Arthur Conan Doyle “Uno studio in rosso”

doyleNel primo dei quattro romanzi che lo vedono protagonista Sherlock Holmes dà prova della sua perspicacia deduttiva, sorretta da una enciclopedica conoscenza criminologica, per venire a capo di un omicidio all’apparenza pressoché insolubile: un uomo trovato morto in una casa disabitata con accanto un anello nuziale da donna e, sul muro, la scritta “Rache” vergata col sangue.

Questo, assieme a un altro non meno ingarbugliato omicidio che viene scoperto poco dopo, è l’esito di una complicatissima storia che nasce addirittura nell’America dei pionieri e che si sviluppa nella comunità dei Mormoni.

L’impianto è molto teatrale: un salvataggio in extremis nell’arido deserto, l’amore che sboccia fra due magnifici giovani, la sopraffazione, la morte di uno dei due, eccetera eccetera; il tutto per arrivare alla resa dei conti nella scura e fumosa Londra.

Teatrale e un po’ ampolloso è anche lo stile del racconto.

Da neofita di S. Holmes devo dire che questo romanzo proprio non mi ha entusiasmato; per dire, Agatha Christie è tutto un altro andare, a partire dalle trame, molto più ingegnose ed avvincenti.

Quale nota di colore aggiungo che ho trovato S. Holmes presuntuosissimo e spocchioso, al punto quasi da sperare che le sue peraltro abbastanza avventurose deduzioni trovassero nel romanzo una sonora smentita.

Curioso infine che Doyle, cantore della ragione e della scienza, si sia alla fine convertito allo spiritismo.

Poronga

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