza omicida senza rimpianti, campione di amorale cinismo, è un uomo totalmente anaffettivo unicamente interessato -l’esclusione vale anche per le donne- al denaro e al cibo.

Avendo perso la memoria (e già questo accorgimento si rivela usato e soprattutto deboluccio), cerca di recuperarla scrivendo un diario grazie a sprazzi di rimembranza, in ciò aiutato anche dal suo alter-ego Abate Dalla Piccola (anche questa non è certo una novità sul piano della narrativa) che alla fine si scopre essere… (ma il colpo di scena è tutt’altro che sconvolgente).

Ogni tanto fra i due si inserisce il Narratore, che riassume alcuni pezzi di storia.

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Umberto Eco “Pape Satàn Aleppe”

ecoForse è stata una mia distrazione, ma sentendo annunciare ‘ l’ultimo libro di Eco ‘ che per di più inaugura le pubblicazioni della nuova casa editrice ‘ La nave di Teseo ‘ pensavo a un inedito. Si tratta invece di una nuova raccolta delle Bustine di Minerva che Eco ha scritto per trent’anni sull’Espresso, e che spesso costituivano la maggior ragione, se non l’unica, per acquistare quel settimanale. Sono ben 175 Bustine, e già per averle contate – il dato non è fornito dall’editore – mi meriterei un piccolo encomio.

Chi conosce Eco sa cosa troverà in questa raccolta; chi non lo conosce ha una buona occasione di gustare la sua scrittura agile e spiritosa, il suo sguardo veramente a 360 gradi sui fenomeni sociali. Tanto per mostrare la sua capacità di trarre conclusioni inaspettate, dirò che ha fatto un’analisi a campione dei siti pornografici ( protetto dal famoso alibi culturale! ) e ha posto una particolare attenzione alla bocca delle attrici. Da un esame delle loro dentature, o meglio dei loro evidenti problemi dentari, ha ricavato la conclusione che le operatrici del porno non sono affatto, come piacerebbe credere a molti fruitori, delle donne dalla sessualità libera e prorompente che fanno quel lavoro per piacere, ma delle sottoproletarie costrette a farlo perché non hanno i soldi per pagarsi un dentista, e probabilmente neppure la pagnotta. Con civetteria non so se voluta o casuale, la Bustina successiva è forse la più dotta della raccolta, parlando di Peirce, Popper e la filosofia della scienza.

175 Bustine equivalgono a 175 argomenti più o meno tutti meritevoli di essere riportati, quindi mi limito a pochi spunti. Da filosofo che ama la letteratura poliziesca, Eco spiega in modo convincente come mai molti filosofi leggono gialli; ho trovato spassose le Bustine dedicate alle teorie complottiste, con la famosa, irresistibile citazione di Metternich che, alla morte dell’ambasciatore russo, pare abbia detto: ” Quali saranno state le sue motivazioni? “. C’è una grande attenzione ai fenomeni emergenti, a cominciare naturalmente da Internet, e non mancano molte stoccate al malcostume e alla disonestà, soprattutto quella intellettuale che in fondo e a lungo termine è anche più grave di quella economica, e su questo Eco, da intellettuale vero, ha molto da dire.

E chiudo citando l’Umberto Eco provocatorio al suo meglio. A un intervistatore che gli chiede ( domanda appena poco più raffinata di quella inevitabile, davanti a scaffali pieni di libri, ‘ li ha letti tutti? ‘ ) quale fosse il libro che lo aveva più influenzato nella sua vita, risponde: ” Se nel corso dell’intera mia vita un solo libro mi avesse definitivamente influenzato più degli altri, sarei un idiota – come molti che rispondono a questa domanda. ” La motivazione di questa risposta caustica è articolata e convincente, ma io ho già scritto abbastanza. Se vi interessa, andate a leggervela. A pagina 54.

P.S. La mia etica di recensore mi ha imposto di leggere tutto il libro dalla prima all’ultima pagina. Ma il mio consiglio è di tenerlo sul comodino e leggere una Bustina ogni tanto, non potendole più leggere settimanalmente sull’Espresso.

Tiresia

Umberto Eco “Il nome della rosa”

eco.pngNon ho più preso in mano Il nome della rosa da quando lo lessi appena uscito nel 1980. Adesso, sull’eco della scomparsa di Eco ( perdonatemi, ovviamente lui era molto più bravo di me con i giochi di parole ) provo a buttare giù alla rinfusa i miei ricordi a 35 anni di distanza. Perché secondo me il maggior valore di Eco sta nella sua vera professione, il filosofo-semiologo, e nella sua vera passione, il saggista curioso di esplorare aspetti poco noti della struttura sociale. Ma sul’Asinno è giusto parlare della sua terza dimensione, quella di romanziere, nata per puro divertimento ma che ne ha fatto una star mondiale e un uomo ricco. Tanto da poter espandere la sua già cospicua biblioteca privata e comprarsi una grande casa per ospitarla. Non sarebbe il sogno di tutti gli Asinisti e di tutti gli amanti dei libri in genere?

Ricordo che Eco, forse per snobismo ma credo che dicesse la verità, dichiarò di essere stato il primo a stupirsi dell’enorme successo del libro. L’aveva scritto come intrattenimento per pochi amici colti, convinto che avrebbe venduto non più delle quattro o cinquemila copie che in Italia segnalano un romanzo già di discreto successo. Poi le vendite presero il volo, grazie soprattutto al passa-parola perché allora non c’era Internet e la televisione era anch’essa agli inizi e non era ancora quel formidabile venditore di libri – pessimi – che è ai nostri giorni. Il film ha fatto il resto e naturalmente nella memoria di milioni di persone quello che rimane sono soprattutto le immagini molto più che le parole. Film anche apprezzabile e recitato da bravi attori; ma mi si consenta di dire che solo le leggi di Hollywood possono identificare Guglielmo con un bell’uomo come Sean Connery. Io almeno, prima del film, me lo ero immaginato completamente diverso e non sono mai riuscito a vederlo nell’attempato James Bond.

Ma veniamo al libro, sul quale darò un sinteticissimo giudizio. I miei amici snob di allora, amanti delle avanguardie letterarie, lo consideravano un polpettone commerciale. Io ebbi furiosi litigi difendendone il valore e ribattendo che semmai il fatto che fosse il più bel romanzo pubblicato in Italia negli ultimi dieci anni ( non a caso i cupi e sanguinosi anni Settanta ) andava a discapito degli scrittori italiani che non sapevano più produrre grande letteratura ( e chiedo scusa ai miei amati Sciascia, Levi e Calvino allora ancora vivi ma che battevano altre strade, non quella del grande romanzo ). Pienamente d’accordo sul fatto che il maggior pregio del Nome non stava nelle qualità letterarie in senso stretto, ma le vie della letteratura sono tante, e Il nome aveva aperto nuove prospettive di assoluto interesse.

Ciò varrebbe se il romanzo fosse rimasto, come nelle previsioni di Eco, uno fra i tanti. Come si spiega il successo planetario? Credo di non dire niente di nuovo notando che c’è stata una strana e imprevedibile alchimia fra l’interesse per un periodo storico, il piacere di sentire messa alla prova la propria intelligenza e cultura, l’abilità di Eco di mischiare storie e personaggi creati con maestria. Da studioso, Eco ovviamente conosceva i meccanismi del successo letterario e vi ha attinto a piene mani. Solo per dirne una, il vecchio monaco cieco che ricorda un personaggio reale, magari più noto che letto ma senz’altro affascinante come Borges, è un colpo da maestro. Lo riconoscerebbe anche un bambino, e i giornali ci indirizzavano se avevamo dei dubbi, ma nel riconoscerlo ci sentivamo comunque colti e intelligenti. E si potrebbero citare mille altre raffinatezze, tanto che sono poi usciti molti libri che servivano da guida per interpretare correttamente i riferimenti colti a fatti storici o teorie filosofiche. Lo stesso Eco, pochi anni dopo, sentì il bisogno di scrivere le Postille a Il nome…

Vogliamo fare un po’ di sociologia da strapazzo? All’inizio degli anni Ottanta, dopo aver impiegato i precedenti trenta anni a creare ricchezze, e aver vissuto le crisi degli anni Settanta, le classi medie e alte erano pronte per compiacersi del fatto di non aver raggiunto solo il benessere materiale, ma anche la raffinatezza culturale. E questo libro sembrava fatto apposta per convincerli di fare parte di una èlite. Io, che di questa èlite mi sono sempre orgogliosamente ritenuto al di sotto, ho invece apprezzato soprattutto una cosa del Nome: qui Eco ha messo, come è giusto che faccia qualunque narratore, tutte le sue esperienze di vita. E mentre per alcuni le esperienze sono i viaggi, o il lavoro, o i contatti umani, lui ha scavato nel sacco della sua sterminata cultura, dei suoi studi paludati e apparentemente noiosissimi su Tommaso d’Aquino e i filosofi più astrusi, mostrando come una mente aperta trova sempre il modo di trarre cose interessanti e attuali anche da studi che possono sembrare del tutto staccati dal mondo reale. Questa è la cosa che, secondo me, ha affascinato i lettori. In quelle poche centinaia di pagine, Eco ha messo trent’anni di studi e la sua intelligenza curiosa. I lettori questo lo hanno percepito, anche se ognuno riusciva a cogliere probabilmente solo una piccola parte delle sottigliezze intellettuali. Questo lo inserisce di buon diritto nel novero dei libri più comprati che letti, e più letti che capiti. Tanto poi, per tenerlo vivo nella memoria, c’è sempre il film.

Per finire: il Nobel? No, qui sono d’accordo con i miei amici snob di 35 anni fa. Il nome della rosa è un libro piacevolissimo, intelligente, acuto. Ma la grande letteratura è un’altra cosa. E la prova che Eco, grandissimo intellettuale, non è però un grande romanziere, sta nei romanzi successivi: ancora accettabile Il pendolo di Foucault, davvero insufficienti tutti i successivi.

Traddles

Umberto Eco “Numero zero”

ecoDiciamo la verità: Eco non è un grande romanziere. E’ un grande intellettuale, senza dubbio; anche un grande scrittore quando scrive i suoi saggi acuti e divertenti, ma non un grande romanziere. Con Il nome della rosa ha fatto un eccezionale colpo mediatico-editoriale ( ricordo che dichiarò di averlo scritto più che altro per divertimento suo e dei suoi amici, pensava di venderne mille copie o poco più, invece è diventato milionario e, beato lui, ha potuto comprare una grande casa per sistemare la sua enorme biblioteca ). Poi è stato discreto Il pendolo di Foucault, a malapena sufficiente L’isola del giorno prima, e da lì sono seguiti tre mattoni francamente illeggibili. Illeggibili in quanto romanzi, anche se qua e là l’arguzia di Eco fa sempre capolino.

Cerco di spiegarmi meglio: Eco è un professionista della lingua, e molti suoi virtuosismi sono ammirevoli. Ma mi viene da fare questo paragone: se un bravissimo chimico, che sa usare con perfezione scientifica i diversi pennelli,  conosce tutti i segreti della mescola dei colori e le caratteristiche delle tele, si mette a dipingere, la sua conoscenza tecnica non ne fa automaticamente un Van Gogh.

Sperando che Eco non mi legga, veniamo a Numero zero. L’idea è geniale, ma la trama è esile. Siamo nel 1992, è appena scoppiato il caso di Mani Pulite. Un ” potente ” ( che non appare mai ) dà incarico a un giornalista senza scrupoli di preparare, con l’aiuto di una piccola e scalcagnata redazione, alcuni ” numeri zero ” di un nuovo quotidiano. In realtà, il quotidiano non uscirà mai, neppure nella mente del suo editore; serve soltanto come strumento di ricatto: io vi dimostro che, se mi mettete i bastoni fra le ruote, sono in grado di fare uscire notizie molto imbarazzanti; se invece fate i bravi, farò il bravo anch’io, e il nuovo quotidiano resterà in un cassetto.

A questa s’intreccia una seconda vicenda ( tralascio l’insulsa storia d’amore fra i due protagonisti che dovrebbero raffigurare i ” perdenti “, la debolezza della quale è la dimostrazione che Eco come romanziere non è un granché ): uno dei redattori è un paranoico che, a partire da una improbabile ipotesi che il Mussolini ucciso nel ’45 fosse un sosia, ci fa rivivere 40 anni di storia italiana rivisitata e corretta. Qui Eco naturalmente dà il meglio di sé. Il suo sguardo da scienziato sociale, ma anche da mattacchione, spazia su tutte le trame oscure dell’Italia del dopoguerra, dai servizi segreti ai colpi di Stato, dal Vaticano alle Brigate Rosse, dalla P2 agli attentati. Un solo esempio della sua ironia mordace: tutti abbiamo sentito battute sul ” Papa buono ” ( e allora gli altri? sono cattivi? ) ma sentite la sua versione: ” Avete mai visto una foto di Pio XII? In un film di 007 l’avrebbero preso per fare il capo della Spectre “.

Il romanzo ha anche un risvolto giallo, che induce a pensare che non tutte le teorie del redattore paranoico siano poi completamente infondate, ma credo che gli aspetti più interessanti siano rappresentati dallo sguardo da acuto scienziato sociale su due aspetti che Eco conosce bene: il mondo del giornalismo con le sue distorsioni, e le magagne dell’Italia in generale. Sul primo, si è molto usata l’espressione ” la macchina del fango ” ma c’è qualcosa di più sottile. Questa frase potrebbe averla scritta Sciascia: ” La questione è che i giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie  “.Sull’Italia, la morale si trova proprio a poche righe dalla fine: ” ci stiamo abituando a perdere il senso della vergogna… una volta diventato definitivamente terzo mondo il nostro paese sarà pienamente vivibile, come se tutto fosse Copacabana ”

In conclusione, più che un romanzo Numero zero è un divertissement. Ma proprio per questo è godibile: Eco si diverte e ci fa divertire – che è il modo migliore di pensare – e al contrario di altri suoi romanzi non è verboso e inutilmente arzigogolato, come si capisce anche dal ridotto numero di pagine. Se poi ci siano o meno speranze per il nostro povero paese, mi sembra che Eco la lasci intenzionalmente una questione aperta.

Tiresia