Paolo Rumiz “Annibale. Un viaggio”

rum.pngAnnibale sconfisse i Romani, che erano i migliori soldati del mondo, dopo aver attraversato le Alpi con una marcia che Cesare non avrebbe neppure osato concepire“.

E lo fece, per sovrammercato, portandosi dietro un bel po’ di elefanti. Chiosa Rumiz, “Se basta un singolo bestione da circo a fare leggenda, figurarsi quaranta”.

“Stiamo parlando di un maghrebino, di un esercito africano che invade l’Europa“. Un generale nero di pelle, di soli 26 anni, che dopo un’impresa pazzesca (parte con 100.000 uomini e arriva con 50.000) osa sfidare l’esercito romano a casa sua battendolo più volte, in una guerra che dura 12 anni e un pellegrinare che ne dura 15.

La cosa che maggiormente intriga Rumiz è che questo uomo misterioso e leggendario, che celebra le sue imprese attorno al 200 avanti Cristo, abbia come nessun altro lasciato tanti segni del suo passato: “E’ lì che Patrizia Tabaroni, sapiente sacerdotessa di cose antiche, mi illumina sulla leggenda dell’Uomo nero, aprendomi una mappa dell’Appennino tosco-emiliano dove il nome di Annibale -segnato in rosso- punteggia come la scarlattina valli e fiumi oltre ogni immaginazione, radiografando dal Po in giù un’epidemia toponomastica che non ha eguali rispetto agli altri grandi della Storia.Casteggio: fontana di Annibale. Modigliana: pozzo di Annibale; due ponti di Annibale sull’Arno e sul Sieve. Un canto d’Annibale nel Mugello…”; e ancora giù giù lungo tutta la dorsale appenninica, e poi in Campania, Puglia, Calabria, Basilicata.

Rumiz si trova –questo l’inizio del libro- sulle Alpi piemontesi, ad uno dei valichi che si contendono il passaggio di Annibale, e decide di ripetere il percorso fatto dal condottiero; lo segue addirittura sino nel Caucaso e in Turchia (“ Ma quanta strada ha fatto Annibale”), dove si chiude la sua parabola con il suicidio per non finire in mano ai Romani, i suoi nemici di sempre.

È un viaggio nella leggenda, alla ricerca di Annibale e dei suoi segni (“Ma Lui dov’è? Mi sfugge”) con le sole guide rappresentate dagli scritti di due storici dell’epoca, il greco Polibio e il latino Tito Livio; è un viaggio fra storia, mito, magia e fantasia, in cui non si ha timore di parlare di “stelle cadenti sullo Ionio, così grosse che fanno rumore

Mi chiedo se sto davvero cercando una pista o se la sto solo costruendo per altri, alimentando la leggenda”, dice a un certo punto l’autore, salvo poi concludere che “non m’importa nulla sapere se quanto ho immaginato non è vero niente”.

Rumiz ci conduce in un viaggio nella storia, della quale rimangono solo luoghi stravolti, vestigia spesso irriconoscibili e un malinconico sentimento di perdita, irreparabile, ma per fortuna non totale.

Ma ne valeva comunque la pena: “Certo, non ho trovato le sue ceneri, ma il suo mito si, ed è questo che conta”.

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