Elvio Fassone “Fine pena: ora”

el.pngQuesto è un libro straordinario perché racconta una storia straordinaria, di quelle che normalmente si trovano solo nei libri: ma questa è una storia vera.

Nel corso di un maxi-processo di mafia durato quasi due anni il giudice Fassone condanna molti imputati a pene severe, inclusi diversi ergastoli. Con un imputato in particolare, Salvatore, quello accusato dei delitti più gravi, si stabilisce però lentamente un sentimento di rispetto reciproco, specialmente quando il giudice concede un permesso per andare a trovare la madre malata. Fassone dimostra un senso di umanità che non credo tutti i magistrati abbiano; dedica molte ore a ricevere i parenti degli imputati e gli imputati stessi, ascoltando le loro richieste e trattando anche i peggiori criminali come esseri umani. Si stabilisce così un rapporto con quell’assassino spietato ma intelligente e in qualche modo dotato di un senso dell’onore. La condanna all’ergastolo è inevitabile e accettata con fatalismo da Salvatore ( ” se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso stava lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato ed ero pure bravo. ” ).  Ma il giorno dopo la sentenza Fassone sente l’esigenza incontenibile, contro ogni logica, di scrivere a Salvatore ( ” … talvolta il migliore dei buoni argomenti rimbalza contro il più irrefrenabile degli impulsi ” ). Ha molti, umanissimi dubbi, a cominciare dal modo in cui rivolgersi all’ormai ergastolano. Sceglie la formula di prammatica ‘ Caro Salvatore ‘ ( ” Ma come oso dire ‘caro’ a una persona che ho murato nel carcere? Con che spirito leggerà queste parole, se non come l’ipocrita tentativo del carnefice di sgravarsi la coscienza accarezzando la sua vittima? O addirittura non vedrà nella lettera una mancanza di rispetto per la sua tragedia umana? ” ). Alla fine decide di spedire la lettera,e ad essa allega anche un libro – Siddharta di Hesse.

Quella prima lettera cambierà radicalmente la vita di Salvatore, ma anche quella di Fassone. Nei successivi 26 anni saranno 1.200 le lettere che i due si scambieranno, tutte con lo stesso inizio formale ‘ Caro Salvatore…’,  ‘Caro Presidente…’. Salvatore riconoscerà che i consigli e la saggezza del giudice sono stati determinanti nell’aiutarlo a sopportare la prigione e a scoprire altri valori rispetto a quelli ai quali era stato inchiodato dalla sua storia. Fassone si troverà a fare da padre, fratello maggiore, consulente giuridico e assistente spirituale, uscendo anch’egli arricchito dall’esperienza. Pur facendo parte dell’amministrazione del sistema giudiziario/carcerario, non può non metterne in luce le palesi contraddizioni e le pure e semplici ingiustizie. Fra l’altro, è contrario all’ergastolo anche se deve applicare la legge e comminarlo. Alla fine del libro c’è un’appendice in cui Fassone esprime le sue idee in proposito. Per chi non lo sapesse, il titolo del libro è una inversione della gelida formula che segnala, sulle schede degli ergastolani, il termine della loro punizione, ” fine pena: mai “. L’avvento dei computer ha costretto ad usare una formula ancora più straziante, ” fine pena: 31/12/2999 “.

Fassone cerca di confortare Salvatore e di spingerlo a non lasciarsi prendere dalla disperazione, usando tutti i pochi mezzi che le carceri offrono ( corsi scolastici, corsi professionali, legislazione premiale ecc. ). Più volte quando, dopo moltissimi anni, sembra finalmente avvicinarsi la possibilità della semilibertà e del lavoro esterno, Salvatore viene ricacciato all’inferno per intoppi burocratici o colpe non sue, ma in carcere il sacro principio della responsabilità personale non vale più e si fa di tutta l’erba un fascio. E dopo 26 anni dalla sentenza – ma 31 complessivi di carcere – di fronte a una palese ingiustizia, la resistenza di Salvatore cede. La lettera che apre il libro è in realtà la più recente: ” Caro Presidente, l’altra sera ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato. Mi scusi. ” Salvatore verrà salvato da un agente, e Fassone non ci informa sugli sviluppi della vicenda, ma il tentato suicidio è stato l’elemento che lo ha indotto a rendere pubblica la loro corrispondenza. Una storia straordinaria, commovente, profondamente umana.

Ultima cosa: Fassone è un magistrato ma ( sottolineo il ” ma ” ) scrive bene. Ecco un esempio che richiama il famoso incipit di Anna Karenina: ” Il ricordo di una gioia passata non è più gioia, ma il ricordo di un dolore è ancora e sempre dolore.

Tiresia

6 thoughts on “Elvio Fassone “Fine pena: ora”

  1. Bravo Tiresia che ha recensito un libro scomodo, che giustamente ha definito straordinario.
    Di più: un libro che dovrebbero leggere tutti.
    Ci sono tanti livelli di lettura e attenzione rispetto a quello che Fassone vuole comunicare: la storia vera e incredibile del carteggio ultraventennale tra un ergastolano e il suo giudice; il coinvolgimento emotivo di fronte alla profonda umanità della storia narrata; le riflessioni sulle miserie della vita ma anche sul rapporto tra vita e libertà (intesa come libero arbitrio); la riflessione, infine, sul senso della pena e del castigare.
    Tiresia dice che l’autore “è contrario all’ergastolo anche se deve applicare la legge e comminarlo”.
    Messa così però, la frase mi sembra non rispecchi il faticoso percorso che si intuisce essere anche del giudice. Perché, chissà, forse Fassone non era contrario all’ergastolo quando lo doveva comminare e lo è diventato quando non lo poteva più comminare o forse il suo disagio di fronte al “fine pena mai” è frutto di una lunga riflessione e di un percorso di studio (come dimostra la appendice). Non lo sappiamo ma certo è che assieme all’ergastolano, l’autore sembra aver compiuto anch’egli un cammino: per questo riesce così efficacemente ad accompagnarci per mano nella alternanza tra emozioni e pensieri, aiutandoci a sgretolare, piano piano, tante finte certezze, quelle certezze che siamo abituati ad ascoltare dai più, nelle tante discussioni che toccano temi vitali.
    Invece, alla fine del libro e alla fine della appendice, Fassone ci lascia con un “dipende…”.
    Come sarebbe bello discutere sempre in questo modo, ascoltando con umiltà le opinioni altrui e alla fine avere il coraggio di dire non lo so oppure dipende…

    Oleandro

  2. Un libro bello e importante, non c’è che dire; anche scritto bene pur se soprattutto all’inizio mi è sembrato un po’ troppo non dico ricercato ma “pensato”.
    Poco da aggiungere a quello che hanno già ben detto Traddles e Oleandro se non che questo libro opportunamente ricorda che il carcere è un luogo innanzitutto di sofferenza, molto spesso anche di ingiustizia, e che la pena detentiva non si risolve solo nella privazione della libertà personale, ma in un tempo sospeso, in un non vivere.
    Scrive a un certo punto Salvatore: “delle volte dimentico che ho 50 anni, nel pensiero è come se ne ho 25 o 30 di anni, ne ho 50, ma li ho nel fisico e nella pelle, ma non nel cervello, il cervello è fermo a 25 ani, quando mi hanno arrestato…”.
    Il libro naturalmente è anche pieno di umanità e toccante: per esempio mi ha colpito sapere che molti carcerati, compreso Salvatore, scrivono poesie.

  3. Caro Poronga, mi hai attribuito una recensione che non è mia ma di altro Asinista. Dalle cose che scrivete il libro sembra molto interessante, lo leggerò senz’altro.

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