Thomas Piketty “Il Capitale”

pikQuesto ponderoso volume di quasi 1000 pagine , pomposamente e un po’immodestamente intitolato “Il Capitale” (pur con la precisazione in piccolo “del XXI secolo”), ha a mio avviso un pregio e diversi  difetti.

Il pregio è di analizzare in maniera sistematica (verosimilmente per la prima volta)  immense serie storiche di dati del XIX e XX secolo  relativi al reddito, alle imposte, al capitale nelle sue varie accezioni e di trarne conclusioni chiare e comprensibili a tutti attraverso grafici di grande semplicità ed evidenza.

E così scopriamo, ad esempio, che la concentrazione odierna della ricchezza del mondo occidentale (sia in termini di reddito sia in termini di capitale), pur elevatissima e continuamente evidenziata dai media, è ancora inferiore a quella registrata un secolo fa, negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale.

E’ stato il trentennio 1914 – 1945 con le immense distruzioni delle due guerre, una specie di epidemia che ha ridotto gli squilibri sforbiciando indiscriminatamente capitali e redditi, ad aprire di fatto la strada per  i vari miracoli economici, imprenditoria diffusa, “trente glorieuses”, alimentati da una crescita economica e demografica fino agli anni ottanta/novanta. Da lì in poi la diseguaglianza:  r (tasso di rendimento del capitale) maggiore di g (tasso di crescita) ha aperto la strada alla ri-concentrazione di redditi e patrimoni, di cui al momento non si riesce a vedere l’esito finale.

Piketty  nelle pagine finali avanza una proposta per ridurre le diseguaglianze e il debito, cioè per iniziare in qualche modo il salvataggio del mondo…: tassare il patrimonio mediante una aliquota annua bassa, fra lo 0,5% e l’1%,  salvo ammettere una riga dopo che questa proposta è difficilmente praticabile per una serie di motivi, in particolare la litigiosità e la concorrenza fiscale tra i vari stati sovrani (e scusate se è poco….).

In definitiva, l’opera di Piketty è certamente pregevole e intrigante per certi aspetti, ma secondo me resta qualcosa a metà strada fra la divulgazione al pubblico e la ricerca scientifica, non so, alla fine resta in mano veramente poco… non riesce a convincermi, ma ciò poco importa, dato che non sono certo un economista.

Non posso però esimermi dal sorridere leggendo in quarta di copertina una lapidaria quanto roboante definizione di Paul Krugman (Premio Nobel per l’economia 2008): “il libro più importante dell’anno (sic!), e forse del decennio, un’opera superba, che cambierà il modo in cui pensiamo la società e ci occupiamo di economia)”. Nessuno è perfetto, neanche i Premi Nobel!

Felice Anno Nuovo!

Silver 3

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